Ultimo aggiornamento giovedì, 17 agosto 2017 - 21:53

Le mummie aragonesi di Napoli in San Domenico Maggiore

Cultura
2 agosto 2017 16:26 Di alessia mancini
6'

Se si parla di mummie e imbalsamazione la mente non può non andare all’antica civiltà egizia, prima a praticare questo processo a metà tra la chimica e la religione. Ma non esistono solo mummie egiziane, così come l’imbalsamazione non è un’esclusiva del terzo millennio prima di Cristo. La straordinaria scoperta di 38 casse contenenti corpi mummificati nella Basilica di San Domenico Maggiore, riporta a Napoli la tradizione egiziana, aggiornata al Rinascimento.

A quattro metri d’altezza, poco distanti dalla volta, furono sistemate nel 1594, per volere di Filippo II, re di Spagna, le 38 casse precedentemente dislocate in più punti all’interno della Basilica. Il contenuto di quelle casse è di tutto prestigio: conservano infatti le spoglie mortali di 10 sovrani aragonesi, e di altri nobili del luogo vissuti a tra il XV e il XVI secolo. Non egiziani, quindi, ma spagnoli “adottati” da Napoli, e aristocratici napoletani.

L’importanza di questa macabra collezione di corpi mummificati è soprattutto nel lignaggio dei cadaveri. La rilevanza storica dei personaggi assicura una serie corposa di notizie circa la loro morte, e ciò rende possibile un confronto tra le cause del decesso registrate nei bollettini ufficiali, e quelle rilevate dai macchinari moderni, in grado di offrire diagnosi anche a distanza di secoli.

Altro spunto di riflessione, i legami che intercorrevano tra Napoli ed il mondo egizio. Tra via dei Tribunali e Via San Biagio dei Librai, a Napoli un tempo vi era la Legio Nilensis, che traeva il nome dal Nilo, e persino la struttura morfologica sembrava ricalcare il fiume egiziano e il suo delta, grazie ad un torrentello che, scendendo dalla collina, si dipanava nel suo approssimarsi al mare, in vari rivoletti minori.

Testimonianza di questa comunità, la statua del Dio Nilo, copia romana di un originale alessandrino del II d.C., commissionato allo scopo di lenire la nostalgia per la propria patria lontana. E che dire della vera e propria adorazione dei napoletani per la dea egizia Iside, simbolo, garante, e protettrice di un po’ tutto, a dire il vero: la vita, la morte, l’amore, la maternità, il mare.

Una dea, comunque la si voglia vedere, lunare, specchio perfetto di quella Napoli amante delle pieghe tra realtà e occulto. In una delle numerose leggende egizie, si racconta di come Iside avesse adottato Anubi, Dio dei cimiteri e della mummificazione. Ma non c’era bisogno di arrivare a tanto, per giustificare quelle 38 casse di San Domenico Maggiore.

Gli Aragonesi rimasero particolarmente affascinati dallo sguardo di Napoli verso l’aldilà, dalla volontà di credere in ogni modo che la morte non fosse definitiva, da quella curiosità verso l’esoterismo che nei secoli a venire avrebbe trovato straordinario interprete nel principe di Sansevero Raimondo di Sangro.

E così scelsero di provare. Un po’ per vezzo, un po’ per celebrarsi a loro modo faraoni, un po’ perchè “non si sa mai”, molti sovrani aragonesi si adeguarono ad una pratica che, stando al livello di tecnicismi e competenze raggiunto, doveva essere ben consolidata da secoli, nella città di Napoli: la mummificazione dei corpi, per vie naturali o tramite imbalsamazione.

Di 38 casse, 8 furono sono vuote, e 30 contengono corpi, per un totale di 31 cadaveri (in una cassa ne sono stati rinvenuti due). Diciotto di questi cadaveri hanno un nome certo, nove sono oggetto di ipotesi, e quattro risultano del tutto sconosciuti. Lo stato di conservazione dei corpi è in alcuni casi straordinario. Vestiti e corredi sono stati rimossi e recuperati dagli esperti di Pisa che hanno condotto studi approfonditi su queste mummie napoletane.

In 27 casi su 31 si tratta di deposizioni primarie, vale a dire ritrovate in condizioni inalterate rispetto alla sepoltura. Di questi 27 corpi, 15 sono imbalsamati, 12 no. Di questi ultimi, sette sono comunque mummificati, grazie alle condizioni particolari della loro sepoltura, che hanno consentito la conservazione in ottimo stato di ossa e tessuti.

In 14 casi sui 15 corpi imbalsamati si è potuto risalire al tipo di taglio occorso per l’estrazione degli organi. In nove soggetti si è praticato un taglio lungo, dal collo all’inguine; in cinque soggetti si è praticato un taglio corto, dall’addome all’inguine, con l’estrazione degli organi superiori avvenuta tramite attraversamento manuale del diaframma.

Tredici su quindici i corpi imbalsamati a cui è stato asportato il cervello. Quattro su quindici i corpi che presentano scarnificazione muscolare. I materiali con cui si procedeva all’imbalsamazione erano per lo più resine, lana, calce, argilla, foglie, rametti. Abete, pioppo, castagno, i legni scelti per la costruzione delle casse.

I nomi dei personaggi rinvenuti sono di tutto rispetto: Alfonso I d’Aragona, il re Ferrante I d’Aragona, il re Ferrante II, la regina Giovanna IV, la duchessa di Milano Isabella d’Aragona, il marchese di Pescara Francesco Ferdinando d’Avalos, Pietro d’Aragona, ecc. Di un paio di loro forniamo qualche spunto interessante.

Isabella d’Aragona, passata alla storia come una donna dal fascino irresistibile, ebbe il suo bel da farsi per preservare il suo aspetto immacolato. A causa della sifilide venerea, si sottopose ad una cura massiccia di mercurio, che le annerì i denti. Per smacchiarli, stando a quanto riscontrato sulla sua mummia, si fece ripetutamente scavare tutti i denti con uno strumento metallico particolarmente abrasivo. Tutti i suoi denti presentano infatti delle profonde rientranze, striature, e graffi diffusi.

Altro caso interessante è quello dei due corpi su cui sono stati riscontrati tumori. Due decessi su trenta, avvenuti a causa del cancro, riportano statisticamente la percentuale di morti per questa terribile malattia ai livelli attuali. La differenza sta nel fatto che allora il cancro non era diagnosticato. Ad onor del vero, comunque, un campione statistico di soli 30 elementi, fa poco testo.

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