Uno studio pubblicato sulla rivista Nature che porta la firma, tra gli altri, del direttore dell’Osservatorio Vesuviano Giuseppe De Natale, dal titolo “Progressive approach to eruption at Campi Flegrei caldera in southern Italy“, ha lanciato un nuovo allarme sul vulcano alle porte di Napoli. I Campi Flegrei, inseriti anche nella lista dei supervulcani più pericolosi del mondo, non fanno registrare fenomeni eruttivi da quasi 500 anni, e in particolare dall’eruzione del 1538 che avvenne dopo un periodo di oltre 3mila anni di quiescenza e che generò il Monte Nuovo.

Negli ultimi decenni, però, sono stati vari gli episodi che hanno allarmato la popolazione, che oggi conta 360mila abitanti all’interno della caldera più i 3 milioni della città di Napoli che vivono ai margini della stessa. In particolare parliamo dei fenomeni di bradisismo che hanno avuto il loro culmine ad inizio anni ’80, nel biennio 1982-1984. Ad oggi, però, secondo alcuni carotaggi effettuati nel vulcano, sembra che ci sia un maggior potenziale di eruzione. Proprio in questo studio, grazie ai carotaggi effettuati a 500 metri di profondità fino al 2012, è stato stabilito che i tre episodi bradisismici dell’ultimo secolo hanno portato ad uno stress della crosta superficiale che non è stato assorbito negli anni ma ha generato un accumulo di energia che potrebbe accelerare l’eruzione dei Campi Flegrei.

Insomma uno scenario che, se ve ne fosse bisogno, lancia un ulteriore allarme sul vulcano ma che dà anche spunto per nuovi studi ed approfondimenti della situazione. Infatti lo stress potrebbe generare da un momento all’altro una frattura nella crosta facendo scatenare un’eruzione, che sarebbe catastrofica, in un territorio su cui non sono mai state effettuate prove di evacuazione. C’è da sottolineare, però, che i Campi Flegrei sono tra i vulcani più monitorati del mondo, con rilevazioni continue sulla situazione sismica, sull’emissione dei gas e sulla deformazioni del suolo.

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Articolo di Piero De Cindio
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