Ultimo aggiornamento lunedì, 11 dicembre 2017 - 21:08

Storia dei Lo Russo, da “padroni” di Napoli a pentiti di camorra

Cronaca
3 maggio 2017 19:39 Di Ciro Cuozzo
13'

Continua il viaggio di VocediNapoli.it nei quartieri della nostra città controllati dalla camorra. Dopo aver analizzato l’area orientale e quella centrale di Napoli, con un ultimo focus sul Rione Sanità, il nostro percorso fa tappa nel regno dello storico clan Lo Russo, che da Miano, loro quartier generale, hanno esteso il controllo degli affari illeciti anche nei vicini territori di Marianella, Chiaiano, Piscinola, Don Guanella, Colli Aminei e zone limitrofe.

In altro a sinistra: Luigi Cutarelli, Giuseppe Lo Russo, Mario Lo Russo, Salvatore Lo Russo. In basso a sinistra: Walter Mallo, Carlo Lo Russo, Antonio Lo Russo

La storia del clan Lo Russo è lunga e piuttosto complessa. I “Capitoni“, così battezzati dagli anni ’80, sono – secondo le dichiarazioni dei pentiti – doppiogiochisti e ambigui. Atteggiamenti che, dopo gli arresti, hanno portato i vertici della famiglia anche a   collaborare con la giustizia. Durante il loro trentennio criminale hanno più volte agito sottobanco nelle varie faide di Secondigliano e del Rione Sanità, arrivando anche a creare scompiglio nella celebre “Alleanza di Secondigliano“, creata sì dai Contini-Mallardo-Licciardi, ma portata avanti anche dalla famiglia Lo Russo che tra gli anni Novanta e Duemila ha ricoperto ruoli di vertice così come sottolineato da diverse ordinanze che hanno pian piano smantellato il cartello criminale.

“Lo storico clan dei capitoni, la cui esistenza e operatività fin dagli anni ‘80 è un dato giudiziariamente accertato, non ha mai smesso di essere operativo sui territori di Miano, Marianella, Chiaiano, Piscinola, Don Guanella, Colli Aminei e zone limitrofe grazie alle capacità criminali degli esponenti di spicco (i fratello Lo Russo) e dei rispettivi figli: neanche lo stato di detenzione o la latitanza di alcuni di essi ha di fatto impedito al clan di mantenere il controllo delle illecite attività cui è stabilmente dedito nei territori di influenza, dalle estorsioni al traffico di stupefacenti; e, soprattutto di avere il controllo armato dei territori medesimi, non esitando a scendere in campo per eliminare avversari o per dimostrare chi comanda”.

FAMIGLIA DI PENTITI – La famiglia Lo Russo è composta da quattro fratelli: Giuseppe, Salvatore, Mario e Carlo. Di questi, solo il primo, Giuseppe, in carcere dal 1998, non si è mai pentito. Il resto, compreso anche Tonino Lo Russo, figlio di Salvatore, ha intrapreso la strada della collaborazione fornendo, così come nel caso proprio di Salvatore principale accusatore dell’ex capo della Squadra Mobile di Napoli Vittorio Pisani, informazioni non veritiere che gli sono valse una condanna per calunnia.

GLI AFFARI ILLECITI – Dal loro quartier generale di via Janfolla a Miano, il clan Lo Russo da sempre si è dedicato allo spaccio di droga e al racket. Capillare la richiesta di pizzo a commercianti e imprenditori presenti nella loro zona. In una delle ultime operazioni della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli (27 giugno 2016), è emerso come il sodalizio criminale fosse riuscito a conquistare il monopolio della distribuzione di pane e, addirittura, l’imposizione del prezzo di vendita, a grossi supermercati, a botteghe e agli ambulanti domenicali della zona. Secondo le indagini, il clan attraverso tre panifici produceva e imponeva l’acquisto del pane (senza resa) alla grande e piccola distribuzione, facendo lievitare il prezzo delle ‘palatelle’ di venti centesimi (da 1,05 a 1,30), intascati dall’organizzazione criminale. Infiltrazioni del clan, così come confermato dagli stessi boss passati a collaborare con la giustizia, ci sono state anche negli ospedali di Napoli e in particolar modo al Santobono.

