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Fenesta ca lucive e la triste storia d’amore che l’ha ispirata

Cultura
9 Maggio 2017 23:52 Di alessia mancini
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Le favole, anche quelle più tristi, iniziano, di solito, con ‘Tanto tempo fa…‘ e si concludono con uno speranzoso ‘E vissero tutti felici e contenti‘. Le favole, ovviamente. Perché la vita reale non sempre sorride. Il più della volte languisce malinconica mentre tutto intorno la vita continua a scorrere come se alcuna tragedia l’avesse mai sfiorata. E così anche il saluto di addio di un giovane innamorato alla sua bella si trasforma in un canzone toccante e commovente che affonda le sue radici, molto probabilmente, in Sicilia, a Carini, nella valle di Mazzara dove pare esistesse quella famosa “fenesta ca lucive e mo nun luce“.

Correva l’anno 1563. Caterina La Grua, una giovane e bella contessa, era stata costretta a trascorrere la sua intera esistenza confinata in un castello. Si innamorò di Vincenzo Vernagallo, un nobile cavaliere. La loro storia d’amore venne però scoperta dal padre della nobildonna, un tale barone Vincenzo La Grua Talamanca, che si oppose immediatamente alla tresca. Quando si rese conto di non potere nulla contro la forza del loro amore il barone, accecato dalla rabbia e assetato di vendetta, si scagliò contro la sua stessa figlia uccidendola.

Vincenzo Vernagallo continuò a cercare invano e per molto tempo ancora la sua amata ma non riuscì più a trovarla. La disperazione per l’amor perduto lo spinse a cantare in siciliano. Poi, non si sa come, i versi giunsero fino a Napoli dove furono trascritti e reinterpretati in una “foglio volante” da tale Mariano Paolella, di professione tipografo, nato a Napoli l’8 dicembre 1835 dove vi morì il 10 giugno 1868, a soli 33 anni, minato dalla tubercolosi. Se i versi sono da attribuire appunto al giovane autore di canzoni, la musica, secondi alcune tesi, potrebbe essere fatta risalire addirittura a Vincenzo Bellini.

Leggenda vuole ch’egli l’abbia composta durante il soggiorno giovanile a Napoli. Salvatore Di Giacomo definì ‘Fenesta ca lucive‘ come “la più bella, la più tenera, la più umana canzone ch’è stata tenuta fin quà per cosa nostra“. Eppure, nonostante la struggente malinconia da essa emanata, il brano fu ritenuto di cattivo presagio per molto tempo, poiché pare che la prima volta che fu presentato crollo’ il palco.

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