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Attila Sallustro, il primo fuoriclasse nella storia del Napoli

Cultura
3 Maggio 2017 15:14 Di redazione
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Fascino esotico, origini napoletane, passionalità napoletana, sfrontatezza napoletana. Di esotico aveva solo il fascino. Per il resto Attila Sallustro, primo bomber di razza del Napoli, era “uno di noi”. Il calciatore paraguayano seppe guadagnarsi in pochissimo tempo l’affetto e la stima della sua squadra e dei suoi tifosi. Per questi ultimi si parlava invece di vera e propria idolatria di massa.

Undici stagioni nel Napoli, vissute tra alti e bassi, dal 1926 al 1937, e condite da 262 presenze e 104 gol. Le caratteristiche tecniche che fecero di lui un campione erano il guizzo bruciante e la mira da cecchino. Il suo soprannome non a caso era “Il Veltro”, che sta per “Il Levriero”, un cane snello ed elegantissimo, che scatenato sulla velocità lascia che il suo istinto naturale (la corsa) prenda il sopravvento, senza perdere la grazia del movimento.

Era un calcio comunque d’altri tempi, nei quali la poesia di una movenza, la purezza di un giocatore, l’attaccamento alla maglia, la volontà di essere o divenire bandiera, non erano ancora state contaminate dal dio denaro, o dai procuratori che dir si voglia. Le trattative venivano condotte tra allenatore e mamma e papà.

Sapete quanto percepiva di stipendio una leggenda come Attila Sallustro? Niente. Finché era suo padre a gestirne la carriera, Attila non ricevette una sola moneta, perchè papà Gaetano trovava sconveniente che il proprio figlio percepisse un compenso per un gioco. Pagare una persona perchè giocasse, non era contemplato.

In realtà era contemplato eccome, ma gli stipendi erano irrisori. La situazione di Attila, campione senza portafogli, fu parzialmente appianata grazie ad una nutrita dose di regali da parte della dirigenza, che andava da camicie, a cravatte, ad orologi d’oro, e una volta il presidente volle proprio rovinarsi, regalando al suo campione una macchina.

Si trattava di una Balilla 521, regalo particolarmente apprezzato dal Sallustro, tanto che nella frenesia di assaporare l’ebrezza della velocità, Attila investì un malcapitato pedone, il quale, rialzandosi da terra, e scorgendo la fisionomia del suo beniamino calcistico alla guida dell’auto, lo rassicurò dicendo di star bene, e che se voleva investirlo ancora, poteva.

Altri aneddoti sono legati alla rivalità calcistica con Meazza, e alla storia d’amore con Lucy D’Albert. Riguardo la prima, nonostante Sallustro fosse più “anziano” di Meazza di due anni, nonostante dovette rinunciare al posto in nazionale perchè il CT gli preferiva il balilla, Attila si vendicò sportivamente di Meazza insaccando la palla nella rete dell’Ambrosiana (la squadra del suo rivale) un numero altissimo di volte.

Si racconta che i tifosi napoletani seguivano le trasferte della nazionale a migliaia per fischiare Meazza ad ogni tocco di palla. Non verificata, purtroppo, la voce secondo la quale la madre di Meazza, ad un certo punto, stanca degli epiteti con i quali i tifosi napoletani appellavano suo figlio, cominciò a randellare random con il suo ombrello da sole.

Altro binomio di ben diversa entità fu quello tra Attila Sallustro e Lucy D’Albert. I due si conobbero al Teatro Nuovo, dove la madre di Lucy coinvolgeva il pubblico in un gioco, per l’epoca, divertente. Chiedeva ad alcuni del pubblico in sala con chi avrebbero voluto avere un figlio. Le risposte più quotate: “con la mia ragazza, con mia moglie, con la mia fidanzata”.

E poi arriva il turno di Attila. “Con chi vorresti avere un figlio?”. E lui “Con rispetto parlando, vorrei averlo con sua figlia”. Si riferiva a Lucy D’Albert, una splendida ballerina-cantante-showgirl che era sul palco proprio in quel momento, e che fuggì dietro le quinte in preda alla vergogna. I due si sposeranno e rimarranno insieme tutta la vita.

La loro storia fu parzialmente ostacolata proprio dai tifosi, che attribuirono a Lucy il calo di prestazioni calcistiche di suo marito, la cui unica colpa era quella di aver sposato una donna che gli esauriva ogni riserva di energia vitale, mandandolo in campo privo del giusto piglio e delle forze necessarie a condurre in porto il risultato.

