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Permessi ai boss all’ergastolo ostativo, Cutolo e gli altri padrini sperano

Giustizia
7 Ottobre 2019 21:03 Di redazione
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Raffaele Cutolo, così come gli altri storici boss di camorra, ‘ndrangheta e mafia o i terroristi, attendono la decisione del Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell’uomo sull’ergastolo ostativo e sull’ammissibilità del ricorso del governo italiano contro le concessioni e i permessi ai detenuti.

Il professore, che in carcere ha passato 56 anni della sua vita (oggi ha 78 anni), così come i quasi mille detenuti all’ergastolo ostativo, può vedere i suoi familiari solo una volta al mese e per un’ora. Un incontro, controllato dalle telecamere, che non prevede alcun contatto fisico per la presenza di un vetro divisorio. Più volte l’ex padrino della Nuova Camorra Organizzata ha lamentato l’inumanità di questo tipo di detenzione, rivolgendo un appello affinché potesse continuare a vedere e ad abbracciare la figlia anche dopo il compimento dei 12 anni d’età.

CHE COSA E’ – Introdotto dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio e regolato dall’articolo 4bis dell’ordinamento penitenziario, l’ergastolo ostativo stabilisce che le persone condannate per alcuni reati di particolare gravità, come mafia o terrorismo, non possano usufruire dei “benefici penitenziari” ne delle misure alternative alla detenzione.  Quindi è escluso l’accesso alla liberazione condizionale, al lavoro all’esterno, ai permessi-premio e alla semilibertà. L’unica soluzione che viene proposta ai questi “particolari” detenuti, che non possono comunicare con l’esterno e possono vedere i prpri cari  è quella di collaborare con la giustizia.

Azzerare le loro possibilità di comunicare con l’esterno e con altri detenuti; questo l’obiettivo. L’antesignano fu Raffaele Cutolo che, tra isolamento aggravato e 41bis, è con tutta probabilità il boss più isolato al mondo. E poi c’è l’intera cupola dei Casalesi, fatta di gente irriducibile da decenni al carcere duro senza batter ciglio né strizzare l’occhio alla giustizia. Oggi li accomuna un pensiero, un’idea, una speranza.

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Oggi la Grande Chambre della Corte di Strasburgo esaminerà l’ammissibilità del ricorso del governo italiano contro le concessioni e i permessi ai detenuti all’ergastolo ostativo dopo il caso di Marcello Viola, pluriomicida in cella dal 1990 cui la Cedu ha dato ragione. «Sperano» Francesco Bidognetti, Francesco Schiavone Sandokan e Michele Zagaria. Ché, se s’apre questa breccia, possono infilarci, nel ricorso, anni di istanze per regime detentivo “inumano”, per citare Zagaria, fare causa allo Stato e sperare di passare magari gli ultimi Natali con i loro cari. I diciassette giudici della Grande Camera della Cedu oggi decideranno se l’ergastolo ostativo va rivisto. Ma se anche dovessero sentenziare in questi termini, l’ultima parola su permessi e affini, spetterebbe comunque ai tribunali di Sorveglianza, italiani, cui toccherà di volta in volta pronunciarsi sulle istanze dei capiclan.

Tutto nasce il 13 giugno scorso quando, con una sentenza adottata a maggioranza, la Corte europea di Strasburgo ha censurato per violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo – che vieta “trattamenti inumani e degradanti” – l’istituto dell’ergastolo ostativo. Il caso in esame riguardava Marcello Viola, un ergastolano condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso, sequestro di persona, omicidio e possesso illegale di armi. I giudici della Corte europea avevano sollecitato, con la loro pronuncia, una riforma dell’ergastolo ostativo.

LA POSIZIONE DELL’ITALIA – Dal Governo italiano, quindi, è arrivata la richiesta di rinvio alla Grande Chambre, sottoposta ora al vaglio di ammissibilità: nella sua istanza, il Governo ricorda come il fenomeno mafioso sia la principale minaccia alla sicurezza non solo italiana, ma europea e internazionale, e sottolinea che l’ergastolo ostativo è stato dichiarato più volte conforma ai principi costituzionali dalla Consulta. Per il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede l’ergastolo ostativo è l’unico caposaldo per la lotta alle mafie.

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I NUMERI – Oggi in Italia ci sono 957 ergastolani per crimini di mafia, mentre sono 1.150 i collaboratori di giustizia e 4.592 i soggetti (compresi i familiari) sotto protezione. In un anno (2017-2018) 111 membri di associazioni mafiose e 7 testimoni hanno scelto di collaborare.

“PASSO INDIETRO PER COMBATTERE I BOSS” – Sulla vicenda è intervenuto anche il magistrato della Direzione Nazionale Antimafia Nino Di Matteo che in una intervista rilasciata a Il Fatto Quotidiano ritiene che “eliminare l’ergastolo ostativo per mafiosi e terroristi, possibile effetto della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo attesa tra due giorni, rischia di far realizzare alle organizzazioni mafiose un obiettivo per loro fondamentale”, e sarebbe “un passo indietro complessivo nel sistema di contrasto alle organizzazioni criminali”.

“Chi conosce storicamente Cosa Nostra – ricorda – sa bene che l’unica vera preoccupazione per i mafiosi è proprio l’ergastolo, inteso come effettiva reclusione senza alcuna possibilità di accedere ai benefici”. Sin dai tempi del maxi-processo: “Da allora in poi l’abrogazione dell’ergastolo o comunque l’attenuazione attraverso la concessione di benefici è uno degli scopi criminali più alti delle organizzazioni mafiose. Ne abbiamo avuto prova in molti processi”.

Non a caso “attenuazione dell’ergastolo e 41-bis – sottolinea Di Matteo – come provato da dichiarazioni concordanti di collaboratori di giustizia e da intercettazioni erano i punti principali del cosiddetto ‘papello’ di richieste che Totò Riina fece avere allo Stato subito dopo la strage di Capaci”. Strategia proseguita anche in tempi recenti: “Attenuare la portata dell’ergastolo costituisce un chiodo fisso nei vertici dell’organizzazione”.

In altro a sinistra Cosimo Di Lauro. Al centro Raffaele Cutolo. In alto a destra Francesco Schiavone, in baso a destra Michele Zegaria

 

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