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“A Napoli solo per mio nipote”, graziato il boss Cimmino: condanna soft

Tre anni e sei mesi in Appello: la Procura ne chiedeva 18

Cronaca
12 dicembre 2017 09:10 Di Ciro Cuozzo
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Dai 18 anni chiesti dal procuratore generale, la dottoressa Maria Di Addea, ai tre e mezzo inflitti dai giudici della Corte di Appello di Napoli. “Graziato” Luigi Cimmino, 56 anni, presunto boss del Vomero e reggente fino al suo arresto dell’omonimo clan che in passato, insieme al sodalizio Caiazzo, gestiva il controllo degli affari illeciti nella zona collinare della città con estorsioni e appalti negli ospedali.

Condannato in primo grado a 7 anni di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, falso, tutto con aggravante mafiosa, nel secondo grado di giudizio, nonostante le richieste del procuratore generale, che ha sposato in pieno la tesi accusatoria del magistrato della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli Enrica Parascandolo, Cimmino è riuscito a strappare una pena lieve in continuazione con altre sentenze.

Arrestato a Chioggia, in Veneto, nel marzo del 2016 dopo una breve latitanza, Cimmino sarà libero prima dell’estate del 2019. “A Napoli ero tornato soltanto per il mio nipotino. Da questa nuova camorra mi dissocio” ha spiegato in aula il presunto boss -così come riportato da Il Mattino – che secondo la ricostruzione dei magistrati aveva approfittato della libertà vigilata (grazie a certificati medici compiacenti) per provare a ricomporre il clan imponendo il pizzo a commercianti e imprenditori della zona collinare,. Difeso dai penalisti Dario Vannetiello e Giovanni Esposito Fariello, Cimmino dovrebbe aver evitato l’aggravante camorristica.

In primo grado la DDA partenopea aveva chiesto una pena esemplare (18 anni) ma, Cimmino, difeso dall’avvocato Dario Vannetiello, era riuscito a strappare una pena mite con i giudici che non hanno riconosciuto l’aggravante della recidiva. Su quest’ultimo aspetto si è concentrata invece la requisitoria del procuratore Di Addea che ha sottolineato il ruolo apicale di Cimmino all’interno del clan.

Confermate invece le condanne comminate in primo grado per il genero di Cimmino, Pasquale Palma (4 anni e 8), Pellegrino Ferrante (5 anni e 4 mesi), Raffaele Montalbano (5 anni e 4 mesi), Luigi Festa (6 anni). Al centro delle accuse c’era il pizzo imposto sui lavori di ampliamento dello svincolo della Tangenziale della zona ospedaliera e su quelli di ristrutturazione e ampliamento dell’ospedale Cotugno.

IL PRIMO ARRESTO E LA FUGA – Luigi Cimmino è stato arrestato in un primo momento il 20 luglio del 2015 insieme agli altri quattro affiliati. Indecente lo “spettacolo” andato in scena all’esterno del Comando dei carabinieri della Compagnia Vomero. All’uscita del boss, le donne presenti sul marciapiede di fronte gli dedicarono cori e messaggi d’amore (“Bravo, bravo”, “ti amooo!”). La detenzione in carcere dura appena 11 giorni. Cimmino e i suoi affiliati tornano a casa grazie alla decisione del Tribunale del Riesame che non ha ritenuto sufficienti le prove raccolte dalla DDA partenopea.

LA BREVE LATITANZA – La Procura però non si è arresa e, grazie anche a ulteriori indizi raccolti dai carabinieri del Vomero, è riuscita a ottenere un nuovo ordine di carcerazione per Cimmino e per il genero Pasquale Palma. Ordine scattato a febbraio del 2016 con il boss che, consapevole dei rischi che correva, ha tagliato la corda dandosi a una latitanza durata poco più di un mese. Il 5 marzo infatti i militari lo hanno scovato in un appartamento di Chioggia, in provincia di Venezia. Aveva una borsa pronta per una possibile ripartenza e 7mila euro in contanti. Nella stessa giornata a Napoli i carabinieri hanno arrestato Pasquale Palma che si nascondeva in un appartamento in via Matteo Renato Imbriani.

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