Ultimo aggiornamento lunedì, 25 settembre 2017 - 21:52

L’ultima eruzione dei Campi Flegrei nel 1538, nacque il Monte Nuovo

Cultura
19 maggio 2017 12:44 Di alessia mancini
5'

I Campi Flegrei sono stati definiti da molti esperti del settore il vulcano più pericoloso al mondo. Non ci vuol molto a dimostrarlo, ma sembra la storia e la scienza non forniscano motivazioni sufficienti a chi ha il dovere di elaborare un piano di evacuazione per più di quattro milioni di persone. Sembra che un vulcano in grado di far nascere Monte Nuovo nel giro di 24 ore non sia considerato abbastanza pericoloso per i tanti abitanti che vivono sulla sua bocca smisurata, facendo finta di no.

Eppure i Campi Flegrei hanno vette di pericolosità elevatissime. Non solo per le dimensioni e le caratteristiche del vulcano, ma anche e soprattutto per la sua imprevedibilità. Vulcani come l’Etna o il Vesuvio, nonostante tra loro siano molto diversi, forniscono elementi utili alla previsione delle relative attività eruttive. I Campi Flegrei no. Sono in tale costante succedersi di eventi, che il momento nel quale questi eventi diventano catastrofici è del tutto insondabile.

La nascita di Monte Nuovo, in questo senso, è emblematica. Dall’età romana all’anno 1000 l’area flegrea si abbassò progressivamente, inabissando nel mare molte strutture portuali romane e arretrando la linea di costa. Improvvisamente, dopo 10 secoli di abbassamento, la terra ricominciò a sollevarsi, fino al 1500 circa.

Già a partire dal 1400 i documenti testimoniano editti con i quali i regnanti assegnano le terre emerse a comuni o istituzioni, segno che le nuove terre che spuntavano dal mare in seguito al risollevarsi del suolo consistevano in aree piuttosto rilevanti. E’ il caso delle “terre che vanno dal Cantarello al mare”, concesse nel 1429 dalla regina Giovanna II di Napoli all’Ospedale dell’Annunziata.

Un fenomeno allarmante? Non per chi sapeva che erano 3000 anni che in zona flegrea non si verificavano eruzioni. Decisamente più allarmanti i fenomeni sismici che cominciarono ad affiancare il sollevamento del suolo e a terrorizzare la popolazione. Due violente scosse si percepirono chiaramente già nel 1456 e nel 1488.

A queste seguirono scosse di minore entità, ma molto frequenti, nell’area di Pozzuoli, tali da causare danni ingenti persino alle solidissime chiese della zona. Particolarmente terribili furono i terremoti del 1507 e del 1511. Tremori di minore intensità continuarono fino al 1536, abituando di fatto la popolazione alla convivenza con questo genere di fenomeni.

Ma nel 1536 la situazione divenne nuovamente critica. Le scosse si fecero frequentissime, anche nell’ordine di una decina al giorno. Interessavano il territorio di Pozzuoli, di Napoli, e dell’intera Terra di Lavoro, ed alcune erano così violente che la popolazione, in preda al terrore, si riversava nelle strade con o senza vestiti, con o senza familiari.

Fino a quando, il 28 Settembre del 1538, cominciarono ad accadere cose davvero strane. La mattina di quel giorno gli abitanti della zona trovarono la costa interamente tappezzata di pesci morti. Il letto del mare era improvvisamente emerso, ricacciando indietro le acque ed allungando la linea di costa di ben 300 metri. “Carrate di pesce” furono ritrovate anche in occasione dell’esplosione del Vesuvio nel 79 d.C.

Il giorno dopo, tra il Monte Barbaro e il Lago Averno cominciò a formarsi una valle, all’interno della quale sgorgarono acque ora fresche e cristalline, ora bollenti e sulfuree. Sempre nella giornata del 29, la stessa valle sembrò produrre al suo interno una specie di bolla, un rigonfiamento, un uovo roccioso che cresceva a vista d’occhio, finché a sera esplose. Cominciava così il processo che portò alla formazione di Monte Nuovo.

Affidiamo la descrizione di quei momenti alla testimonianza diretta di Antonio Russo: “E come fu verso un’ora in due di notte, uscì una bocca di fuoco, vicino al detto Ospedale, (di Tripergole ndr) nel luogo nominato la Fumosa da dentro mare, e menava gran moltitudine di pietre pomici, e di arena, e si sentivano gran tuoni, e lampi; ed in cambio di acqua pioveva arena, e venne detta bocca di fuoco così aperta ad accostarsi al Castello, ed Ospedale di Tripergole, e tutto lo sconquassò, e rovinò, e poi lo empì di arena, e di pietre, e vi fece una montagna nuova in ventiquattro ore, dove infino ad oggi si vede”.

E ora le parole di un altro testimone diretto, che visse l’eruzione di Monte Nuovo fronte popolo: “si sentì per detta Città un gran terremoto, lo quale allo stesso pigliava, e lasciava, e tutta la Città si mise in rivolta, e quasi tutta disabitò, ed andò in Napoli, e per le campagne, chi fuggiva in un luogo, e chi in un’altro, e pareva, che il mondo volesse subissare; e le genti fuggivano etiam alla nuda, e tutti piangevano, e gridavano: Misericordia!

Il giorno successivo a questa prima eruzione, Monte Nuovo era già quale lo vediamo oggi, frutto del materiale sputato dall’uovo e colato o precipitato sui suoi fianchi. Incredibilmente, a questo punto del processo, non si registrò un solo morto a Pozzuoli. I morti arrivarono il 6 ottobre, quando alcuni temerari, pensando il fenomeno ormai ultimato, si recarono sui bordi del cratere, venendo brutalmente investiti da una nuova esplosione. Morirono in 24.

I due laghi di Lucrino e Averno vennero ridimensionati, si interruppe il loro collegamento col mare, ed in generale tutta la costa assunse una nuova conformazione. Tripergole, una piccola località che viveva di attività termali in zona, venne completamente schiacciata. Pozzuoli rasa al suolo. Baia pure. Una catastrofe che la popolazione riuscì ad evitare con una fuga massiccia verso Napoli. Oggi non sarebbe possibile

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