SCOMMESSE – I Lo Russo hanno poi dimostrato grande sensibilità nel giro di scommesse clandestine, avviate durante l’alleanza con i Giuliano di Forcella negli anni ’80. Il “totonero” fruttava ingenti quantità di denaro. Una vera e propria “passione” quella dei Capitoni, con il boss Salvatore che – secondo le dichiarazioni dei pentiti del clan Giuliano – pensava a rendere omogenee le quote e a inviarle agli altri capiclan (Giuliano, Mazzarella, Mariano) per l’approvazione. Negli ultimi anni ha destato invece scalpore la presenza a bordo campo dello stadio San Paolo del figlio di Salvatore, ‘Tonino’ Lo Russo, molto amico di alcuni ex calciatori del Napoli (Lavezzi in primis). Il boss, ricercato dal 2010 e arrestato dopo quattro anni a Nizza, ha assistito in qualità di giardiniere a ben cinque partite del Napoli. La sua latitanza sarebbe stata favorita anche da un suo vecchio amico d’infanzia, titolare di importanti gioiellerie a Chiaia e al Vomero.

Lo stesso Antonio Lo Russo, nel 2011, dopo il pentimento di Salvatore Lo Russo, decise di eliminare gli allora reggenti del clan dei Capitani appoggiati dallo zio Mario, fratello di Salvatore. Secondo la ricostruzione dei collaboratori di giustizia, fu lo stesso Mario a dire che il nipote Antonio non poteva continuare ad avere il comando del clan dopo la decisione del padre di passare dalla parte dello Stato. Tonino però decise di fare piazza pulita e mettere in chiaro chi comandava all’interno del potente clan di Miano. Questo il movente del duplice omicidio di Salvatore Scognamiglio e Salvatore Paolillo, freddati in appena 7 secondi dallo spietato Vincenzo Bonavolta, alias Cenzore. L’agguato, ripreso dalle telecamere di videosorveglianza, avvenne all’interno della sala scommesse Betting 2000 il 5 agosto del 2011.

IL CORRIDOIO DELLA DROGA – I Lo Russo da sempre hanno allungato i propri interessi al Rione Sanità, considerato un vero e proprio crocevia per unire la periferia nord di Napoli al centro città. Un vero e proprio corridoio della droga da controllare a tutti i costi anche dietro spargimento di sangue, come avvenuto nell’ultimo anno e mezzo. Ma inizialmente le cose non sono andate per il verso giusto.

Infatti dopo l’arresto del primo boss della famiglia, Giuseppe Lo Russo, avvenuto nel 1998 a Malaga in Spagna, il clan era passato nelle mani del fratello Mario. Tale leadership tuttavia ha provocato una prima scissione all’interno del sodalizio criminale: i fedelissimi di Giuseppe infatti non hanno riconosciuto il ruolo di vertice di Mario e si sono alleati con Ettore Sabatino, altro elemento di spicco dei Lo Russo (poi passato a collaborare con la giustizia), scegliendo di insediarsi criminalmente nel quartiere Sanità. Qui i Capitoni hanno mantenuto la loro ambiguità anche nella gestione del rapporto con il clan Misso, egemone per anni proprio nel Rione Sanità, durante la faida intrapresa dai primi contro lo scissionista Salvatore Torino. Ruolo ambiguo assunto anche con i Licciardi delle Masseria Cardone nelle scissione con il gruppo interno dei Sacco-Bocchetti (supportati militarmente proprio dai Capitoni). Alleati si ma non troppo, questa la filosofia criminale dei Lo Russo.

