All’inizio di Via Costantinopoli, n.98, poco distante dal primo arco di port’Alba, fu edificata nel 1500 una casa di grandi dimensioni, che, nonostante la mole ragguardevole, non lasciava immaginare affatto quale radioso futuro la storia le avrebbe riservato. Il proprietario, il principe di Conca, vendette l’immobile al Barone di Marigliano, il quale morì poco più tardi, lasciando l’immobile al figlio minore, in eredità. I tutori del bambino preferirono vendere a loro volta, e subentrò l’uomo che trasformò quella casa in Palazzo Firrao.

Quell’uomo era Cesare Firrao, principe di Sant’Agata. Tra il 1598 e il 1621 Cesare portò tutta la sua famiglia a Napoli, dopo essersi guadagnato onori e rispetto in quel di Cosenza, dove si distinse per aver dato fondo ad ingenti investimenti per finanziare chiese, monasteri, ed il Collegio delle Scuole Pie. Fu a Napoli che Cesare si guadagnò il titolo di Principe di Sant’Agata, e sempre a Napoli divenne montiero maggiore della Real Corte di Filippo III d’Asburgo-Spagna.
LA CASATA DEI FIRRAO
La sua era una casata antichissima, di origine normanna. Il capostipite era Rahone, e la sua prole, detta Filiis Rahonis, andò a costituire la famiglia dei Firrahoni, da cui Firrao. Nel XIII secolo ritroviamo un loro rappresentante, Ruggiero, al fianco dell’imperatore Federico II di Svevia come giustiziere. Il resto della discendenza, fino a giungere a Cesare Firrao, andò a rimpinguare le fila di feudatari e nobili combattenti.
Dopo Cesare, la casata annoverò due prelati di prestigio, entrambi Giuseppe: l’Arcivescovo di Aversa, delegato pontificio in Portogallo, e il Cardinale Arcivescovo di Napoli che nel 1808 benedì l’incoronazione di Gioacchino Murat quale Re di Napoli. Un onore per alcuni, una colpa per altri. Fatto sta che dalle mani di un Firrao passarono ineluttabili le sorti di quegli anni turbolenti.
La stirpe dei Firrao finì agli inizi del 1800, quando Tommaso Firrao, giunto a divenire viceré di Sicilia, conseguentemente alla stima di Ferdinando IV, ebbe una sola figlia femmina: Livia. I più lesti ad accaparrarsi la ghiotta occasione furono i Sanseverino, nella figura del principe Tommaso, che sposò Livia e ne assorbì l’intera sfilza di titoli nobiliari.
I LAVORI DI RESTAURO
Insomma, l’acquirente di quel che sarebbe divenuto Palazzo Firrao, il nobile Cesare, garantì una dimora adeguata al lignaggio della sua famiglia, per circa 200 anni. Acquistò questa grande casa dai tutori del figlio del Barone di Marigliano, e ne rivoluzionò soprattutto la facciata, nell’ambito dei lavori di riqualificazione della Strada Costantinopoli, voluti dal vicerè Antonio Alvarez de Toledo.
Va da sé che il restauro fece piazza pulita di moltissimi elementi architettonici e decorativi cinquecenteschi, ma quanto vi aggiunse in termini artistici compensò di gran lunga le perdite.
Ad ideare il piano di restauro si dice possa essere stato Cosimo Fanzago, che avrebbe lasciato a Jacopo e Dionisio Lazzari (padre e figlio) la realizzazione.
I PIANI DI PALAZZO FIRRAO
Come accadeva per molti palazzi dell’epoca, in particolare nella zona di Piazza Dante Alighieri, la costruzione ruotava intorno al giardino. Si componeva di quattro piani. Il piano terra era adibito alla cura dei cavalli e alla conservazione di merci e generi alimentari. Il secondo ed il terzo piano contenevano gli alloggi nobiliari. L’ultimo piano era riservato alle guardie e al personale addetto alla manutenzione ordinaria della casa.
LA FACCIATA DI PALAZZO FIRRAO
Il pianterreno è scandito da sei grandi paraste ioniche. Quattro finestre, ancora una volta simmetricamente disposte rispetto al portale, sono sormontate ognuna da un timpano spezzato, sovrastato da una giara. Alle estremità della facciata inferiore, in piperno, due nicchie contenenti statue femminili settecentesche, copie di originali molto più antichi.
Sull’enorme timpano spezzato che sovrasta il portone d’ingresso sono adagiate due figure femminili, che per stile e pose ricordano da vicino la classicità greca. L’una rappresenta la Magnanimità, con cornucopia e leone; l’altra la Liberalità, con cornucopia e aquila. Tra le due figure femminili, significativamente, lo stemma dei Firrao: uva, corona, e cavallo emergente.
Il primo piano si pone architettonicamente nella struttura del pianoterra. Non a caso i capitelli delle paraste ioniche vanno a definire l’esatta altezza del primo piano. Così come avviene per il timpano spezzato presente sul portone d’ingresso, che rivela la volontà architettonica di riassumere pianterreno e primo piano in un unico registro visivo.
Al secondo piano le paraste tra le finestre e i balconi (originali cinquecenteschi) brulicano di oggetti militari in bassorilievo. Ma spiccano all’interno di altrettante nicchie, i busti di regnanti aragonesi in ordine sparso, con al centro l’imperatore Carlo V, e ai lati Filippo II, III e IV, Ferdinando II e III, e Carlo II. La riconoscenza a chi ha dispensato titoli ed onori ad una famiglia appena giunta a Napoli, prima di tutto.
Al terzo piano, sorretti dalle lesine con capitelli che s’innalzano dal secondo piano, le armi dei Firrao, i simboli araldici che ne evidenziano storia e caratteristiche. Il cavallo nascente dalla corona, come sul portone d’ingresso; grappoli d’uva disposti su un arbusto, il vero stemma di famiglia; il leone con chiave e plico, potere e nobiltà di lignaggio.
IL DOPO FIRRAO
Quando la dinastia dei Firrao ebbe termine, con l’ultima erede femmina, Livia, i Sanseverino, come detto, vennero in possesso di titoli e proprietà di famiglia. Fecero del Palazzo Firrao la propria dimora, fino al 1888, anno di morte di Sanseverino di Bisignano. Il palazzo fu acquistato dagli Spinelli (i prestigiosi vicini di casa, supponiamo esasperati da secoli d’invidia).
