Ultimo aggiornamento martedì, 31 Marzo 2020 - 22:45

San Giuseppe, il protettore dei papà storicamente legato alla tradizione napoletana

Dalle "zeppole" alla "mazzarell": tutto quello che non sapevate su queste antichissime leggende

Tradizioni
19 Marzo 2020 14:43 Di Marta Ricciardi
7'

Oggi 19 marzo 2020 si festeggia San Giuseppe, ritenuto secondo il Nuovo Testamento lo sposo di Maria nonché padre putativo di Gesù.

Venerato come “Santo” dalla Chiesa cattolica quanto da quella ortodossa, fu dichiarato “Patrono” da Papa Pio IX l’8 dicembre 1870. San Giuseppe, Maria e Gesù bambino sono anche collettivamente riconosciuti come “la Sacra Famiglia”.

Il culto di San Giuseppe, simbolo di umiltà e dedizione, nella Chiesa d’Oriente era praticato già attorno al IV secolo, mentre intorno al VII secolo la chiesa ortodossa copta ricordava la sua morte il 20 luglio. In Occidente il culto ha avuto una marcata risonanza solo attorno all’anno Mille.

San Giuseppe è ritenuto il protettore dei papà, dei carpentieri (uno dei lavori attributi al padre putativo di Gesù), dei lavoratori in generale, dei moribondi, degli economi e dei procuratori legali.

Nel giorno in cui si celebra questa ricorrenza non possiamo non raccontarvi di due tradizioni celebri per noi partenopei, legate proprio al Santo protettore dei papà: quella legata alla cosiddetta “Mazzarell e san Giuseppe” e quella relativa alla nascita delle “zeppole di San Giuseppe”.

LA LEGGENDA DELLA “MAZZARELLA E SAN GIUSEPPE”– «Nun sfruculià ‘a mazzarella ‘e San Giuseppe» è un detto molto comune a Napoli, utilizzato perlopiù nel senso di “non mettere alla prova la pazienza altrui”. Ma da dove deriva questo modo di dire?

Non tutti sanno che proprio a Napoli è conservata dal 1795 un’importante reliquia presso la Chiesa di San Giuseppe dell’Opera di vestire i nudi. L’edificio sacro, posto sulla collina di San Potito, è un vero e proprio scrigno che serba tra i suoi tesori più importanti proprio la cosiddetta “mazzarella e’ San Giuseppe” citata nel famoso detto napoletano.

Il “bastone di San Giuseppe” è stato oggetto di assidua venerazione nel capoluogo partenopeo e, fino a pochi decenni fa, veniva esposto durante le solennità religiose richiamando grandi folle di fedeli.

La reliquia giunse dalla Terrasanta in Inghilterra, presso un convento carmelitano nel Sussex agli inizi del XIII secolo, e fu poi portata a Napoli dal Cavalier Nicola Grimaldi, detto Nicolini. Egli era una delle voci bianche più apprezzate della sua epoca, divenuto famoso anche fuori dal Regno borbonico, esibendosi spesso a Venezia e Londra, conquistandosi persino il favore della Regina Anna d’Inghilterra.

Nicolini portò il bastone a Napoli nel 1712, a seguito dell’acquisizione dalla famiglia aristocratica Hampden, mentre con il decreto della Curia Arcivescovile di Napoli (in data 14 marzo 1714) la reliquia fu riconosciuta come autentica. Trovò collocazione definitiva nella Chiesa di San Giuseppe dei Nudi nel 1795, con solenni festeggiamenti proclamati dal Re di Napoli.

COME NASCE IL DETTO “NUN FRUCULIA’ A MAZZARELL E SAN GIUSEPPE”? – Nicola Grimaldi, una volta entrato in possesso della reliquia, la custodiva nella sua cappella privata situata all’interno di Palazzo Como, nei pressi della Chiesa di San Giuseppe a Chiaia.

Ogni anno, il 19 di marzo, giorno della festa di San Giuseppe, nella zona della Riviera di Chiaia (così come in via Medina dove c’è un’altra chiesa dedicata allo stesso santo), si organizzava una grande festa che durava ben 8 giorni, con bancarelle, cerimonie e riti religiosi che attiravano in massa la popolazione in strada.

In quella occasione Grimaldi, per far fronte alle pressanti richieste, esponeva alla venerazione dei fedeli il “bastone di San Giuseppe”. Nonostante avesse messo dei custodi a sorvegliare la preziosa reliquia, era difficile arginare il fanatismo dei fedeli che facevano il possibile per toccarla, riuscendo spesso a “conquistare” qualche piccola scheggia del legno.

