Ultimo aggiornamento giovedì, 27 Febbraio 2020 - 08:20

Intervista a Pino Mauro: “La canzone napoletana è morta. Non ci sono né talenti, né valori”

"Basta vedere i neomelodici o l'ultimo Sanremo per capirlo". Il ricordo di Mario Merola e l'atteso confronto con Nino D'Angelo e Gigi D'Alessio

Musica
13 Febbraio 2020 15:30 Di Andrea Aversa
9'

Un fiume in piena fatto di schiettezza e sincerità. Gli stessi valori che il Maestro Pino Mauro ha trasmesso alla sua arte: quella di autore, cantante e interprete tra i più importanti della musica napoletana. Pino Mauro non è stato solo il protagonista di un’intervista per VocediNapoli.it, la nostra è stata una piacevole chiacchierata che ha affrontato più aspetti.

Dalla canzone si è passati a quei valori sociali che, “oggi non ci sono più. Le famiglie non sono unite come un tempo, i giovani sono allo sbando e questo si è ripercosso anche nell’arte e la musica“. Per il Maestro, il futuro della canzone napoletana è negativo perché, “non c’è più cultura. Vincono l’ignoranza e il consumismo. C’è una grande spaccatura tra quello che è il popolo, la gente, e quelli che sono i valori fondamentali del vivere civile“.

Dagli inizi di una carriera decennale (presto Pino Mauro festeggerà  68 anni di attività), al connubio con Mario Merola (una ‘rivalità’ artistica vissuta con grande lealtà e rispetto), ai tour mondiali, agli screzi (ancora da chiarire) con Nino D’AngeloGigi D’Alessio e ad un futuro come attore (“vorrei avere 20 anni in meno, ho ancora tante cose da fare“), Pino Mauro si è raccontato al nostro giornale con lo stile che lo ha da sempre contraddistinto.

Come è iniziata la sua carriera e in particolare quale aneddoto ricorda?
Ci sono troppi episodi che dovrei raccontare. Posso dire che artisti si nasce e il mio talento ha iniziato ad esprimersi già all’età di 11 anni. Era il dopo guerra. Vivevo con la mia famiglia a Villaricca e facevamo fatica anche a mangiare. Ma eravamo uniti, stavamo insieme a tavola, si parlava e i miei genitori mi trasmettevano quei valori che oggi non ci sono più. Per questo nonostante fossi un ragazzino mi sentivo già un uomo. Ricordo come fosse oggi che prendevo il tram per venire a Napoli. Seguivo le lezioni di canto del Maestro Mino Campanino al Teatro San Carlo. Il mio primo disco, un 78 giri che conservo con amore, lo incisi con la casa discografica di Caterina Caselli – la Compagnia Generale del Disco, CGD – che mi scritturò per tre mesi. Ricordo ancora che su una facciata del disco c’ero io con ‘Doje stelle só’ cadute’ di Sergio Bruni e sull’altra c’era Johnny Dorelli. Poi, a 15 anni, partecipai ad uno spettacolo dedicato alla Piedigrotta al Teatro Augusteo, finché non vinsi un concorso alla Rai con ‘Ammore amaro’. Ricordo ancora quando andavo a registrare presso gli studi di vico della Neve a Napoli, una stradina della Riviera di Chiaia: si registrava in diretta su otto tracce, sette erano per l’orchestra, una per il cantante. Cose inimmaginabili per i musicisti di oggi. Poi c’è stata quella vicenda giudiziaria finita bene ma che mi impedì di prendere il treno definitivo verso il successo. Mi è rimasta impressa una domanda dei giudici:’Ma lei cosa ci fa qui?’. Era evidente che fu un caso montato ad arte da qualche collega invidioso che non vedeva di buon occhio il mio percorso artistico.

Che ricordo ha di Mario Merola?
Mario Merola veniva ogni giorno al Teatro 2000 di Alfredo Rizzieri. Si sedeva in platea e mi guardava. Ascoltava le mie esibizioni. All’epoca cantavamo ‘Malufiglio’ una cover del brano scritto da Chiarazzo. Poi con una prima retribuzione di 500 mila lire nacque il primo 45 giri. Per Mario Merola ho sempre avuto grande rispetto. Anche lui è stato un artista con la ‘A’ maiuscola. Aveva i suoi pregi e difetti come tutti. Cantava i brani di Sergio Bruni finché non trovò ed espresse la sua vera personalità artistica. A legarci, in un certo qual modo, è stato Giacomo Rondinella. Quest’ultimo scritturò Merola che però passò Alla King di Aurelio Fierro e la moglie Marisa che gli offrirono 12 milioni. Io, invece, ero con la Pollio ed era da poco uscita la canzone ‘o Fuorilegge. A quel punto Rondinella decise di farmi una proposta difficile da accettare: un contratto da 45 milioni. Con lui incisi ‘Nun t’aggia perdere’. Poi Merola decise di tornare con Rondinella e quest’ultimo chiese un mio parere. Io gli risposi: ‘Decidi tu’. E fu così che nacque uno dei connubi più importanti della storia della musica napoletana. Eravamo leali e rispettosi l’uno dell’altro quindi nessuno invadeva la scena altrui. Abbiamo girato il mondo e portato Napoli ovunque.

