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Intervista a Nicola Quatrano: “La criminalità giovanile è figlia dell’esclusione sociale”

Criminalità, separazione centro-periferie, disagio sociale e carceri. Ne abbiamo parlato con l'ex giudice che ha condannato Carmine Alfieri

Interviste
13 Maggio 2019 21:09 Di Andrea Aversa
7'

Siamo di fronte ad una realtà difficile. Ci sono grandi problemi sociali ed economici. Questo dilagare della violenza, spesso gratuita, per certi versi è diventato un modo per tanti giovani esclusi dalla società di esprimersi e far sentire la propria voce“. È questo il parere di Nicola Quatrano, ex giudice ed ora avvocato. Secondo quest’ultimo i fatti avvenuti di recente in città sono le conseguenze di uno sfascio sociale al quale le istituzioni ancora non sono state in grado di porre rimedio.

Per Quatrano la soluzione risiede nel processo inverso, ovvero nell’inclusione. Lo Stato deve essere in grado di far sentire parte della società quelle persone che ne sono attualmente ai margini. Si tratta di una vera e propria “bonifica sociale“, i cui protagonisti devono essere la scuola e il lavoro. “È la soluzione più lenta, difficile e costosa. Ma è l’unica ricetta che la politica può utilizzare per cambiare le cose. Un pò come una cura, essa necessita di tempo e pazienza“.

Gli ultimi episodi di cronaca accaduti in città hanno dipinto uno scenario terribile. Cosa sta succedendo a Napoli?

Non vorrei sminuire la situazione ma si tratta di un fenomeno globale. Accade in tutte la grandi città del mondo: Londra, New York, Parigi. Il luogo è sempre lo stesso, la periferia. A Napoli è tutto più visibile perché il capoluogo partenopeo è più piccolo rispetto a quelle metropoli e le periferie sono interne al centro città. Alcuni luoghi di Napoli, periferici e abbandonati, fanno parte del centro. Non a caso, “Napoli è l’ultima città dell’800” afferma Isaia Sales. In generale, la devianza giovanile, ha alla base fasce sociali escluse ed emarginate. In pratica il problema non è soltanto criminale ma sociale e quest’ultimo aspetto è del tutto sottovalutato dalle istituzioni. Di conseguenza la sostanza del problema è più grave di quanto si possa pensare.

Abbiamo due statistiche, una dimostra che i reati sono in calo – nonostante la politica cavalchi lo spauracchio della sicurezza – l’altro descrive fenomeni preoccupanti come la disoccupazione e l’abbandono scolastico. Ci sono collegamenti? Qual è il confine tra realtà e percezione?

Di fatto c’è una riduzione numerica dei reati ma la diminuzione quantitativa non è direttamente proporzionale all’aumentare della vivibilità e della sua qualità. Siamo di fronte ad episodi di violenza gratuita. Le forze dell’ordine e l’autorità giudiziaria svolgono un lavoro egregio sia per quanto riguarda la prevenzione  dei crimini che nell’eseguire arresti e condanne. Ma queste attività da sole non bastano. C’è bisogno di mettere in campo delle attività sociali. Dobbiamo renderci conto che queste persone e in particolare i giovani appartenenti a questi strati sociali, sono devianti perché necessitano – appunto – di battere un colpo. Di comunicare che esistono anche loro, di far sentire la loro voce e di entrare in quelle fasce socio – economiche che di norma gli sono vietate. E purtroppo il loro strumento per dire “Esistiamo anche noi” è proprio la violenza.

Maggiore repressione, più carcere, innalzamento delle pene. Sono le uniche soluzioni messe a disposizione dai governi. Si tratta di rimedi efficaci?

