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I Gom e le torture della “Cella zero”, la testimonianza di Pietro Ioia

Un racconto di vita, un'esperienza struggente. Un percorso di espiazione compiuto da chi ha fatto i conti con il proprio passato

Cronaca
12 gennaio 2018 18:27 Di Andrea Aversa
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Ci venivano a prendere all’improvviso, di solito la notte quando non te l’aspettavi. Sentivi il rumore della cella che si apriva, entravano almeno in tre-quattro e ti portavano via con loro“, questo è uno dei tanti racconti contenuti all’interno del libro Cella zero” di Pietro Ioia ex detenuto che ha denunciato le presunte torture subite dai detenuti del carcere di Poggioreale e che sono oggi al centro di un processo che vede imputati 22 persone tra agenti penitenziari e medici.

La fatidica cella si troverebbe ai piani bassi del carcere, in un punto lontano e staccato dal resto dell’edificio. Utilizzato a volte per i colloqui e per gli smistamenti dei detenuti, spesso si trasformava in luogo di tortura. “I detenuti venivano fatti spogliare nudi, poi pestati e insultati. Ho ancora i brividi al pensiero“, ha scritto Ioia il cui libro è diventato anche sceneggiatura di uno spettacolo teatrale.

La situazione all’interno del carcere di Poggioreale è peggiorata alla fine degli anni ’80 quando la guerra tra Raffaele Cutolo e la Nuova Famiglia aveva portato tra le mura del penitenziario orde di detenuti. Il sovraffollamento e la netta separazione tra chi era affiliato alla Nuova Camorra Organizzata (NCO) e chi al Professore vesuviano, aveva generato un clima pesante ed esasperato dentro l’istituto di detenzione.

Gli agenti che avevano commesso tali azioni erano membri del Gruppo Operativo Mobile (GOM), una squadra speciale della Polizia penitenziaria che aveva il compito specifico di punire i detenuti bisognosi di una “raddrizzata”. Il racconto di Ioia è raccapricciante: “Ci facevano spogliare nudi e iniziavano a picchiarci. Ma le sofferenze non erano soltanto fisiche ma anche psicologiche“.

Ossa rotte, persone ridotte ad amebe, uomini con orgoglio e dignità distrutte che non riuscivano neanche più a dormire. Sono solo alcuni degli aspetti messi in evidenza nel libro che è diventato un manifesto di denuncia rispetto all’articolo 27 della Costituzione che in Italia è spesso calpestato: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato“.

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