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	<title>musica Archivi - Voce di Napoli</title>
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	<description>&#200; il giornale on line della citt&#224; partenopea: informazione a 360&#176;, cronaca che copre tutti i quartieri della citt&#224;; tradizione, leggende ed eventi.</description>
	<lastBuildDate>Fri, 25 Nov 2022 14:20:45 +0000</lastBuildDate>
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	<title>musica Archivi - Voce di Napoli</title>
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		<title>&#8216;Faida&#8217; Nino D&#8217;Angelo-neomelodici, l&#8217;opinione dei napoletani: &#8220;Il Maestro non si tocca, basta con le polemiche&#8221;</title>
		<link>https://www.vocedinapoli.it/2021/10/12/cosa-ne-pensano-i-napoletani-dello-scontro-tra-nino-dangelo-e-i-neomelodici/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Oct 2021 08:04:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[canzone]]></category>
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		<category><![CDATA[Cosa ne pensano i napoletani dello scontro tra Nino D'Angelo e i neomelodici]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La polemica, per ora, non accenna a placarsi. Lo scorso fine settimana le parole di Nino D&#8217;Angelo hanno scatenato il putiferio: &#8220;Non sono mai stato un neomelodico e mai lo sarò&#8220;. Apriti cielo. Immediate le reazioni di alcuni cantanti neomelodici. In particolare hanno detto la loro Giusy Attanasio e Nancy Coppola. Le due artiste hanno pubblicato dei video sulle proprie pagine Facebook nei [...]</p>
<p><a class=" understrap-read-more-link " href="https://www.vocedinapoli.it/2021/10/12/cosa-ne-pensano-i-napoletani-dello-scontro-tra-nino-dangelo-e-i-neomelodici/">Vai all'articolo<span class="screen-reader-text"> from &#8216;Faida&#8217; Nino D&#8217;Angelo-neomelodici, l&#8217;opinione dei napoletani: &#8220;Il Maestro non si tocca, basta con le polemiche&#8221;</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>polemica</strong>, per ora, non accenna a placarsi. Lo scorso <strong>fine settimana</strong> <a href="https://www.vocedinapoli.it/2021/10/09/nino-dangelo-sfogo-cantanti-neomelodici/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">le parole di </a><strong>Nino D&#8217;Angelo </strong>hanno scatenato il putiferio: &#8220;<em>Non sono mai stato un neomelodico e mai lo sarò</em>&#8220;. Apriti cielo. Immediate le reazioni di alcuni cantanti <strong>neomelodici</strong>.</p>
<p>In particolare hanno detto la loro <a href="https://www.vocedinapoli.it/2021/10/12/giusy-attanasio-ritratta-le-accuse-su-nino-dangelo-siete-una-massa-di-capre-ignoranti/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Giusy Attanasio</strong></a> e <a href="https://www.vocedinapoli.it/2021/10/11/nancy-coppola-risponde-a-nino-dangelo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Nancy Coppola</strong></a>. Le due artiste hanno pubblicato dei video sulle proprie pagine <strong>Facebook</strong> nei quali hanno risposto a <strong>Nino D&#8217;Angelo</strong>, senza risparmiare attacchi e frecciatine.</p>
<h2>Cosa ne pensano i napoletani dello scontro tra Nino D&#8217;Angelo e i neomelodici</h2>
<p>Entrambe hanno poi pubblicato un ulteriore post dove hanno chiarito la propria opinione rispetto ai tantissimi <strong>fan</strong>. Questi ultimi, come la gran parte dei <strong>napoletani</strong> che apprezzano la <strong>musica neomelodica</strong>, si sono divisi sulla questione. Sono stati in centinaia i <strong>commenti</strong> pubblicati dagli <strong>utenti</strong>.</p>
<p>In tanti hanno provato a gettare acqua sul fuoco, chiedendo ai musicisti di smetterla di fare polemiche. Altri hanno rinfacciato a <strong>Nino D&#8217;Angelo</strong> il suo passato e le sue origini artistiche e musicali. Ma la maggioranza si è schierata con il Maestro di <strong>San Pietro a Patierno</strong>, il &#8216;<em>Poeta che non sa parlare</em>&#8216;.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-260776 responsive" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/08/Cosa-ne-pensano-i-napoletani-dello-scontro-tra-Nino-DAngelo-e-i-neomelodici.png" alt="Cosa ne pensano i napoletani dello scontro tra Nino D'Angelo e i neomelodici" width="826" height="460" /></p>
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		<title>Neapolitan Music Awards, alla ricerca del maggior conoscitore di musica napoletana nel mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giovanni d'alessio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Jul 2021 07:47:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La musica per i napoletani è culto, tradizione, identità e motivo d’orgoglio in giro per il mondo. Ma è possibile stabilire chi tra loro è il più esperto, chi è capace di riconoscere un brano dopo poche note? A rispondere a questa domanda ci pensano i Neapolitan Music Awards, premio nato con l’idea di scovare [...]</p>
<p><a class=" understrap-read-more-link " href="https://www.vocedinapoli.it/2021/07/08/neapolitan-music-awards-alla-ricerca-del-maggior-conoscitore-di-musica-napoletana-nel-mondo/">Vai all'articolo<span class="screen-reader-text"> from Neapolitan Music Awards, alla ricerca del maggior conoscitore di musica napoletana nel mondo</span></a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;">La musica per i napoletani è culto, tradizione, identità e motivo d’orgoglio in giro per il mondo. Ma è possibile stabilire chi tra loro è il più esperto, chi è capace di riconoscere un brano dopo poche note? A rispondere a questa domanda ci pensano i <strong>Neapolitan Music Awards</strong>, premio nato con l’idea di scovare il maggior conoscitore di musica napoletana nei cinque continenti.</p>
<p style="font-weight: 400;">E non è escluso che il più esperto possa essere di San Paolo del Brasile. Infatti, se è ben noto che i napoletani si trovano in ogni parte del mondo, è sorprendente scoprire che una ricerca fatta dall’istituto americano Demographic colloca la città di Napoli soltanto al quinto posto tra le città con più cittadini partenopei, o di origine partenopea. Una classifica, invece, guidata proprio dalla città sudamericana, seguita da Buenos Aires, Rio de Janeiro e Sydney. Dopo il capoluogo campano figurano anche New York, Londra, Toronto, Berlino, Monaco di Baviera.</p>
