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In visita a Poggioreale, un inferno ricco di umanità

Il racconto di una giornata trascorsa insieme ai detenuti e agli agenti penitenziari, in occasione della visita ispettiva del Partito Radicale

Cronaca
29 dicembre 2017 17:56 Di Andrea Aversa
11'

Il nostro appuntamento era fissato per le 10 al bar di fronte al penitenziario. Il locale è un’esempio della creatività dei napoletani, infatti, si chiama “L’angolo della libertà” ed è diventato il luogo di ritrovo di tutti i familiari dei detenuti che attendono di fare il loro ingresso nell’istituto per i colloqui. Non solo, ma tra un caffè e l’altro effettua servizio di “deposito telefonino” poiché alla modica cifra di 1 euro li trattiene visto che all’interno non possono essere introdotti. Un bel business considerato che al carcere di Poggioreale c’è un flusso medio di circa 400 visite giornaliere.

L’ARRIVO – Facevo parte della delegazione dell’associazione Penna Bianca che per il Partito Radicale ha eseguito una visita ispettiva all’interno del carcere. Siamo stati in attesa che arrivasse Rita Bernardini, una delle coordinatrici della Presidenza del partito e nel frattempo abbiamo scambiato due chiacchiere con Pietro Ioia, ex detenuto e autore del libro “La cella zero . Pietro ha iniziato a raccontarci la storia di un detenuto affetto un grave problema alla schiena. Nonostante ciò, è ancora in attesa della decisione del magistrato di sorveglianza in merito alla sua scarcerazione temporanea, affinché possa accedere alle cure necessarie.

Rita è arrivata e appena ha fatto il suo ingresso nel bar è stata “accerchiata” da alcuni dei familiari presenti. Questi ultimi le hanno fornito delle segnalazioni sui loro cari da riportare alla direzione del penitenziario. Una, particolarmente struggente, riguarda un rapinatore ferito all’addome da un colpo d’arma da fuoco esploso da una guardia giurata durante un furto. L’uomo è praticamente immobilizzato da un mese su una barella del padiglione San Paolo (la sezione ospedaliera del carcere) e nonostante sarebbe dovuto uscire il 22 dicembre per le cure, è stato raggiunto da una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere che l’ha trattenuto in cella. Un’altra storia molto particolare è relativa ad un giovane di Secondigliano appena 20enne che avrebbe commesso l’errore di infatuarsi della moglie di un ras del quartiere rischiando di diventare vittima di una probabile vendetta. Per questo motivo il ragazzo si sarebbe fatto arrestare, ma si sa in carcere le voci girano e quindi il 20enne sarebbe in pericolo anche tra le mura di Poggioreale.

L’ENTRATA E I NUMERI – Dopo aver raccolto tutte le segnalazioni, insieme a Rita abbiamo lasciato “L’angolo della libertà” ed attraversato la strada pronti per fare il nostro ingresso all’interno del carcere. Come da rito abbiamo consegnato i nostri telefoni cellulari e i documenti di identità. Dopo essere passati attraverso un metal detector siamo stati accolti dalla vice Direttrice Annalaura De Fusco e dal Comandante Antonio Sgambati che hanno comunicato alla Bernardini i principali dati che riguardano il sovraffollamento. Infatti, questo sono i numeri del penitenziario napoletano: 2.157 detenuti su una capienza “massima” di 1.637. Ben 520 in più. 150, invece, sono gli agenti della Polizia penitenziaria in meno rispetto al numero necessario. Secondo quanto riportato dalle autorità del carcere il 90% dei detenuti sono di nazionalità italiana, quelli impegnati in attività lavorative sono appena il 10%. Sono pochissimi quelli che frequentano i corsi scolastici, e non c’è un solo detenuto che fa i percorsi di formazione e i progetti sportivi (la struttura non è provvista di palestra).

Uno scenario devastante al quale si è aggiunta la testimonianza del primario dell’ASL Bruno Di Benedetto che ha descritto un quadro clinico negativo e caratterizzato, in particolare, da infezioni, malattie veneree e virus. Nonostante negli ultimi anni il carcere di Poggioreale abbia internalizzato molti reparti specialistici (ad oggi sono 22), la mancanza di risorse, macchinari e strutture adeguate, rappresenta un quadro clinico-sanitario più che preoccupante. Non solo, ma il non aver costruito degli impianti volti ad ospitare i pazienti che prima erano detenuti negli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG), ha costretto l’amministrazione a trasferire queste persone in carcere rendendo il contesto in cui vive la comunità penitenziaria ancora più incandescente.