Come sta oggi la musica napoletana?
La canzone napoletana è morta. Non ci sono più figure di talento e impresari capaci di far sbocciare nuovi artisti. Oggi una canzone ha successo un anno, poi dopo ti dimentichi il nome di chi l’ha cantata. Tutto questo è legato al decadimento generale della società e della politica. Si privilegia l’amico e il commercio all’artista, al musicista e al cantante. Non ci sono più i valori di una volta e quindi siamo costretti a seguire tutto quello che viene propinato in televisione e sui social che non hanno nulla di artistico. Oggi vanno di moda i rapper e i trapper ma in realtà è come se fossero dei miei nipoti. Io sono stato tra i primi a cantare le storie di strada. Si tratta del ‘genere di cronaca’ che ho inventato e lanciato negli anni ’70, insieme ai miei autori d’allora Ilio e Moxedano, per dare nuova linfa alla musica napoletana. Era il periodo dei film western di Leone con le musiche di Morricone. L’idea era di riproporre quelle storie in chiave moderna e napoletana. Così si parlava dei ‘guappi’, i veri uomini d’onore di una volta non come quelli di oggi, e delle loro sfide e avventure, spesso caratterizzate da una forte figura femminile e dal tradimento d’amore.

Cosa pensa del fenomeno neomelodico?
Non mi piace per niente. È relegato ad una fascia popolare del Sud molto particolare. Ancora mi chiedo come possano avere successo alcuni personaggi che non hanno nulla a che fare con la musica e la canzone. Ma la colpa è di chi li segue e gli dà importanza. Non saprei definire il loro spessore artistico e culturale che credo sia di bassissimo livello.

Nino D’Angelo e Gigi D’Alessio
Sto ancora aspettando un confronto con entrambi. Vorrei che ci incontrassimo e ci guardassimo negli occhi per chiarire alcune cose. D’Alessio sarà anche un bravo musicista, così come D’Angelo un buon autore ma non credo siano dei grandi artisti e cantanti. Anzi, anche loro hanno aperto un pò le porte a questo genere neomelodico che non ha nulla a che vedere con la canzone napoletana. Cantano un napoletanismo che non c’è più. Un fenomeno privato di determinati valori e aspetti culturali che in passato avevano molta importanza. Ricordo che l’ultima volta che ho visto D’Angelo è stato all’Hotel Fenice a Milano, era il 1987. Da allora lo sto ancora aspettando. Poi, mi chiedo, se tu sai cantare perché alcune canzoni come la mia ‘Si felice’ o ‘Povero amore’ di Trevi non le ha cantate lui? Invece aspettava che uno di noi scriveva qualche brano per poi riprenderlo. È stato fortunato come Gigi D’Alessio che quando ancora si chiamava ‘Luigi’, era il 1989, non volle che uscissi anche io sul palco dell’Ariston a Sanremo.

A proposito le è piaciuto l’ultimo Festival di Sanremo?
Non è più il Festival di una volta. Lo show non mi è piaciuto. Tutto è ormai basato sull’intrattenimento mentre la musica fa solo da comparsa. È una carnevalata senza identità. Si lasciano gli artisti a casa per dare spazio ad altri personaggi. Non comanda più la musica, ma il mercato e i favori politici. Il problema, oltre che culturale, è proprio questo. Ci sono persone messe li che non hanno le competenze. Ad esempio Amadeus, ha fatto un buon lavoro, ma lui è solo un conduttore non può fare il Direttore artistico. Questo è un ruolo che deve competere a chi ne capisce di musica. Ma basta guardare i volti delle autorità e dei giornalisti in platea. Quelli che comandano sono gli stessi del passato, non c’è cambiamento, non c’è innovazione e tutto questo penalizza il pubblico. In questo è la Rai ad uscirne davvero male.

Come mai non si fa più il festival di Napoli?
A causa del comportamento di certi cantanti ed autori del passato legati a determinati politici. Anche li, la fine, ha avuto inizio quando la musica e gli artisti sono stati messi da parte per logiche politiche ed economiche. Iniziarono ad esibirsi personaggi che poco centravano con la musica. Io ho partecipato a sette Festival, dal 1963 al 1980, ma già dal 1970 l’evento ha iniziato ad andare in decadenza. Infine ci fu un azzardo di un cantante, di cui non voglio fare il nome, che disse di voler mettere una bomba dentro la Rai. Quella polemica fece calare definitivamente il sipario sulla kermesse canora.

Esiste l’erede di Pino Mauro?
Assolutamente no. Così come non può esistere quello di Mario Merola. Si tratta di artisti inimitabili. Voci e stili che non si possono replicare. Noi siamo artisti veri e per questo unici.

Che sorprese ci sono nel futuro del Maestro?
Io vorrei avere 20 in meno perché ho ancora tante cose da fare. Il prossimo appuntamento è fissato per fine anno, dove insieme alla cantante di origini tunisine M’Barka Ben Taleb, farò uno spettacolo sulla musica napoletana dell’800 e del ‘900. Poi mi sto preparando per un grande show dove festeggerò i miei 68 anni di carriera. Nel frattempo ho in cantiere tre film: uno, ‘Il ladro di cardellini’, mi vedrà recitare al fianco di Nando Paone, un altro è relativo ad un documentario basato sulla mia vita e poi c’è un terzo lungometraggio in progettazione ma preferisco non svelarvi la sorpresa. Infine, ho l’esclusiva con Agostino Russo per le feste di piazza, un modo per continuare ad esprimere la mia musica, la mia arte, a contatto con la gente.

Intervista a Pino Mauro: "La canzone napoletana è morta. Non ci sono né talenti, né valori"
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