<h2 style="font-weight: 400;">Come si vince?</h2>
<p style="font-weight: 400;">Per poter vincere i Neapolitan Music Awards, gli appassionati si sfideranno in varie playlist, da quelle sulla musica barocca, ai grandi artisti della canzone napoletana alla nuova musica rap e trap, dal neomelodico al nuovo cantautorato, grazie alla tecnologia della piattaforma di quiz <strong>“Musify”</strong>. Per arrivare in cima alla classifica bisogna essere tra i più veloci nell’indovinare un brano nei 10 secondi di ascolto messi a disposizione: parte la musica e l’utente potrà scegliere tra 4 risposte, di cui solo una sarà quella corretta.</p>
<p style="font-weight: 400;">Allo stesso tempo, i Neapolitan Music Awards hanno l’obiettivo di creare condivisione e stimolare, attraverso il gioco, la voglia di riscoprire i grandi classici o di scoprire i nuovi artisti della musica partenopea, che ha forse la più lunga e variegata tradizione musicale al mondo.</p>
<p style="font-weight: 400;">L&#8217;evento, nato da una idea di <strong>Massimo Morgante</strong>, si terrà ad ottobre, con un evento di premiazione che avrà luogo nella prima settimana di novembre: «L’ambizione è che questa iniziativa possa diventare un appuntamento fisso di respiro internazionale che ogni anno porti a riconoscere i fan più appassionati della musica del nostro territorio. L&#8217;obiettivo a lungo termine è di arrivare a celebrare il “mese della musica napoletana” grazie al coinvolgimento di artisti, istituzioni e della città intera».</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-new-custom-size wp-image-253203 responsive" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/08/Neapolitan-Music-Awards.jpeg" alt="Neapolitan Music Awards" width="650" height="366" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Silent Party per l&#8217;estate 2017 a Napoli in Piazza Plebiscito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Jun 2017 15:03:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se amate ballare ma desiderate vivere un'esperienza unica nella splendida cornice di Piazza Plebiscito, non potete perdervi il Silent Party made in Naples [...]</p>
<p><a class=" understrap-read-more-link " href="https://www.vocedinapoli.it/2017/06/08/silent-party-lestate-2017-napoli-piazza-plebiscito/">Vai all'articolo<span class="screen-reader-text"> from Silent Party per l&#8217;estate 2017 a Napoli in Piazza Plebiscito</span></a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Esiste qualcosa di più bello e liberatorio che <strong>ballare sotto le stelle</strong>? Sfido chiunque a dire il contrario. Meglio ancora sarebbe poter vivere questa esperienza nella propria solitudine che non significa affatto essere rinchiusi nelle quattro mura domestiche, tutt&#8217;altro. Vuol infatti dire avere la possibilità di danzare sì in compagnia avendo però l&#8217;opportunità di scegliere non solo la musica ma anche le emozioni che si intendono vivere in quel preciso istante. In molto avranno già capito quello di cui sto parlando: i <strong>Silent Party</strong>. A breve, e non certo per la prima volta, anche a Napoli sarà possibile parteciparvi.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-69080 size-full" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/Silent-Disco.jpg" alt="" width="780" height="422" /></p>
<p>Dopo il successo delle precedenti edizioni che si sono svolte a <strong>Piazza Municipio</strong> e a <strong>Piazza Plebiscito,</strong> domani 9 giugno 2017 sarà possibile bissare l&#8217;esperienza nella splendida cornice che un tempo veniva chiamata <strong>Largo di Palazzo</strong> vale a dire Piazza Plebiscito. Una scelta logistica che sembra voler rimediare all&#8217;interruzione avvenuta nel dicembre del 2106, quando la kermesse musicale fu rimandata a data da destinarsi a causa di una nevicata improvvisa. Finalmente pare sia arrivato il momento che tutti aspettavano.</p>
<p>Anche domani, come da regolamento, saranno consegnate a tutti i partecipanti delle cuffie wireless luminose sincronizzabili su <strong>3 canali</strong> differenti collegati, a loro volta, con 3 dj diversi situati su un palco a poca distanza che proporranno tre generi musicali differenti. L’impianto audio ovviamente non verrà acceso. Piazza Plebiscito sarà avvolta dal più totaale silenzio, eppure sarà animata. Tutto merito della tecnologia.</p>
<p>Partecipare è semplicissimo. Basta, infatti, inviare entro le 16 di domani un messaggio <strong>via Whatsapp</strong> al numero 345.8932478 scrivendo: “<em>Nome Cognome Silent Napoli</em>” e cercare di arrivare in piazza prima delle 19 in modo tale da non pagare il prezzo intero di 9 euro per il noleggio delle cuffie. E&#8217; importante munirsi anche di un documento di riconoscimento. Se non si è fatto in tempo a prenotare si può sempre sperare di ricevere, se disponibili, un paio di cuffie.</p>
<h2><strong>INFORMAZIONI SUL SILENT PARTY DI NAPOLI</strong></h2>
<p><strong>Data</strong>: 9 giugno 2017<br />
<strong>Luogo</strong>: Piazza Plebiscito<br />
<strong>Prezzi</strong>: 7 euro con prenotazione, 9 euro senza prenotazione.</p>
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		<item>
		<title>Amelia Faraone, la prima sciantosa di Napoli</title>
		<link>https://www.vocedinapoli.it/2017/06/06/amelia-faraone-la-sciantosa-napoli/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Jun 2017 10:14:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Napoli e la musica, Napoli e le sciantose. Esistono binomi che ancora oggi è difficile dimenticare e Amelia Faraone li rappresenta tutti [...]</p>
<p><a class=" understrap-read-more-link " href="https://www.vocedinapoli.it/2017/06/06/amelia-faraone-la-sciantosa-napoli/">Vai all'articolo<span class="screen-reader-text"> from Amelia Faraone, la prima sciantosa di Napoli</span></a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>Napoli post-unitaria</strong> non è più capitale. Vive la sua condizione periferica in una marginalità che la parola “capoluogo” non consola. Il pensiero di molti va certamente ai fasti di un tempo tanto recente da poter essere toccato, quando Napoli era al centro dell’Europa, ammirata, studiata, invidiata, odiata, dalle grandi potenze di Francia e Inghilterra. E’ in questo clima che si comincia a vagheggiare del ritorno ad una belle epoque scacciapensieri. E’ in questo clima che arrivano a Napoli le sciantose.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-68591 size-full" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/salone-margherita.jpg" alt="" width="600" height="451" /></p>