L’INGRESSO NEL PADIGLIONE “SALERNO” – Terminata la raccolta dei dati, Rita Bernardini ha comunicato alla vice Direttrice Fusco di voler visitare il padiglione Salerno. La disponibilità della dirigente e del Comandante Stabile è stata squisita, l’unica raccomandazione è stata quella di muoverci in blocco e non disperderci per favorire il lavoro degli agenti che ci avrebbero “scortato”. Per la cronaca, il padiglione Salerno è quello al cui interno sono detenute persone per reati legati al traffico e spaccio di stupefacenti e risulta essere tra i “peggiori” da un punto di vista strutturale. Una volta entrati l’impatto è stato di quelli difficili da dimenticare. Salire le scale strette, sentire chiudere alle proprie spalle i cancelli del reparto con quel rumore metallico delle serrature nelle orecchie, è stata una sensazione che ricorderò per tutta la vita.

Il padiglione contiene circa 200 detenuti (inutile dire che sono in sovrannumero) divisi in due blocchi uguali formati da tre piani ognuno. Ad entrambi i lati di ogni piano vi sono almeno 4-5 celle. I detenuti del piano terra sono i più “fortunati“, infatti c’è uno spazio più ampio tra la celle. Ai piani superiori essendoci le scale, lo spazio è ridotto al minimo ed è rappresentato da un piccolo corridoio dove a stento è possibile camminare uno dietro l’altro. Ovviamente i livelli non sono comunicanti, per ognuno vi è un cancello esterno che può essere aperto o chiuso soltanto dagli agenti penitenziari. Le celle sono per la maggior parte tutte uguali e grandi circa 10 metri quadri in cui convivono in media 5-6 detenuti. Lo spazio è suddiviso da un’area più grande dove vi sono le brande a castello ed uno più piccolo che funge da “angolo cottura” con l’optional della tazza del water. Muffa ed infiltrazioni d’acqua sono ovunque, l’umidità regna sovrana e se non fosse per qualche piccola stufa la temperatura sarebbe gelida. Ovviamente nei mesi estivi, come ci hanno raccontato i detenuti, la situazione è all’opposto con il caldo torrido e insopportabile che diventa protagonista.

L’ARRIVO DELLA BERNARDINI, LE STORIE DEI DETENUTI E LA VISITA – Appena Rita ha fatto il suo ingresso nel padiglione è scattata un’ovazione da parte dei detenuti. L’affetto e il rispetto che l’intera comunità penitenziaria prova per il Partito Radicale è evidente ad ogni passo che facciamo all’interno della sezione. Se non fosse per gli agenti che ci hanno accompagnato saremmo stati letteralmente “assediati” dai detenuti. La necessità del contatto con persone che vengono dall’esterno, la voglia di stringere mani diverse dalle solite, di essere informati su quello che accade fuori e di parlare con gente nuova sono emozioni palpabili in ogni istante trascorso in quel padiglione. L’elenco delle segnalazioni è infinito ma sempre lo stesso: le condizioni disumane e degradanti nelle quali vivono i detenuti, stipati in un penitenziario fatiscente e non da paese facente parte dell’Unione Europea. Del resto la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha continuamente sanzionato l’Italia per quanto riguarda l’argomento carceri. Eppure negli ultimi tempi le cose sono migliorate, ad esempio oggi ai detenuti è consentito di stare fuori cella circa 7 ore al giorno (ogni padiglione ha le sue regole). Durante questo lasso di tempo blocchi di detenuti si dividono l’ora d’aria all’esterno. Poi dopo questo orario, devono tornare in cella per restarci fino al giorno successivo. In realtà questi cambiamenti positivi ci sono stati con l’arrivo nel 2014 del Direttore Antonio Fullone, non più in carica dallo scorso mese di maggio (era arrivato per sostituire la Direttrice Teresa Abate travolta dall’inchiesta sulla famosa Cella zero, presunto luogo di tortura). Un altro dramma è rappresentato dai detenuti stranieri a partire dalle difficoltà di comunicazione causata dalla non conoscenza della lingua italiana. Molti di loro vivono la tragedia di non riuscire a comunicare con il paese d’origine per dire ai propri familiari delle proprie condizioni. In questo caso è valida la massima “il mediatore culturale c’è ma non si vede“.

