Ultimo aggiornamento domenica, 15 Settembre 2019 - 20:12

La storia di Simona: innamorata del baby-boss e figlia del titolare dell’autolavaggio dell’orrore

News
20 Marzo 2017 19:29 Di Ciro Cuozzo
3'

Sottoposta all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria dopo essere stata coinvolta nel blitz della Squadra Mobile di Napoli, diretta dal primo dirigente Fausto Lamparelli, che ha portato in carcere la settimana scorsa 27 persone del clan Pesce-Marfella e del clan Mele, imparentati tra loro e protagonisti della cruenta faida iniziata nel 2004 con l’omicidio del “cassiere” Carmine Pesce.

Da una parte l’amore per Salvatore Marfella, 25 anni, figlio di un boss storico del quartiere di Pianura, Giuseppe, detenuto da anni; dall’altra il legame con il padre, Salvatore Luongo, 51 anni, proprietario dell’autolavaggio dove fu seviziato con un compressore un ragazzino di 14 anni e coinvolto in traffici di droga.

In mezzo c’è lei, Simona Luongo, 23 anni, considerata dai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli la cassiera del clan, insieme a Rita Pepe, compagna del boss Pasquale Pesce. Una accusa che però il giudice per le indagini preliminari ha derubricato a favoreggiamento, disponendo per lei l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Simona si è così ritrovata in una situazione più grande di lei. Innamorata da anni di Salvatore Marfella, giovane rampollo della cosca pianurese già arrestato nel luglio del 2015, insieme ad altri quatto componenti del clan, tra cui il boss Pasquale Pesce, perché accusati a vario titolo, dei reati di detenzione e porto in luogo pubblico di arma da sparo, lesioni aggravate, minacce a pubblico ufficiale e violenza privata, con l’aggravante di aver agevolato il clan Pesce-Marfella.

Lo stesso Salvatore, condannato in primo grado a 5 anni, è accusato nell’ultima inchiesta della procura di Napoli, culminata con gli arresti della scorsa settimana, di aver partecipato all’omicidio di Luigi Aversano, affiliato al clan Mele, avvenuto il 7 Agosto 2013 in via Padula. A incastrarlo le dichiarazioni del pentito Diego Basso, morto suicida di recente in carcere.

Quando abbiamo visto Aversano lui veniva verso di noi mentre procedevamo in direzione di Pianura. Io l’ho speronato e lui è sbattuto contro il marciapiedi ed alcuni paletti. A quel punto Marfella ha aperto il finestrino e ha sparato alcuni colpi contro Aversano che era a terra. Io ho raddrizzato la macchina per scappare e sia Maarfella che Foglia sono scesi dalla macchina sparando entrambi contro Aversano che si stava allontanando a piedi”.

Da una parte quindi l’amore per Salvatore, dall’altra il rapporto con il padre Salvatore Luongo, titolare dell’autolavaggio di via Padula dove il 7 ottobre 2014 un ragazzino di 14 anni, Salvatore, venne violentato con un compressore. Una vicenda che colpì l’Italia tutta e culminata con la condanna a 12 anni (confermata in Appello) nei confronti di Vincenzo Iacolare, che in quel autolavaggio ci lavorava. In quei giorni ‘caldi’ del 2014, lo stesso Salvatore Luongo ebbe modo di lamentarsi per “l’eccessivo clamore mediatico che ebbe la vicenda”.

Salvatore Luongo che nel maggio del 2016 è finito tra le venti persone arrestate sempre dalla Squadra Mobile nell’operazione denominata (ironia della sorte) “Car Wash” contro l’organizzazione camorristica soprannominata la “Paranza dei bimbi” con a capo i fratelli Emanuele e Pasquale Sibillo, il primo ucciso in un agguato nel 2015, il secondo arrestato dopo una breve latitanza. Secondo la DDA partenopea, Luongo era uno dei fornitori di droga al clan Sibillo. Luongo è stato coinvolto anche in questa nuova inchiesta contro le cosche pianuresi per i suoi forti legami con il clan Pesce-Marfella.

LEGGI COMMENTI