<p>Un modello parigino, quello delle sciantose, come parigina è la derivazione della parola (<em><strong>chanteuses</strong></em>, cantanti). Il binomio <strong>donna-canzone a Napoli</strong> come in molti altri luoghi non prometteva mai nulla di buono. Un mondo che tentava di tornare a respirare aria internazionale, in realtà doveva ancora fare i conti con se stesso, e con i pregiudizi legati alla reputazione delle cantanti.</p>
<p>Appuntamento rimandato: non sarebbero state certo <strong>le sciantose</strong> a redimere le cantanti dalla fama di sfascia-famiglie. Eppure ci fu chi tra loro riuscì a ritagliarsi un posto nei desideri degli uomini, facendosi apprezzare per la professionalità dimostrata in carriera, per il garbo e la riservatezza, al netto di una carica di sensualità fuori dal comune. Questa sciantosa particolarissima si chiamava <strong>Amelia Faraone</strong>.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-68593 alignleft" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/Amelia-Faraone.jpg" alt="" width="238" height="300" />Prima di parlare di lei, scopriamo il contesto nel quale quel nome germogliò fino a diventare leggenda. Siamo nella <strong>Napoli di fine 800</strong>. A Roma hanno già inventato “a mossa” (<strong>Maria Campi</strong>). Lo spogliarello è stato appena sdoganato nel 1875, grazie alla sapiente ironia di chi ha saputo come nascondere la smania vojeuristica del pubblico maschile sotto il suono di una risata.</p>
<p>I maestri di questo benevolo inganno furono <strong>Luigi Stellato</strong> e <strong>Francesco Melber</strong>, che rivisitarono La <em>cammesella</em>, per creare un simpatico siparietto tra marito (impaziente) e moglie (pudica), con il primo che fa pressioni affinché la seconda si spogli, abito dopo abito, minacciandola di andarsene se non lo fa.</p>
<p>Si ride, si guarda, e si desidera. E’ la nuova formula del passatempo, che pochi anni più tardi diventa luogo. Nascono intorno agli anni ‘90 dell’800, i <strong>cafè chantant</strong>. Il primo cafè chantant d’Italia vede la luce proprio a Napoli, il 15 novembre del 1890. E’ il famoso <strong>Salone Margherita</strong>, che rimarrà punto di riferimento per gli altri cafè successivi.</p>
<p>In Francia era una realtà ormai ventennale, ma ancora fulgida nei suoi successi. Se pensate che il leggendario <strong>Moulin Rouge</strong> fu fondato solo un anno prima di Salone Margherita, nel 1889, vi rendete conto che l’importazione del cafè chantant a Napoli non giungeva affatto intempestiva sulle mode europee del tempo.</p>
<p>Nel locale nato in <strong>Galleria Umberto</strong> ci si divertiva ad emulare i francesi in tutto e per tutto. I camerieri parlavano un francese maccheronico, i menu riportavano pietanze dai nomi francesizzanti, le star che si esibivano in spettacolini divertenti, la maggior parte delle quali napoletane, erano conosciute come <strong>Blanche De Mercy</strong>, o <strong>Gabrielle Bressard</strong>.</p>
<p>Si trattava di donne bellissime, che accostavano ad un fortissimo ascendente sugli uomini, qualità artistiche più o meno pronunciate. Nel caso di <strong>Amelia Faraone</strong>, il canto. A dire il vero cominciò esibendosi per riscaldare il pubblico prima di artiste più quotate di lei. Ma non passò un anno che le scalzò tutte, nelle preferenze e nei desideri dello stesso pubblico.</p>
<p>Conquista il Salone Margherita, e comincia ad esibirsi in duetto con due dei più acclamati macchiettisti del tempo: <strong>Cantalamessa</strong> e <strong>Maldacea</strong>. Suonare, cantare, dialogare, inscenare anche solo un piccolo sketch con Amelia Faraone significa acquisire grande prestigio. Amelia calamita il pubblico col suo fare ingenuo e al contempo ammiccante.</p>
<p>I testi delle sue canzoni l’aiutano a crearsi un personaggio femminile dalle mille sfaccettature, tante quante erano le melodie che intonava, le storie che raccontava. “<em>O cuntrattino</em>” (di <strong>Ferdinando Russo</strong>), “<em>Jett’o bbeleno</em>”, “<em>Voglio sisc</em>”, “<em>Lariul</em>”, “<em>Quanno chiove passe e fiche</em>”, sono alcuni esempi. Ma non mancavano piccoli pezzi di teatro scritti apposta per lei. Le famose macchiette “<em>Pozzo fa ‘o prevete?</em>”, “<em>A Signora lura</em>”, ecc.</p>
<p>In una di queste <strong>pieces</strong> si parla di lei in questi termini: “<em>Quann’è asciuta ‘a Faraona! Burro, burro, chella llà! Quant’è bbona! Quant’è bbona! M’ ’a vulesse cunfessà!</em>”. Ogni canzone alimentava il suo mito, ogni macchietta la sua leggenda. Fino a quando gli uomini cominciarono a perdere seriamente la testa per lei.</p>
<p>Teste importanti, talaltro. Glissiamo sulla mole di poesie che le fecero pervenire scrittori e letterati dell’epoca, e concentriamoci sul più famoso dei suoi corteggiatori, <strong>Vittorio Emanuele</strong>, principe di Napoli. Giunto nella città partenopea per chiarire con il <strong>Maldacea</strong> alcuni sfotto&#8217; che non erano proprio andati giù al numero due dei <strong>Savoia</strong>, lascia cadere i suoi intenti bellicosi non appena la vede per la prima volta.</p>
<p>Incantato o infuocato che fosse, non perde un attimo e la invita ad uscire. Ma la risposta di <strong>Amelia Faraone</strong> è di quelle che smontano i pezzi di un uomo senza ricomporli: “<em>esco con un uomo solo se c’è pure mammà</em>”. Col tempo Vittorio Emanuele venne a sapere che in realtà Amelia usciva, molto spesso, anche senza mammà, accompagnata da bellissimi giovanotti.</p>
<p>Al che la cosa cominciò a sfuggire di mano persino alla <strong>corona sabauda</strong>, incapace di riportare a giudizio il focoso rampollo, che sfidò a duello tutti gli spasimanti di Amelia, senza mai però affrontarli, visto che questioni di lignaggio gli impedivano di incrociare la spada con maschi di rango inferiore. Ad affrontare gli spasimanti di Amelia avrebbero dovuto essere i generali al servizio di Vittorio Emanuele.</p>
