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Intervista a Diego Dominguez: “Napoli terreno fertile per il rugby. L’obiettivo è creare sinergia tra i club”

L'intervista per VocediNapoli.it al campione del rugby italiano. Attualità e prospettive di un movimento che al Sud andrebbe ulteriormente sviluppato

Interviste
5 luglio 2018 18:02 Di Andrea Aversa
7'

Appena sono arrivato nell’ex area militare della NATO di Bagnoli la prima sensazione che ho provato è stata di stupore. Si tratta di una zona enorme, con tanti edifici ora dismessi che potrebbero essere rimessi in sesto ed utilizzati per organizzare tantissime iniziative. Uno di quegli spazi che andrebbe restituito in toto alla città attraverso un progetto serio magari guidato da una partnership tra pubblico, privato e associazioni.

Un primo passo in questo senso lo ha fatto la società degli Amatori Napoli rugby che ha avuto parte dell’area in gestione per farne la propria casa. Una boccata di ossigeno per una realtà che da anni lavora a Bagnoli, quartiere dell’area Ovest della città che ha bisogno di riscatto, e per uno sport, il rugby, che ha necessità di svilupparsi e diventare una delle attività più praticate nel capoluogo partenopeo.

Così, dopo aver varcato l’ingresso, salito una scala e arrivato di fronte ad una chiesa, ecco che all’improvviso compare lui: il campo da rugby. L’erba è sintetica ed in condizioni eccellenti, i pali ad “h” subito identificano questo spazio come quello in cui rotola e salta la palla ovale. Quest’ultima era in quel momento maneggiata con scioltezza e divertimento da un gruppo di ragazzini che nonostante il sole e l’alta temperatura non avrebbero mai smesso di correre sul prato.

Ho fatto il mio ingresso nella “Club house” degli Amatori, il luogo di ritrovo di ogni rugbysta, e dopo un pò di tempo è arrivato lui: Diego Dominguez. Il campione italo argentino che per anni ha vestito la maglia numero 10 della nazionale italiana, togliendosi e dandoci parecchie soddisfazioni, avrà abbandonato il rugby giocato ma non questo sport che è rimasto la sua passione.

Da tempo Dominguez la sta trasmettendo ai più giovani con questa iniziativa che si chiama Diego Dominguez Rugby Camp che è arrivata a Napoli per il secondo anno consecutivo e probabilmente vi farà ritorno anche il prossimo anno. Perché non c’è due senza tre e soprattutto perché “Qui stiamo davvero bene. Giovani volenterosi e club disponibili. Un posto meraviglioso che ci ha fatto respirare un’atmosfera bellissima“.

Tuttavia la federazione e i singoli club dovrebbero “lavorare e investire di più sul territorio e sul patrimonio giovanile che hanno a disposizione. Solo così si può alzare il livello delle singole realtà locali e di tutto il rugby italiano. Fino ad ora sono state intraprese strade sbagliate che hanno causato anche lo sperpero di tante risorse economiche. La chiave sta nell’unità di tutte quelle piccole realtà locali che dovrebbero abbandonare i singoli egoismi per un obiettivo più grande che faccia gli interessi di tutto il movimento“.

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Diego che sensazioni hai provato rispetto allo scorso anno nel tornare qui a Napoli?

Ci tenevo tanto a tornare, come l’anno scorso siamo stati davvero bene. Abbiamo fatto anche un salto a Benevento e sia li che qui ci siamo confrontati con un ambiente in cui i ragazzi hanno dimostrato di avere tanta voglia e i club sono stati super disponibili. Il rugby è uno sport che unisce, anche dopo gli 80 minuti di battaglia in campo, si sta insieme. Ed è questo il messaggio che vogliamo trasmettere. L’obiettivo è quello di dare un supporto ai club per migliorare, perché se fai le cose per bene cresci, attiri visibilità, sponsor e magari gli altri ti copiano.

Come hai trovato il movimento rugbystico a Napoli e Campania?

Innanzitutto sono stato colpito dall’attitudine che i ragazzi hanno per questo sport che è fondamentalmente di contatto. Un altro aspetto sul quale sto lavorando è quello di creare una sinergia tra i tanti club che ci sono in Campania. Perché insieme si è più forti e si cresce meglio e prima. Già ci sono alcune realtà importanti, se decidessero di mettersi insieme dovranno essere disposte a sacrificare qualcosa per il bene di tutta la realtà rugbystica locale. E questo darà la possibilità alla regione di avere voce in capitolo a livello nazionale. Ma prima devi dare l’esempio e quindi lavorare al tuo interno, se il movimento rugbystico campano sarà in grado di fare questo salto di qualità in ambito regionale, allora potrà togliersi tante soddisfazioni nelle sedi nazionali.

Sei d’accordo con la strada che ha percorso la Federazione per far sviluppare questo sport in Italia e al Sud?

Io avrei agito diversamente. Sono stati spesi i soldi del movimento in modo sbagliato. I campionati sono stati indeboliti, i giovani sono stati tolti al loro club di origine e quando sei adolescente non puoi andare via da casa, perdere amici e famiglia per tentare di fare carriera in uno sport che in Italia è ancora dilettantistico. Non dobbiamo dimenticare questo aspetto. Inoltre, come dicevo prima, avrei agito di più sulle singole realtà del territorio dando loro un aiuto nello sviluppo e nella cura dei giovani. A questo si sarebbe dovuto affiancare una strategia per rendere il campionato italiano più bello e visibile. Ad oggi le competizioni nazionali non le guarda nessuno.

Cosa faresti per diminuire il gap, dal punto di vista del movimento rugbystico, che esiste tra il Sud e il centro – Nord?

Innanzitutto bisogna partire dai club. Devono essere loro i primi e diretti responsabili della crescita della propria società. Genitori, vecchie glorie, dirigenti dovrebbero avere questa prassi nella mente e formarsi per raggiungere questo obiettivo. Non si può pretendere che lo faccia un altro al posto tuo. Anche perché se fai le cose per bene e arrivano i risultati, troverai chi ti seguirà e magari un investitore o un appassionato che vorrà partecipare allo sviluppo della tua realtà sportiva. O magari, se sei una struttura seria che premia i valori e la disciplina di questo sport, che mette in pratica le cose che dici, avrai meno problemi a trovare dei soci pronti a finanziarti con una quota. È qui al Sud ci sono tutti i presupposti, il tempo e le possibilità. Ma bisogna investire sulla formazione dei giovani, dei dirigenti e dei tecnici.

Cosa c’è nel futuro di Diego Dominguez?

Io lavoro tantissimo a Milano, soprattutto in periferia sempre portando in giro il rugby e i suoi valori. Per me resta una grande passione poi ho il mio lavoro e i miei impegni quotidiani. Ma finché mi divertirò ed avrò a che fare con persone disponibili a collaborare con me non abbandonerò mai la palla ovale. Il mio augurio è quello di vedere un movimento italiano finalmente forte e non più in decadenza come negli ultimi anni. Perché guardare le sorti e le condizioni attuali del rugby italiano è per me un colpo al cuore. Anche perché per arrivare ai livelli attuali e alla partecipazione al 6 Nazioni, generazioni precedenti hanno dovuto fare tanti sacrifici. Ad oggi se le cose dovessero continuare così, significherebbe per la federazione italiana perdere di credibilità e considerazione all’interno della comunità rugbystica europea e mondiale.

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