Ultimo aggiornamento giovedì, 21 giugno 2018 - 14:03

Intervista ad Alessandro Barbano: “Dal governo nessuna visione politica ed economica per il Sud”

Giornalista, scrittore e già direttore de Il Mattino, Alessandro Barbano in questa intervista esclusiva ha parlato del paese, del Sud e di Napoli

Interviste
11 giugno 2018 15:42 Di Andrea Aversa
10'

Il suo ultimo libro si chiama “Troppi diritti” ed è uscito lo scorso 3 aprile. Con questo testo Alessandro Barbano ha tentato di spiegare le cause della crisi politica, culturale e sociale (e quindi economica) del paese partendo da un paradosso: il chiedere sempre diritti, slegandoli dai doveri e annullando l’intermediazione tra i vari corpi sociali, ha causato una grave destabilizzazione della democrazia.

Secondo l’autore oggi ci troviamo in un’epoca da lui definita del “Tribalismo democratico” dove il malessere è amplificato da una comunicazione generatrice di false narrazioni. Il culmine dell’era della “post verità“, dove la percezione del reale è più reale della realtà stessa. In questo scenario la politica populista e anti sistema è stata in grado di trovare la sua forza.

E poi un approfondimento su Napoli e il Mezzogiorno, parti d’Italia dimenticate dai politici e utilizzate solo per mera propaganda e continua ricerca di consenso. Uno sguardo sull’attualità, dove è protagonista un nuovo governo la cui maggioranza è formata dalla Lega di Matteo Salvini e dal M5S guidato da Luigi Di Maio.

Non serve pretendere nuove garanzie ma mettere in discussione quelle già acquisite” e ancora, “l’Italia tradita dalla libertà“. Un paese poco liberale e dallo Stato di Diritto sempre in pericolo. Una nazione che vuole più libertà senza rendersi conto di essere stata travolta dal fenomeno del “Dirittismo“. Potrebbe spiegare questo paradosso?

La cultura dei diritti va collegata con il realismo. Non possono esserci delle pretese ideologiche sulla questione dei diritti. Ad esempio, è facile proclamare il diritto al lavoro (così come affermato nella Costituzione). Ma se il lavoro non c’è e non ci sono le occasioni per crearlo, il diritto si scollega dal reale. Certo la volontà di affermare molti diritti oggi inalienabili, è stata fondamentale in epoche storiche quelle dell’Ancien Regime o durante i regimi totalitari del ‘900. Ma oggi i diritti da carburante della democrazia ne sono diventati una forza destabilizzante. Questo è avvenuto per il semplice fatto che i diritti sono stati scollegati dai doveri. Ecco abbiamo una forte cultura dei diritti che ha surclassato quella dei doveri. E basta pensare al Mezzogiorno e all’enorme spesa pubblica, all’abuso dei posti pubblici, ad una pubblica amministrazione che non funziona, all’abuso della 104, per renderci conto di questa situazione. Purtroppo in Italia, dopo decenni di messa in pratica di questa cattiva prassi, ci troviamo con categorie sociali, come quella dei giovani che sono del tutto esclusi dalla società per le evidenti difficoltà economiche che devono affrontare. Pensiamo alla tragedia del debito pubblico, si tratta di un vero e proprio furto che una generazione ha fatto ai danni di quella successiva.

I social media hanno stravolto il modo di comunicare. Oggi sembra quasi che conti più la percezione della realtà rispetto alla realtà stessa. Lei afferma nel libro che alla politica “basterebbe dire la verità” senza cercare il consenso a tutti i costi, eppure ci troviamo nell’epoca della “postverità”, concetto da lei spiegato nel libro