<p>Fortunatamente nessuno morì, nessun duello avvenne. E Amelia continuò a condurre la sua vita, tra esibizioni nei grandi teatri europei (ebbene si, uscì dai confini del <strong>cafè chantant</strong> e dell’Italia), e una vita privata che riuscì a mantenere tale, con grande attenzione, fino al ritiro dalle scene nel 1904. Fino alla sua morte, nel 1929.</p>
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		<title>Il furto della tromba di Chet Baker a Napoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jun 2017 16:36:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da leggenda a leggenda. Da Chet Baker al mistero sul furto della sua tromba a Napoli. La verità è venuta finalmente a galla [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Napoli e il jazz</strong>. Un binomio che è andato crescendo dal dopoguerra ad oggi in maniera esponenziale, soprattutto grazie alla presenza degli americani. Dai primi concerti nelle piazze, nei quali venivano coinvolte Big Band o piccoli gruppi con lo scopo di tenere alto il morale di truppe e popolazione, ai primi programmi radio dedicati al mondo del jazz, ai primi circoli creati in città, in grado di raggranellare un pubblico risicato, ma come si suol dire, d’elite.</p>
<p><a href="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/chat-backer.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-166448 responsive" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/chat-backer.jpg" alt="" width="500" height="500" /></a></p>
<p>Cominciò quindi a formarsi anche a Napoli una generazione di jazzisti, che impararono molto o tutto dagli americani, e negli anni furono in grado non solo di goderne le performance dal vivo, che dal dopoguerra non s’interruppero mai, ma persino di vivere i concerti dei mostri sacri del jazz affiancandoli o condividendone il dietro le quinte. Fu il caso di <strong>Alfredo Profeta</strong> e dei concerti di <strong>Chet Baker a Napoli</strong> nel 1960.</p>
<p><strong>Alfredo Profeta</strong> nel 1960 era poco più che ventenne. Chet Baker di anni ne aveva 32. Dodici anni di differenza, che nell&#8217;ottica di ciò che accadde, potevano essere secoli. Il musicista americano aveva infatti un bagaglio di esperienze professionali già inarrivabile, e soprattutto, come accadeva a molti jazzisti dell’epoca provenienti da oltreoceano, portava a Napoli i suoi bravi problemi di droga.</p>
<p>La dipendenza dall&#8217;eroina gli condizionò larghe fasi della carriera, e fu alla base della sua morte (fu sotto l’effetto di sostanze stupefacenti che cadde da una finestra ad <strong>Amsterdam</strong>). Nel 1960 <strong>Chet Baker</strong> aveva già serissimi problemi. Non a caso dopo qualche mese dall&#8217;episodio che stiamo per riferirvi, fu arrestato in un <strong>autogrill di Lucca</strong>.</p>
<p>Era chiuso nel bagno da un’ora e mezza, e nonostante le ripetute sollecitazioni del gestore dell’autogrill, non si schiodava da lì. Intervenne a quel punto la polizia, che fu costretta a sfondare la porta a spallate, prima di ritrovarsi di fronte alla più classica delle scene da film: rivolo di sangue, <strong>siringa</strong>, e l’americano che, spalle al muro, rivela il suo nome.</p>
<p>Quella dose gli costò più di un anno di carcere, sedici mesi per la precisione, nei quali gli fu impedito di suonare la tromba, e soprattutto di drogarsi ancora. Solo negli ultimi mesi la polizia gli concesse cinque minuti al giorno per esercitarsi con la tromba, due volte al giorno. L’<strong>astinenza dall&#8217;eroina</strong> non servì però a fargli perdere il vizio.</p>
<p>Qualche mese prima dell’arresto <strong>Chet Baker era a Napoli</strong>. Non attraversava uno dei suoi periodi migliori. La droga lo aveva seriamente debilitato, anche se le qualità artistiche risplendevano ancora cristalline. Lo stato di degrado nel quale versava, però, lo portavano ad accettare qualunque impiego, purché retribuito.</p>
<p>Per questa ragione accettò di esibirsi per tre serate di fila in un club di Napoli, per una paga che sarebbe andata bene per un principiante, non certo per uno dei migliori <strong>musicisti jazz</strong> sulla scena internazionale. Al giovane musicista Alfredo Profeta non sembrava vero di poter gironzolare intorno ad una star di quel calibro.</p>
<p>Immaginiamo l’imbarazzo di Alfredo quando <strong>Chet Baker</strong> chiese a lui e agli altri ragazzi che gli erano intorno se gli potevano procurare una dose di eroina, perchè ne aveva bisogno. Fu a questo punto che la differenza di età e di esperienze si fece sentire come un macigno. Alfredo e i suoi amici sotto quel punto di vista erano totalmente all&#8217;oscuro di informazioni.</p>
<p>L’abuso di droghe pesanti era una consuetudine in <strong>America</strong>, non certo in <strong>Italia</strong>, dove i giovani jazzisti avevano saputo solo per interposta lettura che le grandi star del jazz erano solite fare uso di droghe, ma a stento immaginavano cosa fosse l’eroina. Di fronte alla richiesta di Chet Paker, più che inorriditi, Alfredo e i suoi amici rimasero completamente spiazzati.</p>
<p>Chet Baker comprese la situazione, e decise di pensarci da solo. Nel frattempo, però, la sua tromba era scomparsa. A due ore dal concerto della sua tromba non c’era traccia. La triste reputazione di <strong>Napoli all&#8217;estero</strong> veniva confermata ancora una volta, l’ennesima, dal furto della tromba di Chet Baker? Questo è quanto riportano le biografie ufficiali.</p>
<p>La verità era un’altra. <strong>Chet Baker</strong>, uscito alla ricerca di droga, si era impegnato la tromba, non possedendo denaro a sufficienza per comprarsi una dose di eroina. Vero è che fortunatamente aveva trattenuto per sé il bocchino, in maniera tale che, anche in possesso di una tromba non sua, avrebbe potuto suonare senza che i più s’accorgessero della differenza.</p>
<p>La tromba gli fu procurata da <strong>Renato Marini</strong>, trombettista della RAI, interpellato da Alfredo Profeta e dagli altri giovani jazzisti che seguirono da vicino quella strana faccenda, e il concerto di quella sera fu memorabile. Chet Baker suonò in maniera straordinaria, e chi fu presente a quel concerto lo ricorda con piacere ancora oggi.</p>
