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Il culto di Priapo a Napoli, il dio greco della fertilità

Cultura
8 Marzo 2017 18:22 Di redazione
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Priapo è il dio della fertilità, nonché uno degli dei più simpatici dell’intero Olimpo. Tanto simpatico che dall’Olimpo venne cacciato senza rimpianti né esitazioni, perchè tentò di abusare nel sonno di Estia, la tranquilla dea della casa e del focolare. Chi salvò le grazie e la reputazione della dea fu un asino, che ragliò a squarciagola tutto il suo disappunto per quanto stava accadendo.

Per questa ragione Priapo ordinò ai suoi adepti di sacrificare in suo onore almeno un asino all’anno. Una creatura che lui odiò per sempre, ma che in fondo ne è diventato l’alter ego in terra, vista l’analogia che lega i loro falli. Perché la caratteristica principale di Priapo è, si, proprio quella: un pene smisurato. Caratteristica che lo rese l’ideale candidato a rivestire il ruolo di dio della fecondità degli uomini, della fertilità della terra, della potenza virile maschile.

Purtroppo per lui, però, era figlio di Afrodite, la dea della bellezza, nonché la più invidiata da Era, terribile moglie di Giove impegnata a rovinare la vita di chiunque entrasse nelle grazie di suo marito. E così Era tradusse la sua gelosia in vendetta, e deformò irrimediabilmente il corpo di Priapo, figlio di Afrodite e Zeus, conferendogli quell’aspetto ripugnante che osserviamo in alcune antiche statuine.

A dire il vero, circa il padre di Priapo ci sarebbe da aprire una smisurata parentesi, perchè a tal proposito esistono una serie di miti e leggende discordanti. C’è il filone che parla di Ares, chi di Ermes, chi di Adone. Ma probabilmente la tradizione più riconosciuta vuole Priapo essere figlio di Dioniso, il dio greco del vino e del piacere sensoriale.

PRIAPO A NAPOLI E IN CAMPANIA

Priapo a Napoli ci arriva in due maniere. Sulla barca della storia, traghettato nel territorio del Sud Italia dai greci, con tutto il loro bagaglio di miti, leggende, divinità, eroi, e tradizioni orali, tra cui Priapo, per l’appunto, era uno dei soggetti più spassosi. E con Parthenope, la sirena cui Ulisse negò l’amore, e che si lasciò morire, trasportata dalla corrente nel Golfo di Napoli.

In cosa potrebbero mai incontrarsi la storia della sirena Parthenope e le pulsioni irrefrenabili del dio Priapo? Nella fecondità. Parthenope DOVEVA morire, perchè non riuscì a consumare l’amore con il suo prescelto. Doveva morire perchè il suo destino, la nuova vita generata, avrebbe trovato una via alternativa per realizzarsi: perdersi nel sottosuolo e dar vita a Napoli. Fecondazione e fondazione, ecco dov’era Priapo, in Partenope.

Dalle origini alla storia, il mito di Priapo si diffuse a macchia d’olio. In Campania nacquero ad esempio le baccanali per celebrare Bacco. E inesorabilmente si trasformarono in occasioni frequenti per darsi a smodate manifestazioni di libertinaggio estremo. Queste vere e proprie orgie vennero abolite a partire dal 186 a.C. Ufficialmente. Ma ufficiosamente si chiusero ben più di due occhi per permetterne la clandestina prosecuzione.

PRIAPO A POMPEI

La vera e propria devozione nei confronti di Priapo può essere ancora ammirata in forma pittorica in quanto resta di Pompei. Pitture e sculture, sopravvissute alla furia del Vesuvio 79, testimoniano ancora oggi quanto quotidiana fosse la presenza di Priapo nelle case dei cittadini campani. Col tempo la sua presenza “artistica” fu considerato talmente di buon augurio da funzionare come amuleto contro il male.

Una delle forme più caratteristiche dell’arte (o dell’artigianato) legato al culto di Priapo era il fallo volante, una sorta di animale mitologico con zampe posteriori, ali, e pene in luogo del collo e della testa e della coda. Anche in questo caso parliamo di oggetti diffusissimi nella quotidianità dei campani.

LE FALLOFORIE

Non era insolito ritrovarsi, durante i Carnevali napoletani, al centro delle Falloforie. Si trattava di cortei organizzati in periferia, in cui la tematica sessuale di ispirazione priapesca era il fulcro della festa. In quei giorni veniva fatta girare per le strade una statua lignea di Priapo, dotata di un mostruoso fallo di spropositate dimensioni.

