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I fratelli Esposito come Genny ‘a Carogna finiscono nel tritacarne mediatico

Cronaca
23 Giugno 2017 18:18 Di Ciro Cuozzo
5'

Sono finiti in carcere per un centro scommesse aperto nella zona di piazza Mercato. Queste le decisioni del giudice per le indagini preliminari Giuliana Pollio in merito alla richiesta di custodia cautelare in carcere avanzata nei confronti dei fratelli Francesco, Giuseppe e Gabriele Esposito dalla Direzione Distrettuale Antimafia  ed seguita dalla Dia di Napoli.

I fratelli Giuseppe e Gabriele Esposito con Reina e Cannavaro

Giuseppe Esposito è stato arrestato per associazione camorristica e riciclaggio. Nel mirino un centro scommesse di piazza Mercato che sarebbe stato intestato a un dipendente per evitare l’interdittiva antimafia. Uno dei tre fratelli, Gabriele, infatti ha una condanna in primo grado a sette anni di reclusione in quanto ritenuto un affiliato del clan Sarno di Ponticelli, attivo nel centro della città fino a qualche anno fa ‘grazie‘ alla famiglia Palazzo, i cui fratelli, Bruno, Mario e Vincenzo, sarebbero dei cugini degli Esposito.

Quest’ultimi sono imprenditori nel ramo dei giocattoli e molto noti nell’ambiente della movida partenopea. Aspetto, questo, che ha avuto una risonanza altisonante nelle ultime ore. Mettere sullo stesso piano i fratelli Esposito, che legami scomodi con la camorra ce l’hanno (oltre a quello con i Sarno, il suocero di Francesco, Vincenzo Aterrano, è ritenuto dagli investigatori vicino al clan Contini, egemone nel centro di Napoli), e boss del calibro dei Lo Russo, Giuliano o Amato-Pagano, solo perché hanno rapporti di frequentazione con i calciatori del Napoli, appare piuttosto forzato.

C’è da considerare inoltre anche un altro aspetto, passato forse in secondo piano in questa vicenda. Gli Esposito se da un lato hanno parentele e amicizie scomode, dall’altro sono da considerare anche vittime del “sistema”. Vittime di quella camorra che negli scorsi anni hanno interpellato per chiedere protezione e uno sconto sulle estorsioni da versare a Salvatore Maggio, cresciuto nelle fila del clan Mazzarella per poi emigrare verso il clan di Ettore Bosti (38 anni, detto ‘o russo), figlio di Patrizio e nipote di Eduardo Contini (‘o romano).

Salvatore Maggio

Salvatore Maggio, 35 anni, arrestato nel giugno del 2016 dai carabinieri che lo scovarono in un albergo di lusso a Vico Equense dove si era diretto per festeggiare il compleanno del figlioletto, nel 2013 pretendeva mille euro al mese dai vari esercizi commerciali presenti nella zona di piazza Mercato, compresi quelli gestiti dalla famiglia Esposito. Fu allora che gli Esposito (che secondo quanto emerso dalle indagini sostenevano economicamente la famiglia Palazzo dopo l’arresto di Vincenzo) si sarebbero rivolti al clan Contini per chiedere protezione e uno sconto sulla tangente da versale mensilmente a Maggio. Tangente poi eliminata grazie all’amicizia con Ettore Bosti.

Un sistema di illegalità diffusa e di omertà disarmante che in questo vede responsabili gli stessi Esposito, lontani anni luce, però, dalla dinamiche camorristiche. Un sistema in cui i giocatori del Napoli, totalmente estranei all’inchiesta, risultano da sempre strumentalizzati da criminalità organizzata e dagli stessi media ma probabilmente poco tutelati dalla società di Aurelio De Laurentiis nei rapaci ambienti cittadini. Le cose però sarebbero cambiate negli ultimi due anni con l’arrivo di Maurizio Sarri anche se, stando alla recente battuta infelice di De Luarentiis a Reina durante la cena di fine stagione, qualche dubbio resta legittimo.

genny 'a carogna-ettore bosti finale coppa italia roma

Genny ‘a carogna e Ettore Bosti nel riquadro (foto Corriere del Mezzogiorno)

Un sistema, quello mediatico, in cui ancora oggi si pensa più alla presunta trattativa imbastita tra Gennaro De Tommaso, alias Genny ‘a carogna, e il capitano Marek Hamsik prima del fischio d’inizio della finale di Coppa Italia del 3 maggio 2014 tra Napoli e Fiorentina, che all’ex ultrà giallorosso Daniele “Gastone” De Santis che, armato di pistola, ferì a morte Ciro Esposito. Ancora oggi c’è chi preferisce puntare su una richiesta di informazioni da parte dei tifosi del Napoli presenti all’Olimpico, di cui facevano parte (non è un segreto di Pulcinella) pregiudicati di spessore ma anche tantissime persone normali, preoccupate da quello che era accaduto prima del fischio d’inizio e disorientate dalle prime notizie diffuse. Per molti tifosi napoletani la gara non andava giocata perché c’era un ragazzo, Ciro, che lottava tra la vita e la morte, e altri due (Gennaro Fioretti e Alfonso Esposito) raggiunti da colpi d’arma da fuoco. La gara poi si giocò in un silenzio surreale con molti degli ultras che lasciarono lo stadio per recarsi in ospedale e verificare da vicino le condizioni di Ciro che poi sarebbe morto dopo 53 giorni di agonia.

 

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