<p>Ma c’erano altre date in programma, in quel locale, per Chet Baker. Che s’inventò la giovane generazione di <strong>jazzisti napoletani</strong> per fare in modo che non succedesse più ciò che era successo la prima sera? Ogni sera prima del concerto qualcuno faceva sparire la tromba a Chet, in maniera tale che non potesse più barattarla con una dose. Funzionò. Purtroppo, solo per poco. Chet non guarì mai da quella terribile dipendenza.</p>
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		<title>Storia di Patrizio Esposito, il primo cantante neomelodico napoletano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 May 2017 09:46:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Patrizio Esposito può essere considerato, a tutti gli effetti, il primo cantante neomelodico napoletano. Il primato purtroppo non gli portò bene perchè... [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I cantanti neomelodici napoletani hanno una fama smisurata nel territorio. Ognuno di loro è apprezzato, stimato, in alcuni casi osannato. Fuori dai confini campani, invece, questi artisti napoletani smettono di avere un nome, una storia, un curriculum, smettono di essere personaggi anche totalmente diversi l’uno dall&#8217;altro, e diventano categoria, la categoria del classico <strong>cantante neomelodico</strong> con la voce nasale, il mento alzato, la mano protesa in avanti.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-66698 size-full" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/patrizio-esposito.jpg" alt="" width="700" height="420" /></p>
<p>Quando nel 1979 <strong>Patrizio Esposito</strong> si presentò su Rai Uno, vestito di tutto punto, cravatta compresa, a cospetto di Pippo Baudo, non sapeva che sarebbe morto di lì a sei anni. Nel pieno della sua consacrazione artistica, cercava di raggiungere il suo sogno di diventare un cantante di successo, lanciandosi sul palco nazionale dalla TV di Stato. Una scelta coraggiosa per chi aveva fatto della <strong>napoletanità</strong> una religione tanto da dare vita per primo al genere della canzone neomelodica partenopea.</p>
<p>Le prime parole con cui <strong>Pippo Baudo</strong> accolse questo ragazzino di 19 anni furono: “<em>Faccia da scugnizzo… Faccia da scugnizzo, Patrizio. Patrizio è giovanissimo, ma ha già un suo curriculum professionale, perchè hai fatto innanzitutto l’attore</em>”. Vero. A soli 19 anni Patrizio Esposito aveva già accumulato una notevole esperienza nel mondo dello spettacolo.</p>
<p>“<em>Ho fatto una sceneggiata con Merola. Ho fatto tre puntate televisive con Marc Porel. Poi ho fatto tre sceneggiate da protagonista</em>”. Risponde con aria imbarazzata prima, e orgogliosa poi, il giovane Patrizio, come un bambino che prende il coraggio a due mani una volta che gli vien data importanza. E di importanza <strong>Patrizio Esposito</strong> cominciava davvero ad averne tanta. Le “tre puntate televisive” di cui si fa cenno sono i tre episodi de “<strong><em>Il Marsigliese</em></strong>”.</p>
<p>La serie TV vedeva impegnato un cast di prim&#8217;ordine, tra cui il già citato <strong>Marc Porel</strong>, <strong>Renato Mori</strong>, <strong>Vittorio Mezzogiorno</strong>, <strong>Isa Danieli</strong>, <strong>Lina Polito</strong>. Patrizio recitava il ruolo del figlio di uno dei protagonisti, Nino Sannataro, interpretato da <strong>Vittorio Mezzogiorno</strong>. Allora quattordicenne, si limita a qualche battuta qua e là.</p>
<p>Ma da quella miniserie nasce un album, <em><strong>&#8216;O figlio d&#8217;o marsigliese</strong></em>, che dà seguito alla fama di bambino prodigio che Patrizio s’era già ritagliata col suo primo album, <em><strong>Papà… è Natale</strong></em>. Le foto in copertina sono emblematiche dell’età e della personalità di Patrizio. Nell&#8217;album Papà è Natale campeggia la foto di un ragazzino che, per quanto piccolo, ha quell&#8217;aria di chi ne ha viste tante.</p>
<p>In ‘O Figlio d’o Marsigliese’ il giovanissimo Patrizio viene ritratto con abbigliamento alla Al Pacino in Scarface: giacca bianca, camicia sbottonata, colletto libero. La voce è ancora quella di un ragazzino che vuole fare l’adulto. Un ragazzino che miete però consensi anche più dei suoi colleghi adulti. La sua voce è ascoltatissima nei vicoli di <strong>Napoli</strong>, e si comincia a parlare di lui sempre più spesso.</p>
<p>Quando esce il suo terzo album, <em><strong>Cristallo</strong></em>, la voce di Patrizio è cambiata. E’ più matura, meno fanciullesca, tanto che in molti restano spiazzati. Nelle trasmissioni delle TV locali, nelle radio, è un susseguirsi di rassicurazioni: “<em>è lui, è lui</em>”. Il giovane enfant-prodige ha lasciato il posto ad un Patrizio Esposito che è sbocciato nel mondo degli uomini con grandissima intensità.</p>
<p>Accade spesso che i <strong>bambini prodigio</strong> non mantengano le attese, solitamente spropositate rispetto al reale valore dei fanciulli, vuoi per la responsabilità poggiata su spalle troppo fragili, vuoi perchè chi ha troppo e subito, solitamente si perde altrettanto in fretta. Patrizio, nel passaggio dal ragazzino che era all&#8217;uomo che comincia ad essere, riesce a guadagnarci.</p>
<p>Non conquista più con lo stupore e la tenerezza. Conquista con altre doti, che gli consentono di non confrontarsi con l’immagine del bambino che era, ma direttamente con l’anima del popolo di Napoli, a cui parla e di cui parla diffusamente nelle sue canzoni. Canzoni che cominciano ad uscire dai confini della <strong>Campania</strong>, ed investono l’intero <strong>Sud Italia</strong>. Patrizio è ascoltatissimo anche in <strong>Puglia</strong>.</p>
<p>E poi, quando la sua stabilità artistica sembra ormai consolidata, con 10 album tutti di successo, la persona commette l’errore che lo porterà alla morte. Quell&#8217;errore aveva tanti nomi, ma in realtà uno potrebbe bastare: <strong>droga</strong>. C’è chi afferma con insistenza che Patrizio fu spinto a questo genere di dipendenza da chi lo voleva morto nel mondo della <strong>camorra</strong>. Una morte rigorosamente senza sospetti.</p>
<p>C’è chi invece afferma che Patrizio sia morto a causa di una donna, legata al mondo della <strong>malavita</strong> e quindi pericolosa quanto basta a rischiare la vita. La realtà resta comunque una sola: Patrizio morì nel 1984 per <strong>overdose da eroina</strong>. Fu ritrovato in una stradina del quartiere Barra, all&#8217;interno della sua automobile. Morto a ventiquattro anni.</p>