IL CIPPO DI SAN GENNARO

Nelle catacombe di San Gennaro a Napoli fu rinvenuta una stele di marmo con un’evidente forma fallica, come evidente è la sua “verticalità”. Venne conservato in una saletta per lunghi periodi dichiarata inagibile, in realtà chiusa al pubblico per questioni di decenza (il luogo era sacro). Si tentò persino di occultare la notizia, per evitare ironiche allusioni.

Ma le scritte sulla stele riportavano chiaramente il nome “Priapo”, il dio più odiato nel ventaglio del paganesimo greco dalla Chiesa Cattolica. Come spiegare la sua presenza in un luogo così sacro? Uno scherzo o una momentanea sistemazione di un reperto ritenuto significativo dal punto di vista artistico.

In realtà potrebbe trattarsi di una delle funzioni meno note di Priapo nell’antichità: quella di custode di sepolcri. Priapo e la sua potenza generatrice, Priapo e la sua prepotente fertilità, è anche alla base del sistema di creazione del Cosmo, e quindi al confine tra la morte e la vita. Era frequentissimo in tempi antichi ritrovare statuette di priapo nelle tombe, perchè marcava i limiti dell’uno e dell’altro mondo.

RAFFIGURAZIONE NATIVITÀ

L’imbarazzante commistione tra festività religiose e resistenza priapesca è testimoniata anche nei racconti delle prime raffigurazioni della Natività, a Napoli. Quello che doveva essere un primato napoletano, e quindi un vanto per gli ambienti ecclesiastici della città, le Sacre Rappresentazioni della Natività, si trasformavano sovente in un’occasione per lasciarsi andare a cori scherzi e lazzi nei quali la figura di Priapo era citata spesso e volentieri.

CRYPTA NEAPOLITANA E FESTA DELLA MADONNA DI PIEDIGROTTA

Lo scrittore romano Petronio Arbitrio ambienta una scena del suo Satyricon (I sec. d.C.) in piccolo tempio dedicato a Priapo, nei pressi della Crypta Neapolitana. Qui i tre protagonisti del romanzo sono testimoni di ciò che spesso accadeva nel mese di Settembre: il tempietto diveniva luogo di incontro per chiunque desiderasse partecipare a pratiche sessuali libere in nome del Dio Priapo.

Durante questi riti pagani alcune vergini scelte da una sacerdotessa venivano portate all’interno di grotte sotterranee e svestite dei loro abiti. Ultimato il rito iniziatico della nudità, imprescindibile per il significato e l’atmosfera, venivano vestite con uno strato di pelle di pesce, e da lì in poi consumavano un amplesso con un giovane vestito alla stessa maniera.

Quando la Chiesa, esasperata dalla persistenza di queste pratiche oscene, decise per la costruzione di un santuario mariano proprio in quei luoghi, le vecchie abitudini si fusero con le nuove istanze religiose. La cappella eretta in onore della Madonna dell’Idria divenne la meta preferita di quelle donne che intendevano chiedere a Maria un aiuto per poter rimanere incinte.

La fertilità di Priapo e la generosità della Madonna, in un improbabile connubio. A Napoli tutto è possibile. Anche la festa della Madonna di Piedigrotta, infatti, nata nel 3° secolo d.C., mantenne nella partecipazione popolare alcuni dei connotati che identificavano i baccanali a Napoli: chiasso, baraonda, confusione, risse, scherzi non proprio in linea con una festività religiosa, volgarità di ogni tipo.

CORNICIELLO E PEPERONCINO

E non è finita qui. Priapo è presente in ogni corniciello e in ogni peperoncino vengano utilizzati per scacciare il malocchio. A cosa vi fa pensare, infatti, la forma allungata e non rettilinea di questi oggetti, che inondano ancora oggi i negozi di souvenir di tutta Napoli? Esattamente. La positività del personaggio di Priapo viene anche richiamata col colore rosso, con cui venivano sovente dipinte le statuette del dio greco.

PESCE DI SAN RAFFAELE

Non possiamo mancare di citare il rituale del bacio al pesce di S. Raffaele. Ennesima dimostrazione di come sacro e profano a Napoli si danno del tu, senza mai offendersi. La statua dell’Arcangelo San Raffaele stringe un pesce in una mano. Le donne che intendono assicurare al proprio uomo una degna progenie, baciano il pesce di San Raffaele.

La Chiesa non ha potuto ostacolare questa tradizione, perchè nella storia cristiana il pesce era utilizzato come simbolo di riconoscimento dei cristiani perseguitati, oltre che un acrostico che stava per Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore. Conosciamo tutti anche fin troppo bene il significato che ogni napoletano attribuisce alla parola “pesce”. E probabilmente non c’è bisogno di fornire ulteriori spiegazioni al perchè di quel bacio al pesce di San Raffaele.

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