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Anniversario dei trattati di Roma, nella capitale si festeggiano i 60 anni ma l’UE è in difficoltà

Politica
23 Marzo 2017 18:23 Di Andrea Aversa
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Il 25 marzo del 1957 a Roma sono stati firmati i trattati che diedero il via alla Comunità Economica Europea (CEE), denominata in seguito ai più recenti accordi di Maastricht (7 febbraio del 1992) Lisbona (1 dicembre del 2009), semplicemente come Comunità Europea. I paesi fondatori dell’Unione Europea (UE) sono stati l’Italia, la Francia, la Germania Ovest, l’Olanda, il Belgio e il Lussemburgo. Il prossimo sabato ricorre il 60° anniversario della firma dei trattati che avrà il suo culmine nelle celebrazioni di Roma. Infatti la capitale sarà blindata per l’arrivo dei 27 capi di stato che compongono l’Unione, ma anche per mettere in sicurezza la città dalla manifestazione di protesta Eurostop contro l’Europa. 50 pullman, 6 cortei e circa 25.000 persone che inonderanno le strade della Città Eterna e si contrapporranno ai partecipanti del corteo organizzato dal Movimento federalista europeo che sarà composto da circa 5.000 persone.

Questo compleanno sarà omaggiato nel modo che più rappresenta questa Europa: i capi di stato chiusi nei palazzi che contano e la folla fuori a manifestare, chi per contrastare il progetto d’integrazione, altri che invece sostengono una vera e propria unione federale. Alla luce di tutto ciò, l’unica certezza è che l’Unione Europea così come è concepita adesso non funziona. La crisi dei migranti, la guerra civile in Ucraina, il Medio Oriente in fiamme, l’instabilità del Nord Africa, i contrasti con la Russia, la rottura con la Turchia di Erdogan, la Brexit e l’avanzata dei movimenti nazionalistici ed estremisti. Il tutto caratterizzato da uno scenario economico che stenta a riprendersi e che mostra ancora enormi differenze, sia sulla crescita che sul debito pubblico, tra i vari stati membri.

Eppure non tutto il male vien per nuocere. Ci sono degli spiragli a cui appigliarsi per far nascere un’entità la cui concretizzazione è, a mio giudizio, fondamentale per la sopravvivenza politica, sociale ed economica dell’intero continente. Ormai la linea tracciata per dar vita ad una difesa comune, ad un unico ministero delle finanze ed una politica estera comune è condivisa da tutti, anche se sono ancora molte le reticenze che frenano il realizzarsi di questo progetto. Ad esempio il “muro” eretto dal gruppo Visegrad (Polonia, Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca) che si oppone in modo forte a diverse decisioni prese sia dal parlamento europeo che dal Consiglio europeo, soprattutto sulla questione dei migranti. Proprio per dribblare questi scontri politici, Angela MerkelPaolo GentiloniFrançois Hollande Ignazio Rajoy (capi di governo rispettivamente di Germania, Italia, Francia e Spagna) hanno pensato di proporre l’idea di un Europa a due velocità. Aspetteremo cosa sarà stabilito proprio in occasione della ricorrenza per la firma dei trattati.

Nel frattempo ci sono in prospettiva alcuni appuntamenti elettorali il cui esito sarà di vitale importanza per il prosieguo dell’avventura europea. Dopo il buon segno lanciato dall’Olanda con la vittoria della destra liberale che ha fermato quella populista e xenofoba, ad andare alle urne nel giro di un anno saranno i cittadini francesi, tedeschi e italiani. Praticamente l’architrave dell’attuale UE. In Francia dovrebbe spuntarla Emmanuel Macron esponente di un nuovo socialismo liberale, in Germania ci sarà il gran duello tra l’Spd di Martin Schulz e la Cdu della cancelliera Merkel (di conseguenza l’estrema destra è tagliata fuori dai giochi) e in Italia, in attesa di conoscere la prossima legge elettorale, si contenderanno l governo il Partito Democratico (che probabilmente avrà di nuovo Matteo Renzi come candidato) e il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Insomma, tranne che per il pericolo Le Pen in Francia e l’incognita grillina nel Belpaese, a guidare queste grandi nazioni saranno dei leader europeisti. Di conseguenza, viste le importanti, delicate e difficili (ma soprattutto decisive) sfide globali che attendono il continente europeo, affrontarle con dei governi favorevoli ad una maggiore integrazione europea (che dovrà portare ad un’inevitabile unione federale), significherebbe tirare un bel sospiro di sollievo.

La parola, come sempre, passerà ai cittadini. Bisogna essere ottimisti e sperare che i politici che saranno eletti non ne deluderanno le speranze.

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