<p>La stella della <strong>canzone neomelodica napoletana</strong>, in grado di offuscare l’astro nascente di <strong>Nino d’Angelo</strong> (il quale ha affermato in un’intervista che, finché era in vita Patrizio, non ce n’era per nessuno), spentasi prematuramente, riposa ora all&#8217;ombra delle parole che gli ha dedicato un poeta contemporaneo, <strong>Vittorio Annona</strong>: “<em>Patrizio, nu grande artista e figlio a Dio nun more maie… maie chiù! Tu figlio d’a canzone, scugnizzo d’a canzone, Napule tu cantave, mo Napule cant’a te</em>”.</p>
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		<title>La tomba di Alessandro Scarlatti è a Napoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 May 2017 14:15:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Napoli è ricca di tesori nascosti di cui pochi conoscono l'esistenza come ad esempio la tomba di Alessandro Scarlatti in quel di Montesanto [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>1685. Nella <strong>Chiesa di Santa Maria della Carità</strong>, a Napoli, si sta celebrando un battesimo. <strong>Don Domenico Marzio Carafa</strong> duca di Maddaloni, rappresentante di una delle più nobili famiglie aristocratiche napoletane, si alza dal suo banco, e accompagna solennemente il neonato al fonte battesimale. Chi era quel bambino, introdotto ai primi Sacramenti da un personaggio così importante? <strong>Domenico Scarlatti</strong>, figlio di Alessandro Scarlatti, musicista in grado di fulminare il Duca di Maddaloni al primo incontro, pochi anni prima.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-65880 size-large" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/tomba-di-Alessandro-Scarlatti-a-Napoli-scaled.jpg" alt="" width="640" height="427" /></p>
<p>Non il figlio di un Sovrano, non il figlio di un Marchese, ma il figlio di un musicista, ottenne l’onore di avere per “padrino” una delle personalità più influenti della Napoli seicentesca. Tutto merito del papà, si direbbe oggi. Sei anni prima, infatti, il <strong>Duca di Maddaloni</strong> era ospite nel salotto romano del <strong>Marchese del Carpio</strong>, quando ascoltò per la prima volta “<em>Gli Equivoci nel Sembiante</em>”, opera del diciannovenne <strong>Alessandro Scarlatti</strong>.</p>
<p>Questo siciliano che in così poco tempo s’era meritato la stima e la protezione della <strong>Regina Cristina di Svezia </strong>incantò cuore e orecchie del Duca, che pur di portarlo con sé a <strong>Napoli</strong>, gli promise che avrebbe fatto rappresentare “<em>Gli Equivoci nel Sembiante</em>” anche nell&#8217;effervescente contesto partenopeo. Il giovane Alessandro accettò di buon grado, e il 2 Marzo del 1680 la sua opera fu rappresentata nella straordinaria cornice di <a href="https://www.vocedinapoli.it/2017/03/24/palazzo-carafa-maddaloni-toledo/"><strong>Palazzo Carafa di Maddaloni</strong></a>.</p>
<p>In quell&#8217;occasione erano presenti alla rappresentazione della “<em>commedia in musica</em>” anche il Vicerè e la Viceregina, insieme ad una folla di dame e cavalieri, nobili e nobildonne cui venne offerta ogni sorta di prelibatezza in termini di bevande e pasticceria. Nacque così la felice storia d’amore, tra <strong>Napoli</strong> e <strong>Alessandro Scarlatti</strong>, facilitata anche dal fatto che a <strong>Roma</strong> il genere preferito da Alessandro veniva ostacolato dal Papa, che ne vietava la diffusione.</p>
<p>La storia d’amore tra Alessandro Scarlatti e Napoli durò finché il musicista non fu costretto a lasciare la città, nel pieno della sua fama, per ritrovare nuovi stimoli alla sperimentazione e per mere questioni finanziarie (lo stipendio che gli spettava in quanto maestro della <strong>Reale Cappella</strong> non veniva elargito con regolarità). Breve parentesi fiorentina, ma poi il richiamo della terra che l’aveva reso famoso si fece sentire.</p>
<p>Fu a Napoli che Alessandro trascorse gli ultimi anni della sua vita, fino al 1725. Ed è a Napoli che il suo corpo riposa da allora, in <strong>Santa Maria di Montesanto</strong>. La chiesa si trova di fronte a <strong>Piazza Montesanto</strong>, nei pressi della stazione della Metropolitana e della Cumana. Costruita a croce latina, presenta a destra quattro cappelle e a sinistra altrettante. La <strong>tomba di Alessandro Scarlatti</strong> si trova nella terza cappella a sinistra.</p>
<p>Tra <strong>Sant&#8217;Antonio da Padova</strong>,<strong> Angeli Custodi</strong>, una <strong>Madonna delle Grazie</strong>, un <strong>Cristo in Croce</strong>, una <strong>Sacra Famiglia</strong>, un <strong>San Giovanni Evangelista</strong>, ha modo di essere ricordata nella terza cappella a sinistra anche <strong>Santa Cecilia</strong>, la martire cristiana, divenuta protettrice dei musicisti grazie alla sua storia, commovente e significativa.</p>
<p>Era una nobile romana molto devota a <strong>Cristo</strong>, ma fu obbligata a sposare un ricco patrizio, secondo la consuetudine dell’epoca. Il marito e il fratello la sorpresero un giorno a cantare un inno religioso da lei composto, mentre si accompagnava all&#8217;organo. E nei pressi di quell&#8217;organo ai due sembrò di scorgere un angelo, rapito dalle note di Cecilia.</p>
<p>Si convertirono immediatamente al <strong>cristianesimo</strong>, e per il cristianesimo trovarono la morte a causa di una sepoltura fuori legge. Poco più tardi anche Cecilia fu incriminata, e condannata alla morte per soffocamento. Ma Cecilia non morì e costrinse le autorità ad orientarsi sui lidi più sicuri della decapitazione. Il <strong>martirio</strong> questa volta andò a buon fine.</p>
<p>Il fatto che la tomba di Alessandro Scarlatti si trovi all&#8217;interno di una cappella dedicata alla protettrice dei musicisti, di per sé avrebbe già una sua logica. Ma le ragioni di questo binomio sono altre. Scarlatti raggiunse in tempi record un privilegio che era concesso solo ai più grandi musicisti ed interpreti dell’epoca: far parte della <strong>Real Cappella di Palazzo</strong>, un’istituzione musicale prestigiosissima e d’elite, considerata un traguardo.</p>