Una comunicazione basata solo sui diritti è irrealistica. Non è solo un discorso di “fake news”. La corsa al consenso ha drogato la comunicazione. Quando il Pd ha attaccato 5 Stelle e Lega durante l’ultima campagna elettorale, accusandoli di produrre notizie false, Il Mattino ha intervistato un blogger di Afragola che scrive per il Movimento. Lui ha affermato che non inventava notizie ma ne cambiava i titoli per parlare alla pancia delle persone attirandone il click. La cosa più assurda che nell’imbastire la notizia si basava su di una sorta di soglia di verosimiglianza sopra la quale non poteva andare, come ad esempio pubblicare la foto della Boschi al funerale di Riina, ma a di sotto di tale soglia tutto è concesso. Ecco, in questo modo abbiamo una rete che è fabbrica di rabbia e indignazione. Questo contesto è figlio di gravi errori della politica che ha sottovalutato l’evoluzione tecnologica e i rischi che essa ha comportato. Io non sono un apocalittico, credo che questi strumenti possano essere davvero importanti per lo sviluppo della società ma vanno regolamentati e usati bene. Una rete libera, gratuita e democratica non esiste. Parlare di una rete che crei una rappresentanza politica è una menzogna. Così come è falso far credere che la democrazia sia perfetta. Churchill parlava di miglior sistema possibile anche se imperfetto. Anche i nostri padri costituenti la pensavano in questo modo. Senza fare alcuna apologia della Democrazia Cristiana, c’era Montanelli che affermava, “turiamoci il naso e votiamo Dc”. Oggi si vuole far passare l’idea di una democrazia che sia svuotata delle sue caratteristiche, una democrazia che non abbia compromessi, perché identificati come “inciuci”, una democrazia che non debba avere una classe dirigente perché diventerebbe una “casta”. Insomma si tratta di rinunce impossibili per qualsiasi sistema democratico. Ecco, ci troviamo nell’era del “Tribalismo democratico”, oggi più che mai bisogna dare forma alla democrazia senza fare propaganda con i soli diritti.

Quale sarà la nuova frontiera dell’informazione?

L’informazione deve riportare la conoscenza ai cittadini, dai simboli a fatti, ai numeri ai contesti. Insomma deve raccontare la realtà. Basta pensare al tema dell’immigrazione, la società è divisa in due blocchi, chi vuole accoglierli tutti senza alcuna strategia economico – sociale e chi ne vuole espellere 500mila senza calcolare i costi di un’operazione del genere. Basterebbe raccontare le statistiche del fenomeno migratorio per sviluppare una strategia di accoglienza efficace ed economicamente sostenibile. Ma il dibattito pubblico e politico è stato impoverito, basta guarda gli show in tv, è come assistere ad un match di pallavolo: Il conduttore alza la palla ed il politico schiaccia. Sta morendo la funzione del giornalista come “cane da guardia del potere”, guardia intesa nel significato più nobile della parola. Non vi è più critica, non vi è più contraddizione, non vi è più anticonformismo. Ecco l’informazione deve abbandonare il simbolismo per abbracciare il realismo.

Nel libro emerge l’immagine dell’Italia come un paese dalle 1000 potenzialità ma vittima di un inesorabile immobilismo e degrado. Lei spiega le motivazioni e prova a dare le possibili soluzioni al problema. Si potrebbe riassumere che al paese basterebbe diventare più moderato, liberale, garantista ed europeo?

Moderato, liberale e garantista assolutamente si. Sul discorso dell’Europa farei molta attenzione. Anche qui la politica ha fatto grandi errori. Dall’utopia degli Stati Uniti d’Europa che avrebbero dovuto unire popolazioni così diverse tra loro, siamo giunti ad un sistema burocratico ed intergovernativo dove contano gli interessi nazionali dei singoli stati e non quelli dei cittadini europei. Basta pensare all’Irlanda che per attirare i capitali di grandi aziende come l’Apple è stata disposta a far pagare tasse bassissime. Anche in questo caso c’è stata una mistificazione figlia di una falsa narrazione. Bisogna fortificare il concetto di statalità ma arginando le derive sovraniste e puntare ad una struttura federale europea dove conti la rappresentanza politica, quindi il parlamento europeo, quindi le istanze dei cittadini e non dei governanti.

