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	<title>borboni Archivi - Voce di Napoli</title>
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	<description>&#200; il giornale on line della citt&#224; partenopea: informazione a 360&#176;, cronaca che copre tutti i quartieri della citt&#224;; tradizione, leggende ed eventi.</description>
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	<title>borboni Archivi - Voce di Napoli</title>
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		<title>La “Francesco I” fu la prima nave da crociera in Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Aug 2017 10:36:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[borboni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Italia le navi a vapore circolavano già a partire dal 1818. La prima nave del genere fu la Ferdinando I: costruita nei cantieri partenopei di Vigliena, salpò da Napoli il 27 Settembre ed inaugurò una stagione di incredibili primati marittimi per i Borboni che si successero nell&#8217;amministrazione del Regno delle Due Sicilie. Non fece [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In Italia le navi a vapore circolavano già a partire dal 1818. La prima nave del genere fu la <strong>Ferdinando I</strong>: costruita nei cantieri partenopei di <strong>Vigliena</strong>, salpò da Napoli il 27 Settembre ed inaugurò una stagione di incredibili primati marittimi per i Borboni che si successero nell&#8217;amministrazione del Regno delle Due Sicilie. Non fece certo scalpore, quindi, quasi quindi anni più tardi, la costruzione del “<em>Francesco I</em>”, uno dei tanti piroscafi di cui la flotta borbonica si poteva fregiare.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-82319 size-medium" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/prima-nave-da-crociera-300x186.jpg" alt="" width="300" height="186" /></p>
<p>Eppure la <strong>Francesco I</strong> sarebbe entrata nella storia come prima nave da crociera al mondo. Con un po’ di immaginazione, potremmo riuscire a figurarcela: non aveva l’elica, invenzione che cominciò ad essere utilizzata a partire da metà ‘800. Il vapore diventava propulsione grazie al lavoro di due grosse ruote di legno piazzate sui lati della nave, come avveniva per le imbarcazioni che risalivano i grandi fiumi americani.</p>
<p>La Francesco I era quindi un piroscafo, con motore a vapore, e due grosse ruote laterali, in grado di coprire con estrema affidabilità una lunghissima tratta: partenza da <strong>Palermo</strong>, e scali a <strong>Civitavecchia</strong>,<strong> Livorno</strong> e <strong>Genova</strong>, per fare tappa finale a <strong>Marsiglia</strong>. Questo nelle intenzioni ordinarie. Perché quanto portò la Francesco I alla ribalta delle cronache internazionali fu ben altro utilizzo. Due anni più tardi fu scelta per intraprendere un viaggio molto particolare.</p>
<p>Si pensò alla Francesco I per realizzare un viaggio che avrebbe proiettato la nave nel meraviglioso mondo del turismo. Un’idea che oggi sembra lapalissiana, ma a cui mai nessuno aveva pensato fino ad allora. La straordinaria trovata fu reclamizzata con ogni mezzo allora possibile, in particolare dandole rilievo grazie ad articoli di giornale e cartelloni pubblicitari. Si pensò anche, ennesimo primato, di piazzare pubblicità sulle fiancate dei treni.</p>
<p>La campagna pubblicitaria fu lanciata in ogni Stato Europeo, e la prima “<em>clientela</em>”, selezionatissima, risultò essere di primo piano. Nobili, principi, e autorità rinomate del vecchio continente furono i primi ad imbarcarsi per un viaggio marittimo di puro piacere. I facoltosissimi passeggeri furono, dall&#8217;estero, tredici inglesi, dodici francesi, tre russi, tre spagnoli, due prussiani, due bavaresi, due olandesi, un ungherese, uno svizzero, uno svedese, un greco.</p>
<p>Si imbarcarono a <strong>Napoli</strong> il 16 Aprile 1833, pronti ad intraprendere un meraviglioso viaggio con meta <strong>Costantinopoli</strong>, e fermate intermedie a <strong>Taormina</strong>, <strong>Catania</strong>, <strong>Siracusa</strong>, <strong>Malta</strong>, <strong>Corfù</strong>, <strong>Patrasso</strong>, <strong>Delfo</strong>, <strong>Zante</strong>, <strong>Atene</strong>, <strong>Smirne</strong>. Città storiche e dalle mille attrattive turistiche: un tour di tutto rispetto, degno procursore delle moderne crociere.</p>
<p>I viaggi d’andata e di ritorno durarono nel complesso tre mesi. Tre mesi nei quali non si ebbe proprio il tempo di annoiarsi, viste le gite organizzate nelle prestigiose località scelte per ormeggiare momentaneamente la Francesco I, e le feste, i balli, e i giochi con i quali si intrattenevano gli illustri ospiti a bordo della nave, durante la traversata.</p>
