Ultimo aggiornamento venerdì, 20 ottobre 2017 - 20:06

Il Sultano ha vinto, la Turchia ha perso: il regime di Erdogan adesso ha la strada spianata

Politica
19 aprile 2017 02:10 Di Andrea Aversa
6'

Da questo lunedì 17 aprile in Turchia cambia tutto. Durante i giorni in cui molti di noi hanno festeggiato la santa Pasqua, il paese – ponte tra l’Occidente e l’Oriente ha deciso il suo destino. Infatti il popolo si è espresso e una stentata maggioranza (il 51%, con polemiche di brogli elettorali annesse) ha votato per il SI che tra due anni consentirà l’entrata in vigore di un nuovo sistema politico. Un regime super presidenzialista nel quale Recep Tayyip Erdoğan potrà essere protagonista incontrastato e al potere fino al 2034.

Il nuovo Sultano deterrà il potere esecutivo, potrà proporre dei provvedimenti legislativi all’unica camera che costituisce il Parlamento, potrà a sua volta rimandare a quest’ultimo una legge, nominerà i giudici della Corte Costituzionale e i ministri, potrà togliere loro il mandato, nonché sciogliere la camera e indire nuove elezioni. Il Parlamento si svuota delle sue funzioni di garante rispetto al potere esecutivo e non potrà più sfiduciarne il Presidente. Quest’ultimo, nonostante avrà bisogno dei voti della camera per legiferare in materia di libertà e diritti civili, potrà dichiarare lo stato di emergenza attuandone di fatto una loro sospensione.

Alcune prime riflessioni sul voto fatte da illustri opinionisti ed esperti, hanno fatto emergere un dato che accomuna tutte le più recenti elezioni con le quali si è confrontata l’opinione pubblica. Ad esempio, così come per la Brexit e l’elezione di Donald Trump, a votare a favore della riforma, sono stati gli uomini e le donne da 40 anni in su e residenti per la maggior parte nelle zone rurali della Turchia. Invece, a dire NO al referendum voluto da Erdogan sono stati i giovani e i cittadini residenti nei centri città. Addirittura ad IstanbulAnkara (due roccaforti del partito di cui è a capo il Sultano), città tradizionalmente conservatrici, ha prevalso il NO.

Ma queste, così come le polemiche sui brogli e le presunte irregolarità sul voto, sono osservazioni che nonostante siano importanti, lasciano il tempo che trovano. Il dado è ormai tratto: la Turchia ha preso una strada ben precisa, voluta con forza da Erdogan e nulla potrà far tornare indietro un popolo che ha democraticamente detto SI al referendum per questa contestata riforma presidenzialista. Qual è questo percorso? È una direzione presa da qualche anno, dalle prime e feroci polemiche con una sorda e cieca Unione Europea che ben poco ha fatto per una vera integrazione di un paese fondamentale sullo scacchiere geopolitico internazionale.

Fatto sta, però, che la crisi dei migranti ha costretto l’UE a stipulare un accordo economico molto vantaggioso per la Turchia affinché le nostre coste non venissero invase continuamente dalla marea di persone che scappa ogni giorno dalla Siria. Non solo, Erdogan ha addirittura ribaltato la scena minacciando i vicini europei di far saltare questo accordo se l’Europa si fosse intromessa nella politica interna turca. Proprio il conflitto siriano ha mutato in modo radicale il ruolo dell’ex Impero Ottomano.

Nel “regno” di Bashar al-Assad la Turchia è stata costretta a giocare una doppia partita. Prima nemica assoluta del regime di Damasco e del filone sciita dell’Islam (quindi dell’Iran), essendo alleata dell’Arabia Saudita e di quei movimenti islamisti sunniti come i Fratelli Musulmani. Poi l’esplosione della guerra all’Isis e del conflitto civile tra Assad e i ribelli, con l’ingresso in campo della Russia, hanno cambiato le carte in tavola. Erdogan, da una parte, si è allineato all’azione di Vladimir Putin, barattando la permanenza al potere di Assad con la possibilità di contrastare la nascita di una nazione curda. Dall’altro lato i leader turco, essendo già un membro importante della Nato, si è schierato con gli USA nella guerra a Daesh.

Tra la mania di una supremazia della corrente sunnita a discapito di quella sciita e la lotta al popolo curdo, la Turchia si è trovata spesso nell’occhio del ciclone dal punto di vista degli attentati terroristici. Questi ultimi sono stati causati sia dall’Isis che dal Pkk il partito indipendentista curdo. Nel mezzo un tentativo di golpe fallito da parte dei militari contro Erdogan. Quest’ultima vicenda ha segnato la nascita di uno stato di emergenza perenne e la sospensione dei diritti civili e politici: un numero impressionante di agenti delle forze dell’ordine, ufficiali dell’esercito, giornalisti, giudici, magistrati e oppositori politici, sono stati messi in galera.

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Una vera e propria repressione contro la quale l’Occidente (Europa in primis) non ha saputo rispondere e reagire. Adesso tutto questo è stato rafforzato dalla vittoria che Erdogan ha ottenuto tramite l’ultimo referendum. Certo, il Sultano non ha ottenuto dalle urne il plebiscito che desiderava ma la prospettiva di sostituire nell’immaginario collettivo la figura di Mustafa Kemal Atatürk (il padre fondatore della Turchia dopo la caduta dell’Impero Ottomano) con la propria è più concreta che mai. L’ultima scommessa del Presidente è stata annunciata alla folla felice per la vittoria del SI: un nuovo referendum sulla reintroduzione della pena di morte. Un ultimo tassello per distruggere quel poco che la Turchia ha iniziato a rappresentare per il mondo: un modello di nazione islamica, laica e moderna in cui lo stato di diritto fosse rispettato.

Quei giorni sembrano ormai un sogno lontano e irrealizzabile. La pena capitale sarà la goccia che farà traboccare il vaso e allontanerà per sempre la Turchia dall’Europa. Tuttavia per rendere reale questa nefasta prospettiva non bisognerà attendere quest’altra ipotetica consultazione popolare. Per quanto riguarda l’autoritarismo e l’integralismo islamico la Turchia è sulla buona strada, anzi su quella cattiva. In fondo tutti ci saremmo augurati che la direzione intrapresa dal paese sulle rive del Bosforo fosse diversa, fosse almeno quella giusta.

Adesso l’imperativo dell’Occidente è non lasciare solo quel 49% di turchi che ha votato NO e soprattutto non isolare la comunità turca in Europa che solo in Germania conta circa 2 milioni di cittadini. Una curiosità: all’estero (anche nella nazione della Cancelliera Angela Merkel) il SI ha preso il 60% dei consensi, anche in quei paesi (come l’Olanda) che si sono rifiutati di far atterrare i ministri del governo turco per fare dei comizi e tenere degli incontri per la campagna referendaria in favore del SI. Strategie di aumento del consenso politico interno identificando un nemico esterno? Può darsi ma le conseguenze di lungo termine potrebbero essere disastrose e i politici di oggi ne saranno responsabili. Come si dice, non piangere sul latte versato e chi è causa del suo mal pianga se stesso.

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