<p>A partire dal 1600 circa, i musicisti che riuscivano a far parte della Real Cappella si riunirono in una confraternita, che aveva sede proprio nella chiesa di Santa Maria di Montesanto. La figura che simbolicamente li rappresentava era proprio Santa Cecilia, ma la <strong>Confraternita dei Musici</strong> probabilmente nacque inizialmente nel <strong>Conservatorio di Nuestra Señora de la Soledad</strong> di <strong>Napoli</strong>, all&#8217;interno del quale venivano cresciute le ragazzine nobili che necessitavano di un’educazione, anche di tipo strumentale.</p>
<p>Il fatto che ora Alessandro Scarlatti riposi in una cappella della Chiesa di Santa Maria di Montesanto, protetto da Santa Cecilia, è sì un atto di particolare riconoscimento ad uno dei massimi rappresentanti della <strong>musica napoletana</strong>, ma anche il giusto tributo nei confronti di quello che oggi sarebbe uno dei più grandi “direttori artistici” della Reale Cappella di Palazzo.</p>
<p>L’epigrafe, in latino, recita: “<em>Qui giace il cavaliere Alessandro Scarlatti, uomo che si è distinto per padronanza di sé, generosità e bontà. Il più grande rinnovatore della musica, il quale – addolciti i rigidi suoni di una volta con nuova e straordinaria soavità – tolse all&#8217;antichità la gloria, alla posterità la speranza di imitare, caro in particolar modo a nobili e sovrani</em>”.</p>
<p>La firma di queste parole, il <strong>Cardinale Ottoboni</strong>, mecenate, ammiratore, sostenitore, e fervido “fan” di uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi, su quei tempi persino in anticipo, con un linguaggio musicale considerato esageratamente difficile per i gusti del tempo, superato mentre Alessandro era ancora in vita, da una generazione di innovatori che lui stesso aveva contribuito a formare, grazie al suo esempio.</p>
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		<title>La Tammorra dei Briganti torna a Giugliano, al via alla 5º edizione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Apr 2017 13:22:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando si organizza un evento, il primo dettaglio che non deve assolutamente mancare è la musica. Può esistere quindi kermesse più perfetta di una chiamata 'Tammorra dei Briganti?' [...]</p>
<p><a class=" understrap-read-more-link " href="https://www.vocedinapoli.it/2017/04/07/la-tammorra-dei-briganti-torna-giugliano-al-via-alla-5o-edizione/">Vai all'articolo<span class="screen-reader-text"> from La Tammorra dei Briganti torna a Giugliano, al via alla 5º edizione</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Esistono eventi a cui è davvero difficile rinunciare. La “<strong><em>Tammorra dei Briganti</em></strong>” rientra a pieno titolo nella categoria. Si tratta, infatti, di una manifestazione, organizzata da Liberal, un&#8217;associazione culturale sportiva dilettantistica, che torna ad infiammare il centro storico di <strong>Giugliano,</strong> in Campania. Se la sola idea di potervi aderire, solletica in qualche modo la vostra fantasia, allora tenetevi liberi dal<strong> 5 al 7 maggio 2017. </strong>Sarà, infatti, proprio durante la prima settimana del mese primaverile per eccellenza ad aver luogo la Vª edizione di questa straordinaria kermesse.</p>
<p>Per ben tre giorni saranno ripercorse le gesta e la <strong>storia dei Briganti</strong> e verranno portate di nuovo alla luce<strong> </strong>le<strong> </strong>antiche tradizioni, le musiche e le danze popolari meridionali. Gli organizzatori dell&#8217;evento non hanno di certo lesinato in iniziative rendendo disponibili a coloro i quai decideranno di aderire alla &#8216;<strong><em>Tammorra dei Briganti</em>&#8216;</strong> convegni, proiezioni cinematografiche, esibizioni di artisti di strada, interventi culturali, mostre, sfilate, presentazioni di libri, rappresentazioni teatrali, mercatini dell’artigianato locale ed un’area food a tema.</p>
<p>Come se questo non bastasse, come ogni anno, sarà organizzata una splendida <strong>sfilata</strong>, forse l&#8217;evento più atteso dell&#8217;intera kermesse con tanto di briganti a cavallo, carri, carrozze d’epoca e carrettini. Per non parlare poi dei musicisti e dei danzatori di <strong>tammorriata</strong> che allieteranno con la loro arte i presenti. Proprio per non farsi mancare nulla l&#8217;Associazione Liberal ha pensato bene di allestire anche una mostra sui 300 anni dalla nascita di <strong>Re Carlo di Borbone</strong>, patrocinata dalla <strong>Real Casa di Barbone.</strong></p>
<p>E sorpresa delle sorprese ogni giorno sarà possibile ascoltare e divertirsi al suono della <strong>musica popolare del Sud Italia</strong>. Ovviamente, e c&#8217;era da aspettarselo, gli organizzatori della kermesse si sono ricordati anche dei più piccoli predisponendo per l&#8217;occasione una festa a tema con animazione e travestimenti.</p>
<h2><strong>INFORMAZIONI SULLA TAMMORRA DEI BRIGANTI A GIUGLIANO</strong></h2>
<p><strong>Date</strong>: dal 5 al 7 maggio 2017<br />
<strong>Luogo</strong>: centro storico di Giugliano Campania<br />
<strong>Orario</strong>: dalle 18:00 alle 23:55<br />
<strong>Ingresso</strong>: gratuito</p>
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		<title>Giuseppe Verdi, il Teatro San Carlo e la censura borbonica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Mar 2017 16:08:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il rapporto tra Giuseppe Verdi e Napoli non fu idilliaco. Tutta colpa della censura borbonica che sembrava voler boicottare a tutti i costi il Cigno di Busseto [...]</p>
<p><a class=" understrap-read-more-link " href="https://www.vocedinapoli.it/2017/03/21/giuseppe-verdi-teatro-san-carlo-la-censura-borbonica/">Vai all'articolo<span class="screen-reader-text"> from Giuseppe Verdi, il Teatro San Carlo e la censura borbonica</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Uno dei fiori all’occhiello della nostra città, il <strong>Teatro San Carlo</strong>, porta nella storia e nel nome l’impronta di <strong>Carlo di Borbone</strong>, il sovrano che ne volle la nascita. Poco più di un secolo dopo la sua fondazione, il Teatro San Carlo era una tappa imprescindibile per chi voleva consacrare la propria musica in ambito operistico. Giuseppe Verdi non ne aveva bisogno, ma il San Carlo non poteva sfuggirgli. E al San Carlo non poteva sfuggire Giuseppe Verdi.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-55818 size-large alignnone" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/giuseppe-verdi-il-teatro-san-carlo-e-la-censura-borbonica.jpg" alt="" width="640" height="417" /></p>