Atteggiamenti che però non hanno fermato la ferocia del clan, capace sempre di riorganizzarsi nonostante gli arresti degli ultimi anni, grazie anche a un gruppo di fuoco composto da giovanissimi (alcuni figli d’arte) pronti a tutto per l’ultimo boss della famiglia: Carlo Lo Russo. Si tratta di Antonio Buono, Luigi Cutarelli, Ciro Perfetto e Mariano Torre, pronti immolarsi per il loro capo.

L’ULTIMA VIOLENTA FAIDA – Quest’ultimo, scarcerato nel luglio del 2015, secondo quanto riportato dalla procura, “ha preso nelle proprie mani le redini del clan, ha riorganizzato i pochi uomini rimasti liberi, ne ha arruolati altri, li ha organizzati ed ha iniziato a comandare ed a gestire il clan. Non hanno scrupoli – si legge nell’ordinanza – si sentono forti del ‘nome’ dei capitoni che spendono per imporre i ratei estorsivi ma, soprattutto, si occupano di droga e sono armati. Il clan Lo Russo ha dimostrato, ancora nei tempi recenti, di essere armato e di avere la disponibilità di numerose armi, anche micidiali. Con le armi commettono gli omicidi o tentano di eliminare il nuovo nemico, l’emergente Mallo Walter che ha avuto l’ardire di scalzarli dal controllo del rione Don Guanella che i Lo Russo hanno sempre pacificamente condiviso con il clan Licciardi. Con le armi hanno familiarità proprio i ‘giovanissimi’ che si occupano anche di custodirle e di rimpiazzarle allorquando intervengono i sequestri. Tutto sotto il comando e la regia di Carlo Lo Russo che, ignaro di essere intercettato in casa, commenta in tante occasioni, con i fedelissimi e con la moglie, le operazioni di PG, le condotte degli avversari e stabilisce le strategie di attacco da intraprendere: a casa di Carlo Lo Russo si sfogliano le pagine di Facebook per individuare i nemici da uccidere“.

Uno scenario esplosivo che a partire dal settembre del 2015, poco meno di due mesi dopo la scarcerazione del boss Carlo, ha iniziato a mietere vittime tra Miano e il Rione Sanità. Il primo a cadere sotto il fuoco di una stesa è però un ragazzo innocente: Gennaro Cesarano, 17 anni, ucciso alle 4 di notte del 6 settembre del 2015 dai killer-kamikaze dei Capitoni. Il commando in realtà era sceso in strada per rispondere a una stesa subita nel loro quartier generale a Miano dal clan guidato da Pierino Esposito. Quest’ultimo è stato poi ucciso sempre dai Lo Russo nel novembre del 2015. Un omicidio cruciale per la conquista del mercato della droga nel Rione Sanità grazie anche alla collaborazione del clan Vastarella, loro alleato.

L’omicidio di Pierino Esposito spinge il figliastro Antonio Genidoni, supportato dai cosiddetti Barbudos, a vendicarne la morte con la strage delle Fontanelle, sempre nel Rione Sanità, dove il 22 aprile del 2016 furono uccisi il boss Giuseppe Vastarella e il cognato Salvatore Vigna, e ferite altre tre persone. In quei mesi i Lo Russo erano anche in guerra con un giovane emergente criminale del Rione Don Guanella, Walter Mallo.

Alleato proprio con gli Esposito-Genidoni, Mallo, insieme a un piccolo gruppetto di persone, era riuscito a strappare una importante piazza di spaccio nel Rione Don Guanella tanto da provocare l’ira di Carlo Lo Russo che più volte aveva chiesto ai suoi uomini la testa del giovane ras. Mallo, scampato a un agguato pochi giorni dopo la strage delle Fontanelle, venne poi arrestato a inizio maggio 2016 dai carabinieri insieme ad altri due uomini di fiducia: Paolo Russo e Vincenzo Danise.

“Andate…andate a fare le banche, che prendete quei tre o quattro anni di carcere…ma tu vai contro gente che sta da cinquant’anni qui (i Lo Russo, ndr)”.