Così, quando qualcuno provava a toccare la reliquia veniva subito redarguito dai custodi e da qui nacque il famoso detto napoletano “Nun sfruculià ‘a mazzarella ‘e San Giuseppe”, che poi in seguito per estensione diventò un ammonimento a non infastidire qualcuno che se ne sta per i fatti suoi.

Di anno in anno, il legno del bastone perdeva pezzi tanto da essersi molto ridotto e quindi fu deciso di darlo in custodia all’Arciconfraternita di San Giuseppe dei Nudi. Alla morte del Grimaldi, però, la reliquia ritornò in possesso degli eredi di quest’ultimo, ma alla fine il Tribunale decise di affidarla definitivamente all’Arciconfraternita dove ancora oggi è custodita.

LA TRADIZIONE DELLE “ZEPPOLE DI SAN GIUSEPPE”– Sebbene siano ormai diffuse in tutta italia, le “zeppole di San Giuseppe”, preparate soprattutto in occasione della ricorrenza patronale il 19 marzo, sono un vanto della tradizione pasticciera partenopea.

In realtà è proprio la storia ad attribuire “la paternità” delle Zeppole proprio a Napoli. La prima ricetta ufficiale si trova, infatti, nel Trattato di Cucina Teorico-Pratico del celebre gastronomo Ippolito Cavalcanti, Duca di Buonvicino, che nel 1837, con lo stile semplice e immediato che lo contraddistingueva, la mise nero su bianco in lingua napoletana. La ricetta del Cavalcanti prevedeva l’utilizzo di pochi ingredienti: farina, acqua, un po’ di liquore d’anice, marsala o vino bianco, sale, zucchero e olio per friggere.

Miette ncoppa a lo ffuoco na cazzarola co meza carrafa d’acqua fresca, e no bicchiere de vino janco, e quanno vide ch’accomenz’a fa lle campanelle, e sta p’asci a bollere nce mine a poco a poco miezo ruotolo, o duje tierze de sciore fino, votanno sempe co lo lanatiuro; e quanno la pasta se scosta da tuorno a la cazzarola, allora è fatta, e la lieve mettennola ncoppa a lo tavolillo, co na sodonta d’uoglio; quanno è mezza fredda, che la può manià, la mine co lle mmane per farla schianà si pe caso nce fosse quacche pallottola de sciore: ne farraje tanta tortanielli come solo li zeppole e le friarraje, o co l’uoglio, o co la nzogna, che veneno meglio, attiento che la tiella s’avesse da abbruscià; po co no spruoccolo appuntut le pugnarraje pe farle squiglià e farle venì vacante da dinto; l’accuonce dinto a lo piatto co zuccaro, e mele. Pe farle venì chiu tennere farraje la pasta na jurnata primma“.

LA LEGGENDA LEGATA ALLE “ZEPPOLE DI SAN GIUSEPPE” – Come per molti dolci, anche la nascita delle zeppole è avvolta dalla leggenda e si ricollega a tradizioni antiche e diverse tra loro, da ricercarsi addirittura nel 500 a.C.

La più famosa farebbe risalire la nascita delle zeppole alla fuga in Egitto della Sacra Famiglia. Si dice infatti che San Giuseppe, per mantenere Maria e Gesù, dovette affiancare al mestiere di falegname quello di friggitore e venditore ambulante di frittelle.

Sembrerebbe poi che a Napoli, per una sorta di devozione al Santo, ad un certo punto si sia sviluppata la tradizione degli “zeppolari di strada” ricordati dallo stesso Goethe, in occasione della sua visita nel capoluogo partenopeo, verso la fine del 1700:

Oggi era anche la festa di S. Giuseppe, patrono di tutti i frittaroli cioè venditori di pasta fritta. Sulle soglie delle case, grandi padelle erano poste sui focolari improvvisati. Un garzone lavorava la pasta, un altro la manipolava e ne faceva ciambelle che gettava nell’olio bollente, un terzo, vicino alla padella, ritraeva con un piccolo spiedo, le ciambelle che man mano erano cotte e, con un altro spiedo, le passava a un quarto garzone che le offriva ai passanti”.

San Giuseppe, il protettore dei papà e storicamente legato alla tradizione napoletana

 

 

LEGGI COMMENTI