Quando Lucy si trasferì a Roma per lavoro, Napoli rimase col fiato in gola per mesi, nel terrore che Attila Sallustro potesse seguirla. Ed in effetti la Roma, fiutando l’occasione, offrì subito al giocatore 250000 lire di ingaggio. Lui avrebbe accettato ad occhi chiusi, ma il presidente del Napoli, Lauro, si oppose al trasferimento.

E così la bandiera del Napoli continuò a sventolare ancora, nonostante il colore si andasse, negli anni, opacizzando. Questo non affievolì mai la riconoscenza e l’amore dei tifosi napoletani verso il loro beniamino. I numeri e le annate, talaltro, parlano abbastanza chiaramente: 11 anni, per una carriera di solo Napoli, che andiamo a riscoprire.

Attila nasce nel 1908, il 15 Dicembre, ad Asuncion, in Paraguay. Suo padre era Gaetano, un emigrato napoletano che aveva sposato Evelina, del posto. Il piccolo Attila soffre di febbri reumatiche, ed il dottore gli consiglia di fare attività fisica per migliorare la sua condizione. Papà Gaetano opta per il calcio, e a 8 anni Attila si fa le ossa nella squadra dei Pulcini di Asuncion.

Il suo apprendistato calcistico in Paraguay dura quattro anni. Dopodiché segue la sua famiglia nel ritorno a Napoli nel 1920. Ha 12 anni quando si rifiuta categoricamente di proseguire gli studi, per inseguire il suo sogno e la sua passione: il calcio. Attila Sallustro è un predestinato, lo si vede da subito. Entra facilmente nelle giovanili della città.

Dopo due anni di permanenza a Napoli, mentre gioca a pallone con gli amici nella Villa Comunale viene notato da un talent scout dell’epoca, un osservatore, diremmo oggi: Mario de Palma. Diventa immediatamente il centravanti dell’Internazionale Napoli, una delle due squadre della città, insieme al Naples.

Quando le forze calcistiche cittadine finalmente convergono in una sola squadra, nasce l’Internaples, nella quale Attila Sallustro è confermato centravanti. E’ la stagione 1925-1926, ed il giovane veltro la vive da indiscusso mattatore. Dieci reti in 13 presenze, a soli 17 anni. La maggiore età lo vede protagonista invece nell’Associazione Calcio Napoli.

Voluto fortemente dal presidente Giorgio Ascarelli, Attila Sallustro non riesce a cambiare i destini di una squadra che per la prima volta calcava i campi della Serie A. La prima annata del Napoli nella massima serie si rivela infatti un fallimento macroscopico. In 18 partite il Napoli racimola la miseria di un punto, e Sallustro la miseria di un gol.

Un’altra stagione interlocutoria per il Napoli, quella successiva. Ma Sallustro lentamente comincia a prendere le misure ai concorrenti, e questa volta di gol ne segna cinque. La stagione della consacrazione arriva però un anno dopo, alla terza con la maglia del Napoli sulle spalle. Attila Sallustro segna 22 gol, in una squadra che arriva solo ottava.

Nella stagione 1929-1930 Attila Sallustro è sotto le armi, ma con la bellezza di tredici goal riesce a dare comunque il suo contributo al Napoli, nel frattempo entrato per la prima volta nel Campionato di Serie A a girone unico. Quel Napoli è più forte del precedente, anche grazie all’arrivo dell’allenatore inglese Garbutt, e arriva quinto.

Altre due stagioni con questa media realizzativa, prima del nuovo exploit, avvenuto nel 1932-1933 con diciannove reti. Il capocannoniere del Napoli è però un certo Vojak, che riesce a fare persino meglio di Attila, con 22 goal (record eguagliato, ma con tre partite in più rispetto a quando fu Sallustro a realizzarne 22, nel 1928).

Nelle successive quattro stagioni Attila non riesce a mantenersi sui livelli raggiunti sin qui. Finisce la carriera alla Salernitana, dove gioca per un solo anno, con modesti risultati. Poi segue la moglie a Roma, ed infine torna a Napoli per una breve esperienza come allenatore (chiamato per due sole giornate per evitare la B, impresa fallita tra le lacrime).

A lui verrà data la presidenza dello stadio San Paolo, per molti anni. E alla sua morte, avvenuta nel 1983, simbolicamente poco prima dell’arrivo di Maradona, furono in molti, Maradona compreso, a chiedere che gli venisse dedicato il nome dello stadio. Ma la Curia si oppose vivacemente a quest’ipotesi: il nome dello stadio non poteva passare da un Santo ad un semidio.

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