Ultimo aggiornamento martedì, 16 Luglio 2019 - 21:04

Immersione nel Parco Sommerso di Baia, il viaggio in fondo al mare dei ragazzi non vedenti

Ambiente
7 Giugno 2019 19:14 Di Elisabetta Fasanaro
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Una splendida esperienza quella fatta da alcuni ragazzi non vedenti o ipovedenti nel Parco Sommerso di Baia. Una immersione per  esplorare ed entrare in contatto con quelle bellezze dell’antica Roma scomparse fra i flutti per il fenomeno geologico del bradisismo, che consiste nell’innalzamento o abbassamento del suolo a causa di moti vulcanici.

L’iniziativa, finanziata dall’Università IULM di Milano, si chiama “Con gli occhi di Parthenope” e fa parte del progetto SeaReN (Sea Research Neapolis), volto proprio alla scoperta delle bellezze sommerse della Campania.  I venti ragazzi che hanno aderito all’iniziativa provengono da diversi istituti per ipovedenti, come il Paolo Colosimo di Napoli: fin da gennaio si sono allenati in piscina, supervisionati da Gaetano Vassallo, guida subacquea della HSA (Handicapped scuba association).

“La diversità fa parte della condizione umana – ha commentato Tiziana Petrosino, responsabile delle attività educative del Colosimo – in questo caso l’archeologia è messa al servizio dell’inclusione”. Prima dell’immersione vera e propria, la cui organizzazione è stata affidata a Mariano Barbi, team leader di SeaReN, al presidente della Onlus “Vivere per Amare” Carlo Molino e con il geologo Rosario Santanastasio, responsabile nazionale di “Marenostrum – Archeoclub d’Italia”, i novelli sub sono stati accolti con una cerimonia tenuta dal principe Carlo di Borbone, che ha consegnato loro delle mute donate dall’Ordine Costantiniano di San Giorgio.

L’esperienza è durata circa due ore e ha lasciato i venti partecipanti emozionati e soddisfatti come si evince dalle parole di Angela, che ha affermato: “Ho poggiato la mano su un pavimento di duemila anni fa, nell’acqua mi sembrava di attraversare la storia”. “Non so cosa sia la normalità, ne sono ancora alla ricerca – ha dichiarato Mario – so, però, che sott’acqua conosciamo noi stessi“.

“A Baia, ieri, gli antichi Romani venivano a curarsi lo spirito – spiega Filippo Avilia, archeologo subacqueo del SeaReN e professore presso la IULM di Milano – noi oggi ci prendiamo cura di questi ragazzi. Quello che manca nelle nostre comunità spesso è l’empatia, il chiedere “tu come stai?” che implica il successivo impegno ad accogliere, quello che serve è la presa in carico della loro emozionalità”. “Noi abbiamo bisogno degli altri, dell’attenzione degli altri- conclude Angela – non di assistenzialismo, l’altro per noi è un valore che ci definisce, non sostituisce”.

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