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Morto in carcere per febbre: “Claudio doveva essere operato da tempo, la moglie avvisata dai detenuti”

Cronaca
13 Febbraio 2019 11:28 Di Ciro Cuozzo
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Protesta e dolore all’esterno del carcere di Poggioreale a Napoli dove la scorsa notte familiari e conoscenti di Claudio Volpe, detenuto di 34 anni deceduto nei giorni scorsi per febbre alta, hanno manifestato per chiedere che venga fatta luce sulle cause della morte, accertando eventuali responsabilità.

Nato e cresciuto a Pianura, periferia occidentale di Napoli, Claudio Volpe, da tutti chiamato “Cioppino“, è stato arrestato nel giugno del 2017 per spaccio nel Rione Traiano. Stava scontando la sua pena nel padiglione Milano di quello che è stato ribattezzato da Pieto Ioia, ex detenuto ed oggi attivista per i diritti dei carcerati, il “mostro di cemento”. Una notte di tensione sia all’interno che all’esterno del carcere di Poggioreale dove si sono svolte due manifestazioni di protesta, una dei detenuti, l’altra, fuori al penitenziario, da una trentina di congiunti di Volpe.

Chiede chiarezza Valentina, la moglie di Volpe. “Non si può morire così” ripete più volte mentre altri familiari urlano ad alta voce “Assassini”. “Giovedì ho fatto il colloquio e mio marito stava benissimo. Abbiamo parlato, ci siamo baciati. Poi dopo ho saputo che era morto senza ricevere nessuno avviso. Sono andata dai carabinieri a chiedere spiegazioni, dopodiché ho saputo che mio marito è stato per tre giorni morto sopra a un letto. E’ morto con 38,5 di febbre. Non si può morire così”.

“Vogliamo giustizia” ripetono altre persone mentre danno conforto alla moglie di Volpe. “Chiediamo di fare luce su come è morto Claudio e se c’è stato un effettivo tentativo di salvarlo. Era giusto che pagasse la sua pena da vivo e non con la morte”. Protesta che è proseguita anche in giornata.

LA SECONDA PROTESTA – Poco dopo le 12 si sono radunati nuovamente all’esterno del carcere di Poggioreale i congiunti di Volpe. Hanno chiesto di parlare con la direttrice del penitenziario, anche per vedere la cartella clinica di Claudio Volpe che però è stata posta sotto sequestro dal magistrato di turno.

“Claudio aveva un problema di sovrappeso – racconta un familiare -. Già prima di essere arrestato doveva sottoporsi a un intervento. La moglie ha più volte fatto presente questa cosa ma è sempre stato tutto rigettato”. Poi il racconto degli ultimi giorni di vita: “Valentina (la moglie, ndr) lo ha visto giovedì scorso durante il colloquio e stava bene. Poi ha avuto la febbre da venerdì a domenica, quando è morto. I detenuti hanno chiesto più volte l’intervento di un medico. Quando è arrivato, domenica intorno alle 19, lo ha visitato, gli ha fatto un lavaggio e ha detto che doveva prendere solo dei medicinali. Una persona in sovrappeso non può prendere però troppi farmaci. Poi nel giro di due ore Claudio è morto”. Sarà ora l’autopsia a chiarire le cause del decesso accertando eventuali responsabilità.

“Quel che fa più rabbia – spiega il cognato di Volpe – è che a mia sorella non è stato detto nulla della morte del marito. E’ stata la moglie di un altro detenuto ad avvisarla”.

LA PROTESTA ALL’ESTERNO DI POGGIOREALE E LE PAROLE DELLA MOGLIE

Sulla vicenda è intervenuto anche Emilio Fattorello, segretario nazionale per la Campania del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE: “Almeno due reparti detentivi di Poggioreale, il ‘Livorno’ e il ‘Salerno’ hanno dato vita alla rumorosa protesta della battitura rivendicando iniziative e provvedimenti circa il sovraffollamento e la sanità. Fuori alla Ticino (alle spalle dell’ingresso principale dove mettono le auto i poliziotti) c’era un gruppo di circa 30 donne (sicuramente familiari dei detenuti) che hanno lanciato bottiglie e pietre sia contro il cancello ed anche all’interno del parcheggio per protesta contro il personale di polizia penitenziaria (da voci dicono per la morte del detenuto giorni fa) sequestrando una decina di colleghi all’interno del parcheggio, che non potevano uscire. Lo hanno potuto fare solamente solo con l’intervento di carabinieri e polizia, anche se la macchina di qualche agente è rimasta colpita. Un altro presidio di 8-9 persone erano sedute a terra e una 40 di persone in piedi hanno tentato di bloccare la strada altezza parcheggio. Insomma, una situazione ad altissima tensione”.

Donato Capece, segretario generale del SAPPE, ricorda che sono stati numerosi gli eventi critici accaduti in carceri della Campania negli ultimi giorni e denuncia le gravi criticità operativi dei poliziotti penitenziari ed il clima che si vive nelle carceri del Paese: “La situazione all’interno penitenziaria si è notevolmente aggravata rispetto al 2017. I numeri riferiti agli eventi critici avvenuti tra le sbarre delle carceri italiane nell’intero anno 2018 sono inquietanti: 10.423 atti di autolesionismo (rispetto a quelli dell’anno 2017, già numerosi: 9.510), 1.198 tentati suicidi sventato in tempo dalle donne e dagli uomini della Polizia Penitenziaria (nel 2017 furono 1.135), 7.784 colluttazioni (che erano state 7.446 l’anno prima). Alto anche il numero dei ferimenti, 1.159 ferimenti, e dei tentati omicidi in carcere, che nel 2018 sono stati 5 e nel 2017 furono 2. La cosa grave è che questi numeri si sono concretizzati proprio quando sempre più carceri hanno introdotto la vigilanza dinamica ed il regime penitenziario ‘aperto’, ossia con i detenuti più ore al giorno liberi di girare per le Sezioni detentive con controlli sporadici ed occasionali della Polizia Penitenziaria. Ed è grave che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria guidato da Francesco Basentini non sia in grado di mettere in campo efficaci strategie di contrasto a questa spirale di sangue e violenza che colpisce le carceri del Paese e della Campania in particolare”.

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