Ad un certo punto Rita Bernardini ha chiesto un attimo di attenzione perché ha avuto il bisogno di fare un annuncio a tutti i detenuti. Si è trattato di comunicargli dell’avvenuta approvazione dei decreti attuativi per la riforma del sistema penitenziario. È stato incredibile, nel giro di due-tre secondi il brusio, l’eco, le voci e le urla di tutti si sono trasformate in un unico e grande silenzio. L’attenzione era estrema. Tali disposizioni, che conosceremo nei dettagli alla fine del prossimo mese di gennaio quando saranno pubblicate sulla gazzetta ufficiale, dovrebbero prevedere: una revisione dei concetti di affettività e sessualità in carcere, di concepire più pene alternative alla detenzione, di migliorare le condizioni clinico-sanitarie all’interno dei penitenziari, di sviluppare percorsi scolastici e di formazione, di promuovere progetti culturali e sportivi, migliorare l’accesso al lavoro in carcere, di aumentare la possibilità per i detenuto di ottenere permessi speciali. L’eccitazione dei detenuti era al massimo stato. Ognuno ci ha chiesto quale potrà essere lo sconto di pena o se addirittura ci potesse essere la possibilità di una scarcerazione anticipata in base al proprio caso. Un pò come quelle persone anziane che ripetono sempre le stesse cose a causa dell’età, con la differenza che qui dentro ci sono persone dai 18 ai 60 anni. E noi non abbiamo mai smesso di ripetere la stessa frase: “Per ora possiamo confermare che i decreti sono stati approvati, tra 28 giorni conosceremo nel dettaglio tutti gli aspetti della legge“. Tutti ci hanno ringraziato del fatto che nessun altro partito si è mai occupato di loro, ci hanno detto che per come è concepito oggi il carcere esso rappresenta soltanto una macchina capace di sfornare dei criminali che escono peggiori di come vi sono entrati. Nonostante tutto ci sono stati scampoli di grande umanità, con un gruppo di detenuti che ci ha offerto il panettone e il caffè. Da questo dialogo tra noi e i detenuti, è emersa la capacità di persone come la Bernardini di essere in grado di porsi con loro da pari a pari. Senza compassione o pregiudizio ma con un trattamento nei confronti di persone uguali tra loro e consapevoli del luogo in cui si trovano ed è avvenuto questo confronto.

L’ultimo capitolo della visita ispettiva è stato dedicato ai detenuti che per particolari patologie cliniche sono detenuti in un reparto distaccato dal resto del padiglione. Qui abbiamo incontrato persone con serie difficoltà motorie (e non solo) che come tutti gli altri ci hanno tenuto a denunciare le pessime condizioni nelle quali sono costretti a vivere. Una conclusione che ha dimostrato per l’ennesima volta quanto è disatteso l’articolo 27 della Costituzione: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato“.

L’USCITA E LA SPERANZA – A visita terminata, mentre con la vicedirettrice prendevamo un caffè, ci siamo trovati in un silenzio irreale. Non capendo come mai dall’interno della struttura non provenissero rumori abbiamo scoperto che da qualche anno la Curia, grazie al Cardinale Sepe, ha regalato un abbonamento che consente ai detenuti di guardare le partite di calcio in diretta. Ed effettivamente erano le 15, orario in cui i calciatori delle varie squadre erano già in campo e i detenuti incollati ai piccoli schermi presenti nelle loro celle. Una volta recuperati cellulari e documenti il portone si è chiuso alle nostre spalle mentre fuori ci aspettava l’ultimo raggio di sole della giornata, a conferma del fatto che la “speranza è davvero l’ultima a morire“, simbolo di quel comandamento che Marco Pannella ha predicato in modo cristiano fino alla fine dei suoi giorni: Spes contra Spem, dall’avere speranza all’essere speranza.

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