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Badù, un graphic novel fra superstizione e discriminazione

Incontro con la scrittrice Francesca Ceci

Cultura
30 giugno 2018 15:20 Di Sergio Notari
5'

La superstizione, quel misto di leggende e credenze popolari volte a scongiurare catastrofi, a prevenire i guai ed auspicare buona sorte, è un pezzo importante della cultura popolare, anche se frutto, spesso, di ignoranza o semplice calcolo delle probabilità. Passare sotto ad una scala, ad esempio, si dice porti male; ovviamente, non è  l’azione in sé a portare sventura, quanto più la presenza, probabilmente, in cima alla scala, di qualcuno che sta lavorando, o maneggiando arnesi, o tenendo carichi sospesi, che possono cadere, aumentando così la probabilità che un evento negativo si verifichi passando proprio sotto. Nel quotidiano, cosi come nella letteratura, nel teatro, nel cinema, moltissimi gli esempi, che spesso ci strappano un sorriso, perché ci scopriamo, a volte inconsapevolmente, anche a crederci o a fare scongiuri. D’altronde, essere superstiziosi è  da ignoranti, ma non esserlo porta male, come diceva l’immenso Eduardo.

Ma la superstizione, come detto, fonda le sue radici nella magia, nei riti pagani, e laddove la cultura e la scienza non sono diffusi, masse di popolazione continuano a credere e seguire riti vecchi di secoli. Con conseguenze, a volte scioccanti.

La scrittrice Francesca Ceci è l’autrice dei testi di “Badù e il nemico del sole”, un graphic novel edito da Tunué, ambientato in una immaginaria città dell’Africa coloniale, in cui la superstizione è protagonista, con conseguenze drammatiche. Nata a Napoli, si è trasferita prima a Catanzaro poi a Roma, tutti posti in cui, nella cultura popolare, la superstizione è  ben presente: “ Pur essendo napoletana –spiega– non ho alcuna credenza nelle superstizioni, sono più che altro un ricordo di modi di dire, di immaginazioni e convinzioni altrui. Mi interessa di più conoscerne l’origine e come si sviluppano. Nel libro gli elementi superstizione e tradizione sono determinanti come causa reale alla base della situazione di discriminazione e persecuzione degli albini in Africa: la credenza è in alcuni casi talmente forte e radicata che porta persino genitori a volere la morte dei propri figli, uomini a violentare donne albine convinti che il contatto li possa guarire dall HIV, in ogni caso determinando un moltiplicarsi di tragedie”. L’albinismo, una malattia genetica per cui la pelle, i capelli, le iridi sono scarsamente pigmentate, tuttora una forte causa di discriminazione in molti paesi africani. I bambini albini, ad esempio, vengono ancora oggi mutilati perché la credenza vuole che le loro ossa siano magiche.

Mi sono avvicinata all’Africa grazie ad alcuni scrittori, Chinua Achebe, Ngozi Adichie, Soynka, Coetzee, Nadine Gordimer, in grado di raccontare storie prive di stereotipi. E poi grazie ad alcune persone originarie di diversi paesi africani, nonché, definitivamente, grazie a qualche viaggio. Con Badù abbiamo voluto raccontare la storia e la quotidianità di un ragazzino che vive ina cittadina immaginaria dell’Africa subsahariana e allo stesso tempo far conoscere, attraverso lo strumento del graphic novel, la situazione che vivono le persone albine in Africa, di cui sono venuta a conoscenza tramite un documentario, dove tuttora sono vittime di superstizione e antiche credenze che comportano discriminazione e violenze”.

Certo, la storia di un bambino “bianco” (reso così dall’albinismo) discriminato dai bambini “neri”, di questi tempi, non può esimersi dal sembrare una velata provocazione: “Raccontare la situazione di un bambino bianco in un continente “nero” costituisce proprio l’esempio di come sia sufficiente un particolare qualsiasi -il colore, la provenienza, un accento- perché ci sia discriminazione, sta tutto nella difficoltà o mancanza di volontà a provare a mettersi nei panni dell’altro” spiega l’autrice.

Napoli e i suoi cittadini, spesso, sono altrettanto vittime di discriminazione, il parallelismo è facile a farsi: nei confronti dei napoletani, credo ci siano pregiudizi un po’ superficiali, molti luoghi comuni sono purtroppo veri, ma ovviamente c’è molto oltre, che uno sguardo meno superficiale saprebbe valorizzare. Anche io li ho subiti, solo nel periodo più fragile della prima adolescenza, coinciso con la nuova a vita a Roma”.

Di lei, Ceci, racconta che scrive da sempre, fin dalle scuole elementari e prima ancora, le dicono che inventasse storie pur non essendo ancora in grado di scriverle. Ha, quindi, iniziato a partecipare a premi e concorsi letterari, per poi avvicinarsi al mondo delle riviste letterarie, perché  incuriosita da quel mondo di persone che credeva avessero le sue stesse passioni; lentamente, superando il pudore che si ha per le cose che si scrivono, ha iniziato a contattarle, pubblicando così i primi articoli e i primi racconti.

Ad oggi non si sa se, Badù, il bambino libero, come ama ribadire il protagonista del fumetto, sarà impegnato in altre avventure in futuro, anche se l’autrice ammette che qualcosa di embrionale in cantiere c’è già.

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