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Il Palazzo Pignatelli di Monteleone

Cultura
7 Aprile 2017 17:46 Di alessia mancini
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Al numero 53 della calata di Trinità Maggiore si trova il Palazzo Pignatelli di Monteleone, dimora storica dei duchi di Monteleone. Sorge di fronte a Palazzo Molisani (l’ostetrico vissuto nella seconda metà dell’800), poco prima che la strada si allarghi nella Piazza del Gesù Nuovo (ex Largo della Trinità Maggiore), dove impera la facciata della Chiesa del Gesù Nuovo, chiamata così a partire dal ritorno nel Regno dei padri gesuiti, cacciati da Napoli anni addietro.

La particolarità di questo palazzo consiste nella sua anomalia rispetto agli altri palazzi nobiliari dell’epoca. Mentre era una consuetudine tipica cinque-seicentesca quella di acquistare case (anche più d’una) per poi avviare un complesso lavoro di ristrutturazione e accorpamento al fine di ottenerne un solo, grande, edificio, il Palazzo Pignatelli di Monteleone fu edificato su terreno vergine. Rarissimo caso a Napoli.

Quel terreno era di proprietà del monastero di Santa Chiara, e si estendeva da Piazza del Gesù Nuovo a Via Sant’Anna dei Lombardi. L’intero isolato, insomma, riconoscibile oggi in forma triangolare, ospitava uno splendido giardino, talmente florido e curato da meritarsi l’appellativo di Paradiso. Dall’altro lato di Via Sant’Anna dei Lombardi sorgeva un altro giardino, il Carogioiello.

Nel 1561, dopo aver acquistato il terreno ed affidato la costruzione di un palazzo all’architetto cavese Giovan Vincenzo della Monica, il terzo Duca di Monteleone Camillo Pignatelli ne fece dono alla sua sposa, la Duchessa Girolama Colonna. Il giardino rimaneva pressoché intatto. Adibito ad abitazione fu solo il palazzo che sorse nei pressi di Piazza del Gesù Nuovo.

L’attuale isolato triangolare, quindi, racchiuso tra Via Sant’Anna dei Lombardi, Calata Trinità Maggiore, e via Domenico Capitelli, era completamente occupato dai giardini Paradiso, eccezion fatta per un edificio che sorgeva sul lato del triangolo corrispondente a Calata Trinità Maggiore. Era questa la situazione anche intorno al 1580, quando il Duca d’Avalos, sull’altro lato di Via Sant’Anna dei Lombardi, completava il Palazzo che sarebbe divenuto dei Carafa Maddaloni.

Questa circostanza, però, indispose non poco la Duchessa Girolama Colonna, perchè pare il Duca d’Avalos ordinò il suo appartamento desse proprio sul giardino Paradiso, al di là della strada, in maniera da poterne godere visivamente ogni giorno non appena sveglio. Questo vezzo quotidiano durò un paio d’anni, il tempo che impiegò la Duchessa ad ordinare la costruzione di una fascia di edifici su Via Sant’Anna dei Lombardi, tali da costituire un vero e proprio schermo visivo, contro l’indiscrezione del d’Avalos.

Massicci lavori di ampliamento furono avviati nel 1718, ed il Palazzo Pignatelli di Monteleone cominciò ad assumere l’aspetto che oggi possiamo ancora ammirare. La direzione dei lavori voluti da Nicola Pignatelli fu affidata a Ferdinando Sanfelice, che curò anche il progetto globale. Ma, a prescindere dagli aspetti architettonici generali, ciò che è rimasto mirabile nei secoli è il meraviglioso portale d’ingresso.

L’ideazione del portale fu opera di Ferdinando Sanfelice, ma la sua realizzazione fu affidata a Giovan Battista Masotto, Domenico Astarita, Domenico Gorlei, e Antonio Saggese, ognuno maestro nella lavorazione di materiali specifici, che andavano dal marmo al piperno. E difatti la caratteristica più appariscente del monumentale ingresso è proprio l’alternanza dei materiali.

Su due colonne in piperno vennero disposte delle bugne orizzontali che contrastavano la verticalità delle scanalature, non soltanto in direzione, ma anche in colore. Le bugne furono realizzate in marmo bianco, a punta di diamante. A questi elementi di natura geometrica furono sovrapposti, come capitelli, i volti di due satiri, con i capelli a fungere da volute.

A sormontare il portone, un’enorme conchiglia celebrativa incorniciata dal timpano, all’interno della quale vengono ricordati l’anno dei lavori di ristrutturazione ed il proprietario che li rese possibili: Nicolaus Pignatellus. Al di sotto della conchiglia, una rosta a raggiera sembra espandersi a partire da un cuore, realizzazione dell’ebanista Marco Antonio Tibaldi.

I lavori non si limitarono all’opera di Ferdinando Sanfelice. Nel 1726 proseguirono sotto la direzione di un altro artista, l’architetto Niccolò Tagliacozzi Canale, che si occupò di ottimizzare gli spazi riservati ai mezzi di locomozione di proprietà dei Pignatelli: sei vetture, una flacca, una berlina, una coupè, una bolana e due carrozze trainate da sei cavalli.

Da metà 1700 in poi il Palazzo Pignatelli di Monteleone concorreva con altri illustri palazzi al ruolo di catalizzatore culturale per l’aristocrazia e l’intellighenzia di Napoli. Come spesso accadeva in questi casi, il palazzo che si ritrovava ad esercitare una così grande attrattiva per la vita sociale e culturale della città, cominciava ad essere inondato di opere d’arte.

A partire dalle stanze più frequentate, si diede mandato ai più grandi artisti ed artigiani dell’epoca di ornare muri e pareti con dipinti quali quelli realizzati da Paolo de Matteis, che riportò in affresco scene tratte dall’Eneide e dalla Gerusalemme Liberata. Purtroppo di queste opere non rimane nulla, a causa di uno dei numerosi incendi che nella storia hanno sovente flagellato Napoli.

In casa Pignatelli le pareti non venivano solo impreziosite di affreschi, ma ospitavano tele prestigiose, provenienti da maestri assoluti nell’arte della pittura, quali Caravaggio, il Perugino, il Tiziano, Velasquez, Rubens, Correggio, Parmigianino, Guido Reni, Albani, Belini, Giordano, Veronese, Maddalena Recco, Albrecht Dürer.

E poi, a fine ‘800, il Palazzo finì per fare la stessa fine di molti suoi colleghi inanimati: lo smembramento e la vendita a spezzoni. Tra il 1823 e il 1832 l’ala più grande de Palazzo Pignatelli di Monteleone fu acquistata da Renè Ilaire Degas, avo di quel pittore, Edgar Degas, che fece la storia dell’impressionismo e che tornò più volte in Italia, per rivivere Napoli. La parte più piccola del palazzo, invece, se l’aggiudicò Gaetano Pandola.

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