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Luigi Galletta, il meccanico innocente ucciso dalla paranza: il dolore dei genitori

Luigi aveva scelto la strada giusta, i genitori al Mattino: "Non crediamo più in niente"

Cronaca
20 Maggio 2018 16:08 Di redazione
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Nell’ultima settimana si è parlato tanto di Emanuele Sibillo, capo della “paranza dei bimbi” di Forcella, e della sua ascesa e caduta criminale nel giro di appena due anni, culminata con la morte e la corsa disperata in ospedale.

In un documentario andato in onda su Sky e sul sito di Repubblica si è parlato delle sue capacità emerse durante il periodo di detenzione nel carcere minorile di Nisida e della strada sbagliata scelta consapevolmente una volta tornato in libertà.

Il riferimento è agli anni che vanno dal 2013 al 2015, quando il centro storico di Napoli venne inseguimento dalla ferocia di piccoli aspiranti criminali che volevano spodestare un vecchio clan che da tempo regnava quasi incontrastato: i Mazzarella.

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Durante quel periodo c’è chi, a differenza di Emanuele Sibillo e della sua paranza, aveva scelto la strada giusta nonostante vivesse in un territorio dove il primo a latitare è lo Stato e dove cadere nella rete della malavita è assai facile.

Luigi Galletta, 21 anni, faceva il meccanico in un officina di via Carbonara. Il 31 luglio 2015, a quasi un mese di distanza dalla morte di Sibillo, è stato ammazzato – secondo quanto ricostruito dalla procura di Napoli – da Antonio Napoletano, alias ‘O Nannone, un giovane che all’epoca aveva appena 17 anni. Galletta era imparentato con un ragazzo affiliato al clan rivale e non seppe rivelare alla “paranza dei bimbi” – perché non lo sapeva – dove si nascondeva.

Nei giorni scorsi Giuseppe Crimaldi, cronista de “Il Mattino”, ha intervistato Vincenzo e Enza, i genitori del meccanico che somigliava all’attaccante del Napoli Gonzalo Higuain.

Luigi era un bravo ragazzo, un lavoratore che ogni giorno andava in officina per 20 euro e dava una mano ai genitori a pagare le spese che affrontavano mensilmente. Erano soldi che “custodiva in una cassettina” scrive il Mattino.

“Tre giorni prima di ucciderlo, di primo mattino – racconta il padre – quelli dei Sibillo andarono nell’officina in cui lavorava, proprio di fronte al Grand Hotel Caracciolo per chiedergli dove si trovasse uno dei nemici, i Buonerba. Non ottenendo risposta, gli spaccarono la testa con il calcio della pistola”.

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Poi il brutale omicidio avvenuto nel pomeriggio di venerdì 31 luglio. “Sentimmo la gente urlare: Correte, hanno sparato a Luigi dicevano. Con il cuore in gola arrivai nell’officina, mio figlio era ancora vivo, nonostante i quattro colpi che gli avevano sparato al petto. Papà aiutami, papà aiutami… Non voglio morire, sto morendo aiutami…”. Poi la corsa disperata  al Loreto Maro e l’intervento d’urgenza che non è bastato a salvargli la vita.

“Da allora – conferma il padre – non ho mai smesso di chiedere giustizia per mio figlio. Ci hanno distrutto la vita. Ci hanno strappato il cuore dal petto”.

Luigi è l’ennesima vittima innocente di camorra. A Forcella, qualche mese dopo, era il 31 dicembre 2015, cadde sotto i proiettili di una stesa anche Giuseppe Maikol Russo, il venditore ambulante che stava aspettando all’esterno di un bar che il fratello finisse di lavorare per tornare a casa in attesa del cenone di fine anno.

“La causa contro i presunti assassini di mio figlio inizia il 28 giugno – prosegue Vincenzo – ma se devo dire la mia sul verdetto d’appello emesso due giorni fa nei confronti dei responsabili della faida devo dire che 16 anni inflitti a uno dei capi dell’organizzazione mi sembrano veramente pochi. Abbiamo tirato su quattro figli, tutti maschi, Luigi era il primo. Iniziò a fare l’operaio in un autolavaggio, ma voleva fare il meccanico, aveva orecchio per le moto, gli bastava ascoltare il rombo per indovinare marca e modello. Poi trovò posto da operaio in via Carbonara, nell’officina dove poi lo avrebbero ucciso. Usciva di buon mattino e tornava a sera tarda. Contribuiva alle spese di famiglia. Tre giorni prima di essere ammazzato qualcuno lo picchiò selvaggiamente: gente dei Sibillo. Volevano sapere dove si nascondesse un ragazzo legato ai Buonerba, ma lui non lo sapeva. Per non farci preoccupare, quella sera a casa s’inventò che aveva subìto un’incidente, che era caduto dalla moto procurandosi la ferita alla testa che invece gli aveva procurato il calcio di un’arma”.

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