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Ciro Mazzarella contro Michele Zaza, il conflitto tra i due giganti della camorra

Il nipote che non ha mai avuto un ottimo rapporto con lo zio. E quest'ultimo che lo avrebbe tirato in ballo in un processo

Cronaca
29 Settembre 2017 13:27 Di Andrea Aversa
6'

Ciro Mazzarella ‘o Scellone, per via delle sue larghe scapole, è stato uno dei re del contrabbando a Napoli. In realtà il suo soprannome è diventato ‘lo Spallone, coniato dopo un’intervista che il boss di uno dei clan di camorra più potenti della città, ha rilasciato a Fabrizio Capecelatro. Lo spallone era colui che caricava sulle proprie spalle le casse di sigarette da portare via dalle navi a largo del golfo partenopeo.

Ciro è il primogenito nato dal matrimonio di Francesco Mazzarella con Nunzia Zaza, sorella di Salvatore Michele detto ‘o Pazzo. Questi ultimi due sono stati due grandi protagonisti del contrabbando napoletano a partire dal secondo dopoguerra, con Michele che ha avuto dei rapporti con la mafia siciliana, cosa che gli ha permesso di diventare uno dei primi grandi boss di camorra.

Infatti, gli Zaza e i Mazzarella sono due famiglie originarie, rispettivamente, di San Giovanni a Teduccio e di Santa Lucia i due quartieri epicentro dell’attività del contrabbando. Il connubio ZazaMazzarella ha permesso la nascita di quello che ancora oggi è uno dei sodalizi storici di Napoli. Ma tra i due rami della famiglia non c’è sempre stato un rapporto idilliaco.

Infatti come riportato dal libro di CapecelatroLo Spallone. Io Ciro Mazzarella re del contrabbando“, ci sono stati diversi episodi che hanno dimostrato come la relazione tra ‘o Scellone e ‘o Pazzo è stata spesso conflittuale. “Credo che tutto sia iniziato quando eravamo piccoli. Mio zio era sei anni più piccolo di me e mia nonna materna (la madre di Michele Zaza ndr) gli raccomandava di non venire a giocare dove stavo io perché secondo lei sarebbe stato pericoloso. Poi la nonna è morta in un incidente d’auto quando lei insieme ai miei genitori erano venuti a trovarmi in riformatorio. Evidentemente Michele Zaza non me lo ha mai perdonato“.

Queste alcune delle dichiarazioni di Ciro Mazzarella durante l’intervista rilasciata a Capecelatro. Continua ‘o Scellone: “In realtà solo con Michele non avevo un buon rapporto. Con suo fratello maggiore Salvatore andavo d’accordo infatti è con lui che ho iniziato a lavorare nel contrabbando. Tutto ebbe inizio quando mi trasferii da piccolo a San Giovanni a Teduccio presso la famiglia di mia mamma“.

Ed eccoci, dunque, allo “sgarro” che ‘o Pazzo avrebbe perpetrato ai danni di ‘o Scellone: “La verità è che Zaza era un confidente. Una volta la Guardia di finanza, nonostante non era riuscita a intercettare un nostro carico, tramite l’attività investigativa basata sulle intercettazioni era riuscita a risalire al nostro gruppo. Mio zio dopo qualche giorno fece una telefonata verso un numero tenuto sotto controllo e disse, parlando con il fratello Salvatore, che la responsabilità del carico era mia. Non solo, ma mi ha accusato di essere un ‘cutoliano e di aver commesso anche degli omicidi. A quel punto scattò anche per me l’incriminazione“.

Ma le frizioni tra i due hanno avuto seguito anche in Tribunale e durante alcuni casi che all’epoca sono stati al centro delle cronache: “Durante il processo ‘Pizza Connection (procedimento che si è tenuto alla fine degli anni ’70. Gli inquirenti hanno indagato sul traffico di droga tra gli USA e l’Italia ndrè stato chiamato a testimoniare il pentito della Nuova Camorra Organizzata Luigi Riccio. Quest’ultimo disse che io organizzavo navi cariche di droga e armi e che addirittura avrei voluto uccidere mio zio Salvatore, fratello di Michele. ‘o Pazzo confermò tutto anche che io volevo uccidere mio zio Salvatore. Ovviamente era tutto falso“.

Ma quale sarebbe stato il motivo per il quale Michele Zaza ce l’avrebbe voluta a morte con Ciro Mazzarella? “È semplice mio zio mi ha sempre usato come merce di scambi con le autorità. Mettere in mezzo me per avere sconti di pena o addirittura essere estromesso da alcune vicende giudiziarie. Ricordo che vivevo a Roma sotto il regime di sorveglianza. Dovetti andare a Napoli per presenziare ad un processo in cui ero imputato. Stavo a casa di mia moglie, arrivò una telefonata era un certo Alfredo che io non conoscevo Mi disse se potevamo incontrarci nel negozio di abbigliamento del suocero di Michele Zaza a Roma. Dopo venti giorni eccomi consegnare nella capitale una notifica per un mandato di cattura da parte della Procura che indagava su ‘Pizza Connection. All’interrogatorio il Pm Nitto Palma non sapeva che non abitassi più a Napoli. Venni a sapere che quella telefonata fu fatta da Alfredo Bono, compare di mio zio. Quest’ultimo sapeva che in quei giorni ero a Napoli per il processo e quindi avrà fatto fare la telefonata a Bono al numero di casa mia certamente controllato. Perché avrei dovuto sentirmi e incontrare Bono a Napoli se avrei potuto farlo benissimo a Roma? Per fortuna non fui neanche rinviato a giudizio“.

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Ma Michele Zaza non si era arreso e così: “All’inizio degli anni ’90 la Narcotici aveva arrestato mio zio e dei suoi compari per traffico di droga. Dichiaratosi collaboratore di giustizia Michele Zaza fece il mio nome tra quelli che beneficiavano degli introiti del commercio di stupefacenti. I quel caso io fui condannato mentre Zaza è stato prosciolto. Ci sono alcune lettere che fanno parte di una corrispondenza tra due pentiti coinvolti in quel caso. All’interno si evince la chiara volontà di incastrarmi per salvare ‘o Pazzo“.

Ma ci sono anche due episodi non inerenti alla cronaca e alle vicende penali che fanno emergere un profilo diverso di Michele Zaza rispetto a come tutti lo hanno conosciuto: “Una volta Zaza si fece pipì sotto quando fu arrestato a Roma e in un’altra occasione scoppiò in lacrime davanti al Pm che lo interrogava per il caso ‘Pizza Connection. È tutto agli atti“.

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