Ancora altre pene, altra repressione e creazioni di nuovi reati? Ditemelo se accade perché cambio paese. Sono 20 anni che l’unica risposta della politica, gli unici rimedi delle istituzioni, sono stati quelli repressivi. Abbiamo un codice penale che conta una miriade di leggi per punire un’altrettanta miriade di reati. Le pene per quelli già esistenti vengono spesso innalzate. Eppure, ad oggi, le cose non sono migliorate. Non ci vogliono i premi Nobel per capire che questa è una strada sbagliata e inefficace. Del resto non è che fino a 20 anni fa vivevamo nel giardino dell’Eden. Proprio per questo, in Italia, forze dell’ordine e sistema giudiziario hanno sempre agito con grande forza. Tuttavia i problemi non sono stati risolti, è evidente che le soluzioni devono essere altre. Mi viene in mente un esempio, l’ultima legge sulla legittima difesa. In pratica lo Stato, forse perché è più facile e meno costoso, ha autorizzato i cittadini ad armarsi e sparare. Secondo lei questo impedirà ai ladri di entrare in una proprietà privata e di rubare? Non credo, al massimo il rapinatore farà il suo ingresso anche lui armato e pronto a fare fuoco per primo. Quindi, non solo non hai risolto il problema delle rapine in casa ma hai anche posto le basi per ulteriori tragedie.

Abbassare l’età punibile e togliere i figli ai camorristi. Cosa ne pensa?

Sono assolutamente contrario. Questi episodi criminali che hanno spesso e volentieri giovani come protagonisti, sono circoscritti ad una specifica cerchia sociale. Insomma, il contesto e il disagio di questi ragazzi, hanno in comune la fascia sociale nella quale si generano. Ad esempio, pensiamo al terrorismo, ai gruppo violenti delle curve e alle baby gang: la costante è sempre l’esclusione sociale. Si tratta spesso di persone che vivono nelle periferie delle città e ai margini della società di appartenenza. Per questo togliere i figli ai genitori, perché camorristi, non può che amplificare il problema. Con la scusa di salvarli iniziamo a far pagare loro le colpe dei genitori. In generale è proprio sbagliato il principio di togliere i figli alle loro famiglie. Parliamoci chiaro, chi commette queste azioni così violente è parte di quelle fasce sociali che sono parassitarie e improduttive per la società. In pratica, per quest’ultima, tali individui non servono a nulla e rappresentano soltanto una zavorra. Che facciamo, prepariamo un piano per eliminarli tutti o predisponiamo delle politiche di inclusione e recupero? Le soluzioni sono queste e nessun altra. Ovviamente la seconda strada è quella giusta e può servire a reinserire nella società le persone devianti. Soprattutto quelle giovani.

Poggioreale e in generali le carceri esplodono e sono diventate luogo di disumanità. Come si può risolvere il problema?

I progetti di riforma del carcere, paradossalmente, sono nati con il carcere stesso. Si tratta di un sistema contraddittorio nella sua funzione. Si tratta di luoghi – contenitori di persone rinchiuse, che non fanno nulla e che vedono alimentare la propria parte criminale. In pratica le carceri, di fatto, svolgono la funzione opposta rispetto a quella per la quale sono state create. Basta pensare a come al loro interno possa proliferare il fondamentalismo religioso o che un uomo come Raffaele Cutolo sia stato in gradi, come detenuto , di costruire e organizzare la NCO. In un periodo negativo come questo attuale, dove vi è una grande crisi socio – economica, le istituzioni per risolvere i problemi legati all’illegalità, non possono ridursi alla semplice formula: “più carcere”. Ci vuole la messa in atto di un processo di inclusione civile e sociale delle persone che sbagliano. Queste ultime, così come afferma la Costituzione, vanno recuperate e reinserite in società. Bisogna intervenire su leggi che rifondino e migliorino il mercato del lavoro e la scuola. Senza questi due fattori lo Stato non può che arrendersi e la società uscire sconfitta da questa sfida.

Intervista a Nicola Quatrano: "La criminalità giovanile è figlia dell'esclusione sociale"

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