<p>Il sodalizio sembrava destinato ad ogni gloria, ma le cose andarono diversamente. A causa della censura Verdi si vide costretto a sbattere la porta in faccia al teatro, e a portare il suo lavoro operistico altrove, dove sarebbe stato maggiormente tutelato, preservato, e rimaneggiato in maniera senz&#8217;altro minore che nella <strong>Napoli borbonica</strong>. L’opera incriminata era <em><strong>Un Ballo in Maschera</strong></em>. L’odissea di Verdi per rappresentarla durò ben due anni.</p>
<p>Tutto comincia il 5 Febbraio del 1857, quando <strong>Giuseppe Verdi</strong> accetta di musicare per conto del Teatro San Carlo un’opera non inferiore a tre atti, basata su “<em>Gustave III, ou Le bal masqué</em>”, libro di <strong>Eugène Scribe</strong> da cui <strong>Antonio Somma</strong> avrebbe ricavato un libretto d’Opera. In realtà avrebbe voluto lavorare al <em>Re Lear</em>, come da accordi risalenti all&#8217;anno precedente, ma considerando i cantanti che il Teatro gli metteva a disposizione, rinunciò subito all&#8217;intento, definendoli esplicitamente inadeguati.</p>
<p>Un Ballo in Maschera nasce dunque come soluzione di ripiego. In ogni caso la scelta viene apprezzata dal compositore milanese, in special modo per il soggetto: l’omicidio di un re svedese avvenuto nel 1792. Questa storia aveva già calcato le scene di molti teatri, grazie agli allestimenti predisposti per opere precedenti basate sullo stesso soggetto, di <strong>Auber</strong>, <strong>Gabussi</strong> e <strong>Mercadante</strong>, proposte rispettivamente nel 1833, nel 1841, e più recentemente nel 1843.</p>
<p>Dopo cinque mesi di lavoro, Giuseppe Verdi spedisce l’opera a <strong>Napoli</strong>. Per cinque mesi non aveva dato notizie di sé. Non rispondeva nemmeno ai continui solleciti che provenivano da Napoli da parte dei responsabili del San Carlo, timorosi che il <strong>Cigno di Busseto</strong> avesse dato forfait senza darne comunicazione. Le lettere di sollecito, la diffidenza, avevano già cominciato seriamente ad infastidire Giuseppe Verdi, ma rappresentavano ancora il male minore.</p>
<p>L’opera viene girata immediatamente alla censura, che invia le proprie perplessità al revisore teatrale <strong>Domenico Anzelmi</strong>, il quale, semplicemente, si adegua, e le riferisce a Verdi e Somma. La censura chiedeva che si rinunciasse all&#8217;ambientazione originaria svedese, per evitare parallelismi pericolosi con quanto avvenuto di recente con l’<strong>attentato a Ferdinando II</strong>. La censura “consiglia” un’ambientazione medievale o addirittura precristiana.</p>
<p>L’opposizione di Verdi a questa risoluzione è netta. Non si può mettere in bocca a personaggi medievali (notoriamente rigidi) frasi che rivelano una forte appartenenza all&#8217;ambiente cortigiano, più leggero, raffinato, educato. Si raggiunge quindi un compromesso: l’ambientazione sarebbe stata spostata al 1600 (in cui le corti erano una realtà credibile), ma il titolo sarebbe stato modificato in “<strong><em>Una Vendetta in Domino</em></strong>”.</p>
<p>Verdi si mette subito al lavoro per i cambiamenti musicali imposti dal nuovo contesto, e nuovamente non dà notizie di sè. Proprio quando il clima comincia a farsi nuovamente molto teso, Giuseppe Verdi giunge a Napoli con la sua compagna <strong>Giuseppina Strepponi</strong>. E’ il 19 Gennaio del 1858, e la coppia viene accolta con tutti gli onori. Il <strong>Duca di Satriano</strong> (soprintendente ai teatri e agli spettacoli di Napoli) garantisce che le prove sarebbero cominciate a breve.</p>
<p>Ma indovinate un po’, non sarà così. La <strong>censura</strong> stoppa di nuovo il tutto, accampando nuove motivazioni: non si poteva rappresentare in maniera diretta sulla scena un regicidio né la congiura che l’aveva causato; il re non poteva commettere adulterio con la moglie di un suo servitore, sarebbe stata meglio la sorella (non è una battuta); il re non poteva essere re, doveva diventare un nobile di più basso lignaggio.</p>
<p>Immaginate cosa significava questa serie di modifiche per un carattere orgoglioso come quello di Giuseppe Verdi. E quanto malvolentieri si rimette all&#8217;opera, per constatare che anche le ulteriori revisioni vengono respinte al mittente dalla censura. In realtà all&#8217;interno della censura s’era aperto un dibattito tra i tre membri. In particolare uno di loro cominciò ad opporsi a quello che si configurava come un vero e proprio <strong>boicottaggio artistico</strong>.</p>
<p>La censura si rivolse al <strong>Ministro degli Affari Ecclesiastici e dell’Istruzione</strong>, il quale se ne lavò le mani, rimandando la questione alle decisioni del <strong>Direttore del Ministero di Polizia</strong>, il quale se ne contro-lavò le mani, rimettendo la decisione alla posizione di maggioranza già espressa dai tre membri della censura. L’opera, così com&#8217;era, non poteva quindi essere accettata.</p>
<p>Somma rimette mani al libretto, e lo fa in maniera radicale. L’ambientazione muta nel 300 fiorentino, i versi modificati risultano essere 297 su 884, il titolo si trasforma in <strong><em>Adelia degli Adimari</em></strong>. Il librettista consegna l’ennesimo rifacimento a Verdi, il quale, esasperato, sbotta, e il 25 Febbraio 1858 strappa il <strong>contratto col Teatro San Carlo</strong>, considerando le condizioni pattuite inizialmente del tutto disattese.</p>
<p>Più avanti nel tempo, ripensando a quei mesi infiniti, dirà: “U<em>n maestro che rispetti l’arte sua e se stesso, non poteva né doveva disonorarsi accettando per subbietto di una musica scritta sopra ben altro piano, codeste stranezze che manomettono i più ovvi principi della drammatica e vituperano la coscienza dell’artista</em>”.</p>
<p>Non si trattò di una rottura definitiva col Teatro San Carlo, nel quale qualche mese dopo, per la modica cifra di 1000 ducati, fece rappresentare il suo <strong>Simon Boccanegra</strong>, rimaneggiato in alcuni punti. Ma che ne fu dell’Adelia degli Adimari? Tornò ad essere Un Ballo in Maschera, e fu mandata in scena a <strong>Roma</strong>, dove la censura si rivelò più tollerante alle ragioni dell’arte.</p>
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