Ultimo aggiornamento martedì, 12 dicembre 2017 - 13:00

Il massacro delle ‘bimbe di Ponticelli’: un delitto efferato ancora nell’ombra

Cronaca
12 ottobre 2017 17:14 Di redazione
5'

Il 3 luglio 1983 i Carabinieri, a seguito di una segnalazione, ritrovarono i corpi di due bambine: Barbara Sellini di 7 anni e Nunzia Munizzi di 10 anni. Non solo un duplice omicidio che sconvolse gli abitanti della zona, ma una serie di macabre circostanze trapelarono sulla cronaca, al punto da descrivere ancora oggi quell’episodio come uno dei più cruenti mai accaduti in Italia.

Le due bambine erano sparite la sera del 2 luglio 1983 alle ore 19.00 dal pizzale vicino alle loro abitazioni, dove solitamente giocavano insieme, nei pressi del Rione Incis a Ponticelli, periferia orientale di Napoli. La notizia della loro scomparsa diffusasi rapidamente aveva creato sconcerto. Il giorno dopo il ritrovamento: i due piccoli corpi, sovrapposti e legati con una corda erano stati gettati in un canale, come spazzatura. Le piccole assassinate, sotto il cavalcavia non distante da casa, furono rinvenute semicarbonizzate, esito di un tentativo fallito da parte dell’omicida di nascondere completamente la loro presenza.

Il gesto atroce scatenò indignazione, tutti si mobilitarono per risalire al colpevole di un atto così atroce. Fondamentale nelle indagini il contributo di una terza bambina, Silvana Sasso, salvatasi grazie alla nonna che le aveva negato il permesso di uscire a giocare. La bambina raccontò di un certo Gino chiamato ‘Tarzan tutte lentiggini’ che la sera prima aveva invitato tutte e tre le amichette a fare un giro nella sua Fiat 500. La descrizione di Silvana collimava con un profilo, Corrado Enrico, chiamato da tutti Maciste per la sua grossa corporatura. L’uomo, fermato e interrogato, nella deposizione ammise di avere problemi e di aver avvicinato spesso bambine per soddisfare i suoi bisogni: “Da circa un paio d’anni sono avvezzo all’uso eccessivo di bevande alcoliche ed ogni volta che ne faccio uso crea in me una confusione mentale che mi porta a compiere atti abnormi (atti osceni nei luoghi dove io mi porto a bordo dell’auto nei confronti di persone di sesso femminile ed in particolare bambine)”. Nonostante sul soggetto convergessero indizi gravi e piuttosto palesi e nonostante la sua stessa ammissione, l’indagine non venne mai approfondita e la sua auto non fu neanche esaminata, nonostante il dettaglio inquietante del fanale rotto come raccontato dalla bambina. Ad avallare questa testimonianza c’era anche la dichiarazione di un altro testimone, Antonella Mastrillo, coetanea delle vittime, che ammise di aver visto le bambine allontanarsi dal quartiere a bordo di una Fiat 500 di colore scuro con un fanale rotto e la scritta ‘vendesi’. Molti i particolari allarmanti che emersero da quella dichiarazione, anche la moglie smentì il suo alibi eppure l’uomo fu rilasciato.

Molte le testimonianze e i nuovi nomi di personaggi legati alla vicenda, ma nessuna soluzione concreta. Tra questi nel corso delle indagini emerse il nome di Vincenzo Esposito, la piccola Antonella fu chiamata a riconoscere le sue foto. Lo stesso Esposito venne indicato dal minore Ernesto Anzovino come uno dei ragazzi che poche sere prima dell’omicidio si era avvicinato alle bambine. La posizione di Esposito era ambigua, l’uomo ritrattava continuamente. Eppure proprio quando emerse da parte degli inquirenti un forte sospetto su Esposito, Carmine Mastrillo (fratello di Antonella) inizialmente vago sulla vicenda, puntò il dito contro tre ragazzi del posto: Ciro Imperante, Luigi Schiavo e Giuseppe La Rocca.

La madre di Barbara, Mirella Grotta Sellini, disperata chiese aiuto al Presidente della Repubblica Sandro Pertini, per avere giustizia. Pochi giorni dopo la vicenda trovò un epilogo, c’erano i nomi degli assassini. Per la giustizia erano loro i colpevoli, due avrebbero caricato le bambine in auto, in tre avrebbero abusato delle piccole e poi dato i corpicini alle fiamme, abbandonando infine i cadaveri nel canalone di Ponticelli. Il 4 settembre 1983 i giovani furono arrestati e altri due ragazzi, Aniello Schiavo e Andrea Formisano furono coinvolti per favoreggiamento.

Il processo fu avviato dopo tre anni dall’inizio di quella odissea, ma sui corpi delle vittime non c’erano tracce biologiche, solo indizi. La tesi dell’accusa era fondata unicamente su due testimonianze, tra l’altro controverse, che puntarono ai tre ragazzi. Questi in meno di un’ora avrebbero rapito, stuprato e ucciso le bambine, occultandone i cadaveri e poi avrebbero ripulito i vestiti per andare in discoteca a Volla al fine di crearsi un alibi. Imperante, Schiavo e La Rocca risultarono colpevoli in tutti e tre i gradi di giudizio. I tre giovani furono condanni all’ergastolo definitivamente nel 1992, sette anni dopo con alcune nuove testimonianze, gli avvocati chiesero di poter rivedere il processo ai danni dei tre ventenni incensurati. Anche questa opzione fu respinta.

bambine ponticelli

I tre, dopo aver scontato la pena sono tornati liberi. Giudicati colpevoli, hanno atteso per anni che la giustizia ritrattasse quella condanna, dichiarandosi innocenti dal primo momento. In un processo pieno di colpi di scena, tra accuse e smentite, non si è mai fatta totalmente luce sulla verità, in molti hanno creduto alla loro possibile innocenza e temono ancora oggi che il ‘mostro’ potrebbe ancora essere libero.

LEGGI COMMENTI

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi