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Fabrizio Corona sta male, deve uscire dal carcere: perché l’ex paparazzo non può stare in cella

L'ex 'Re' dei paparazzi ha una condizione psicologica compromessa: deve essere ricoverato in una struttura sanitaria idonea

Giustizia
1 Aprile 2021 19:01 Di Andrea Aversa
6'

Da un punto di vista giudiziario Fabrizio Corona deve essere giudicato per ciò che ha fatto e per le prove dimostrate dall’accusa. La pena deve essere proporzionata al reato commesso e sentenziata dal giudice nei diversi gradi di giudizio.

Nient’altro deve influenzare la loro azione. Né il carattere dell’ex paparazzo, né se egli possa piacere o essere antipatico all’opinione pubblica. C’è poi un altro aspetto, per nulla secondario, anzi importantissimo: lo stato di salute psicofisica di qualsiasi imputato.

Perché Fabrizio Corona non deve stare in carcere

Si, perché il ‘caso Corona‘ non riguarda solo l’ex di Belen RodriguezNina Moric, ma tutti i detenuti con problemi di salute. E nello specifico con patologie psicologiche e psichiatriche. Corona non sta bene, per questo motivo lui e tutti coloro che si trovano nella sua condizione, dovrebbe essere scarcerati.

Per loro, prima dovrebbero aprirsi le porte del carcere e poi quelle di centri sanitari e clinici idonei. In questo senso il Partito Radicale ha iniziato una battaglia lanciando un appello che qui riportiamo. Una lettera inviata al Ministro della Giustizia Marta Cartabia e al Ministro della Salute Roberto Speranza. Una prima risposta positiva è arrivata dal Sottosegretario alla Sanità, ex vice ministro, Pierpaolo Sileri.

L’appello

Il problema della salute mentale in carcere, oggi rilanciato dalla vicenda che riguarda Fabrizio Corona e che coinvolge da ben prima di lui migliaia di altri cittadini, esige una vostra urgente e concreta risposta. Nei 109 istituti di pena italiani il 78% dei ristretti è affetto almeno da una condizione patologica, di cui per il 41% da una patologia psichiatrica.

Non ci sono dati ufficiali ma grazie al lavoro del terzo settore e dei sindacati di polizia penitenziaria si è a conoscenza che oltre il 50% dei detenuti assumono psicofarmaci. I dati ci dicono che i detenuti con dipendenze da sostanze psicoattive rappresentano il 23,6%, con disturbi nevrotici il 18% , il 6% con disturbi legati all’abuso di alcol e il 2,7% con disturbi affettivi.

Dall’ultimo rapporto dell’Associazione Antigone del 2020 risulta che, nei 98 istituti visitati, il 27% dei detenuti è in terapia psichiatrica (Spoleto il 97%, a Lucca il 90%, a Vercelli l’86%) e il 14% dei detenuti è in trattamento per dipendenze.

Per quanto riguarda la questione dei malati di mente la normativa italiana è ferma a quanto prescritto dal Codice Rocco del regime fascista, risalente a ben 91 anni fa; le norme relative alla imputabilità, alla pericolosità sociale, sono del 1930 e sono ancora in vigore, nonostante siano profondamente mutate le conoscenze scientifiche in ambito psichiatrico.

Inoltre, esistono due provvedimenti cautelari della CEDU in materia di diritti dei detenuti e soggetti vulnerabili relative al caso di due pazienti psichiatrici detenuti in carcere che hanno disposto che il Governo italiano provveda al loro immediato trasferimento presso una struttura idonea ad assicurare un trattamento medico-sanitario adeguato alle loro condizioni di salute.

Nel 2020 si sono registrati 61 suicidi in carcere mentre nel 2019 ne sono avvenuti 53. La modalità principale di suicidio è l’impiccamento. L’Italia è al di sopra della media UE per numero di suicidi in rapporto alla popolazione carceraria: il tasso italiano di suicidi per 10mila detenuti è di 10,1 nel 2018, il tasso medio UE è di 7,2. Mentre sono oltre 10mila i casi di autolesionismo che si registrano ogni anno.

Riteniamo doveroso riportare in questo appello quanto ebbe a dire qualche tempo fa il dottor Francesco Ceraudo, per 25 anni Presidente dell’Associazione nazionale dei medici dell’amministrazione penitenziaria: “Nelle carceri italiane si entra puliti e si esce dipendenti. La dipendenza da psicofarmaci fa comodo a tutti. Per il direttore del carcere e la polizia penitenziaria è utile che il detenuto se ne stia tutto il giorno accucciato sul materasso. È meglio anche per i medici e gli infermieri che se ne stia tranquillo, non si metta a urlare, sia passivo, senza vitalità.”

A supporto di quanto denunciato da anni dal Partito Radicale circa l’illegittimità di avere la pretesa di poter curare i malati psichiatrici in carcere, ci vengono in supporto le considerazioni del Comitato Nazionale per la bioetica, il quale fornisce delle raccomandazioni, ossia:

“Assicurare forme umane di detenzione, rispettose della dignità delle persone, offrendo un trattamento con opportunità di formazione e di lavoro nella prospettiva risocializzante è l’obiettivo basilare per tutelare la salute mentale di tutti i detenuti e le detenute. Sulla base del diritto alla tutela della salute e della parità nel diritto “dentro” e “fuori” le mura, la cura delle persone affette da grave disturbo mentale – e che abbiano compiuto reati – dovrebbe avvenire di regola in contesti territoriali e residenziali curativi e non in istituzioni detentive”.

Nel 2014 il Comitato Nazionale di Bioetica ha adottato un parere in merito alle attuali condizioni dei detenuti affetti da infermità psichica con il quale si evidenzia l’importanza del principio di parità di tutela del diritto alla salute dei soggetti detenuti e dei soggetti liberi, in quanto “diritto umano e costituzionale”.

Sottolinea come, da ricerche italiane e internazionali, emerga che il carcere sia un luogo in cui la salute mentale non trovi un’adeguata tutela e che la popolazione carceraria generalmente goda di una salute mentale più precaria rispetto alla popolazione libera e parla di una fisiologica incompatibilità tra il carcere e un’adeguata tutela della salute mentale: da ciò emerge come le persone affette da disturbi psichiatrici dovrebbero essere curate di regola in strutture diverse dal carcere, mantenendo sempre un legame con il loro territorio di appartenenza.

In base a queste considerazioni, il CNB raccomanda di provvedere a che la cura delle persone affette da grave disturbo mentale e che abbiano compiuto reati, avvenga in contesti territoriali e residenziali curativi e non in istituzioni detentive.

Anche la Corte costituzionale fra il 2003 e il 2004, richiamando la preminenza del diritto alla salute della persona affetta da disturbo mentale, afferma che “le esigenze di tutela della collettività non potrebbero mai giustificare misure tali da recare danno, anziché vantaggio, alla salute del paziente”.

Noi sottoscritti riteniamo che occorre far prevalere l’interesse del malato, noto ed ignoto, che non può essere garantito all’interno delle mura di un carcere e Vi chiediamo che vengano messi a disposizione i dati necessari nei portali istituzionali atti a completare la fotografia reale della situazione della patologia psichica in carcere, e che si adottino con la massima urgenza misure per il trasferimento dei malati psichici in strutture e servizi territoriali/residenziali curativi alternativi al regime detentivo.

Perché Fabrizio Corona non può stare in carcere
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