Questo il consiglio della madre di Walter Mallo al figlio e agli amici. “Se continuano – aggiunge – a comportarsi in questo modo il loro destino è segnato, saranno ammazzati” continua la mamma di Mallo in una conversazione intercettata in casa della madre di Vincenzo Danise.

Aprile 2016 si è rivelato un mese decisivo per la violenta faida che ha coinvolto il Rione Sanità e la zona di Miano. Dopo agguati, omicidi, stese e raid intimidatori, il 15 aprile finiscono in carcere il boss Carlo Lo Russo (in realtà già arrestato a inizio mese perché, sottoposto a sorveglianza speciale, non era in casa durante un controllo della polizia e al ritorno degli agenti ha reagito aggredendoli a calci e pugni), la moglie Anna Serino, e i killer Luigi Cutarelli e Mariano Torre. I quattro sono accusati dell’omicidio di Pasquale Izzi, il 54enne pregiudicato ucciso il 29 marzo 2016 in via Janfolla a Miano mentre era pronto a tornare in carcere dopo un permesso premio.

E’ l’epilogo per il clan Lo Russo che nel giugno dello stesso anno subisce un’altra mazzata dalla giustizia. Carabinieri, Squadra Mobile e Guardia di Finanza eseguono altri 24 arresti per associazione di tipo mafioso e associazione finalizzata al traffico di droga nonché tentato omicidio e omicidio colposo con violazione normativa stradale, detenzione illegale di armi comuni e da guerra ed estorsioni, reati aggravati da finalità mafiose. L’unico a sfuggire all’arresto è Vincenzo Lo Russo, detto ‘o signore, figlio di Giuseppe, e in contrasto da mesi con il reggente Carlo Lo Russo. ‘O signore, 31 anni, si è poi consegnato dopo tre mesi di latitanza a fine settembre 2016 nel carcere di Benevento.

La mappa della camorra, ecco chi comanda in città:


Dopo gli arresti e i pentimenti dei boss dei Lo Russo, la situazione nella zona di Miano è diventata con il passare dei mesi sempre più tesa. Ben cinque gli omicidi avvenuti da settembre a maggio nell’ambito di una lotta per la successione  al clan dei Capitoni che vede da una parte la famiglia Nappello, interna al gruppo criminale dei boss pentiti, dall’altra il gruppo Stabile-Ferraro. In mezzo il ruolo oscuro dei Licciardi della Masseria Cardone che negli anni hanno avuto un rapporto altalenante con i Capitoni e che potrebbero aver deciso di scendere in campo per allungare i propri tentacoli anche in altre zone.

A essere uccisi Giuseppe Guazzo (metà settembre 2016), Domenico Sabatino e Salvatore Corrado (fine settembre), Carlo Nappello, 44enne con precedenti per associazione mafiosa detto ‘O Pavone‘, e il nipote Carlo Nappello, 23enne con precedenti per spaccio soprannominato ‘Chicchilotto‘, lo scorso 27 maggio. I due sono stati crivellati di proiettili sabato pomeriggio a Miano, quartiere a nord di Napoli, mentre erano a bordo di un scooter Honda Sh di colore grigio in vico Valente, a pochi passi dalla sede della Municipalità e dalle loro abitazioni. Intanto a novembre del 2017 un maxi blitz delle forze dell’ordine ha tagliato ulteriormente le gambe ai ‘Capitoni. Infatti, grazie alle dichiarazioni dei boss pentiti, è stato possibile effettuare 40 arresti, sequestrare diverse armi nascoste dell’organizzazione e sgominare l’intera filiera del traffico e lo spaccio di droga all’interno del territorio controllato dal sodalizio. Gli inquirenti hanno anche fatto luce sulle alleanze che i Lo Russo hanno con i Contini, del resto entrambe le famiglie collaborano all’interno di quel cartello camorristico denominato de L’Alleanza di Secondigliano.

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