Nel capitolo “La lunga notte del Sud” lei parla di un Mezzogiorno caratterizzato dalla narrazione del vittimismo, da quella del “No” a tutto (gasdotti, inceneritori, termovalorizzatori), dai diversi gap economici, sociali e infrastrutturali con il Nord e dall’assenza di “pensiero e politica“. Leggendo la parte dedicata al Meridione, presente nel contratto del nuovo governo, vi sono dedicate circa 8 righe e nessuna spiegazione su come mettere in pratica quello che è stato annunciato in campagna elettorale. Non le sembra un pò poco? Davvero flat tax e reddito di cittadinanza da soli basteranno per risolvere i problemi del Sud rilanciandone economia, lavoro e sviluppo?

Il contratto manca di una visione politica ed economica per l’intero paese. Il divario che c’è tra il Meridione con il resto d’Italia è completamente eluso. Non ci sono approfondimenti sulle politiche ambientali, dove tra l’altro Lega e M5S hanno visioni diverse, e nemmeno su quelle industriali. È prevista soltanto una politica assistenzialista che si aggiungerà alle attuali politiche di welfare già esistenti. Il reddito di cittadinanza prevede una spesa pubblica enorme: circa 13 miliardi di euro all’anno più 5 miliardi per implementare i centri per l’impiego. Questa misura non inciderà sui veri problemi del Sud. La questione deve essere quella di spostare l’asse delle responsabilità dai padri ai figli. La leva pubblica deve diventare un soggetto trasformativo. Invece, blinda le vecchie generazioni e non fa nulla per connettere la spesa pubblica allo sviluppo.

Il movimento arancione a Napoli si è fatto strada attraverso una propaganda populista e basata sull’antipolitica prima ancora che il M5S diventasse così forte. Ad oggi gli effetti di queste pratiche sono sotto gli occhi di tutti. La città può essere identificata come una sorta di “avanguardia politica“?

È il modello arancione ad essere un’avanguardia populista. Si tratta di un’esperienza di sottosviluppo civile, industriale e produttivo. Non fa leva sul mercato, sulla concorrenza, sulla competitività, sulla conoscenza e sulla solidarietà. Ma accredita forme di protezione corporativa e di microinteressi che nulla portano allo sviluppo reale della città.

Perché a Napoli su qualsiasi tema il confronto è sempre polarizzato e senza sfumature? Si parla della città bene o male a prescindere e quando lo si fa con consapevolezza si rischia di essere bollati come buonisti o catastrofisti

Perché c’è una retorica ed una visione per stereotipi che hanno trasformato le caratteristiche di questa città in etichette. Queste ultime permettono una lettura soltanto parziale di tutto ciò che caratterizza Napoli. Come una foto fatta con troppa luce, la narrazione della città causa la sfocatura di alcuni tratti della stessa. Ad oggi la visione di Napoli si basa su di un’autorappresentazione sudista e rivendicazionista che proietta un’immagine uguale e contraria. La città, invece andrebbe vista come la interpretava Matilde Serao: raccontata da un punto di vista veramente giornalistico e con un amore reale nei confronti del popolo napoletano. Napoli è una città straordinaria, ricca di umanità, di risorse, di vitalità e di ingegno, tutti elementi utili per superare le sue contraddizioni peggiori.

Centro – periferia, borghesia (che non c’è o è “latitante”) – popolo (plebe). Queste contrapposizioni a Napoli si sono amplificate durante gli ultimi anni. Secondo lei per quale motivo e cosa si potrebbe fare per porvi rimedio?

Non c’è alcun dubbio che tali contrapposizioni siano aumentate. Napoli è una città che non è più capace di tenere insieme queste categorie così diverse. La città è vittima di una politica corporativa che non è più in grado di fare intermediazione tra i vari corpi sociali. Questo si evince anche dagli atti di violenza avvenuti tra i giovani, con gruppi di ragazzi provenienti dalle periferie che hanno compiuto dei veri e propri raid in centro. Questi episodi rappresentano delle nuove e gravi patologie sociali. Bisognerebbe provvedere al più presto con politiche di prevenzione ed interventi di pedagogia civile.

Intervista ad Alessandro Barbano

Intervista ad Alessandro Barbano - Troppi diritti

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