<p>Come testimonia un architetto francese <strong>Marchebeus</strong>, ospite a bordo, i tre mesi di crociera sulla Francesco I furono scossi da momenti di grossa tensione. Per due giorni infatti la nave subì forti scossoni a causa di un ostinato maltempo. Molti ospiti rintanati nelle proprie stanze in preda al mal di mare, non si accorsero delle preoccupanti “strisce di fiamme fosforescenti” che la nave lasciava sul suo cammino.</p>
<p>Giunti in <strong>Sicilia</strong> la tempesta si calmò, e la vita a bordo riprese entusiasmo, anche grazie al ballo organizzato in onore del Re di Napoli, giunto a Messina proprio nella giornata in cui la Francesco i vi ormeggiò. Il viaggio riprese, tra le mete su citate, fino a giungere a <strong>Costantinopoli</strong>, dove si scrisse di un sultano affacciato ai propri appartamenti, che, binocolo alla mano, esprimeva la propria ammirazione per la bellezza della Francesco I in avvicinamento.</p>
<p>Al ritorno a Napoli, avvenuto il 9 agosto dello stesso anno, dopo 112 giorni di crociera, lo stesso architetto Marchebeus annotava: &#8220;<em>Riassumendo, la prima crociera turistica che sia stata fatta, data l&#8217;epoca in cui ebbe luogo, per le persone che vi presero parte, pel programma-itinerario, per gli svaghi brillanti che l&#8217;accompagnarono, malgrado qualche inconveniente, può benissimo far dire: non si fa meglio oggi</em>&#8220;.</p>
<p>Altre cronache dell’epoca riportano pareri positivi sulla prima nave da crociera al mondo (o meglio, sul primo piroscafo convertito in nave da crociera). Si mettevano in evidenza, a prescindere dai fattori estetici, le caratteristiche tecniche della nave, in grado di raggiungere velocità elevatissime grazie ai 120 cavalli in dotazione al motore. Tantissimi, se paragonati agli 80 dei francesi, e ai miseri 25 dei piemontesi.</p>
<p>Non a caso l’anno successivo la Francesco I realizzò un viaggio da Napoli a Palermo in tempi record. Passeggeri eccellenti il sovrano <strong>Ferdinando II</strong> e la sua signora<strong> Maria Cristina di Savoia</strong>. Tempo della traversata: un giorno. Siamo in linea con i tempi dei moderni traghetti. Il viaggio fu talmente rapido che Ferdinando II, al suo arrivo, trovò i siciliani ancora intenti nei preparativi per il suo arrivo, impensabile il giorno successivo alla partenza.</p>
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		<title>Napoli fu nel 1859 il Primo Stato Italiano per produzione di guanti in Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Aug 2017 16:57:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[borboni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un altro primato napoletano da attribuire ai Borboni fu la predominanza dei partenopei per la produzione industriale di guanti nel 1859 [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Napoli</strong> patria del <strong>guanto</strong>? Lo è stata, e ancora oggi, nelle tecniche e nella consapevolezza dei maestri guantai napoletani, la tradizione continua. Una tradizione che sotto il <strong>Regno delle Due Sicilie</strong> portò Napoli a guadagnare il centro dei commerci mondiali, proponendosi come leader assoluta nella ideazione e nella creazione di guanti, scavalcando realtà anche più storicamente consolidate della sua.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-79070 size-full" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/guanti-napoletani.jpg" alt="" width="960" height="717" /></p>
<p>Il guanto non nasce certo quando a Napoli c’erano i Borboni. Il guanto ha una storia millenaria. Lo utilizzavano già nell&#8217;<strong>antico Egitto</strong>, anche se il privilegio era riservato ad una classe sociale che andava dal faraone in su. Il motivo stava nel fatto che il guanto non veniva inteso come un semplice oggetto per ripararsi dal freddo, ma assumeva significati religiosi particolari. Prova ne è il ritrovamento di un guanto prezioso nella <strong>tomba di Tutankamon</strong>.</p>
<p>Il guanto così come lo conosciamo oggi, quell&#8217;oggetto che ripara le mani, era noto anche ai <strong>Greci</strong> e ai <strong>Romani antichi</strong>. <strong>Senofonte</strong> citava i guanti volendo scavare un solco tra chi, come i <strong>Persiani</strong>, li usava per il semplice vezzo di non voler il corpo a contatto con l’aria, e chi, come i <strong>Greci</strong>, li usava per necessità, nei lavori pesanti all&#8217;interno delle ville, come testimonia<strong> Omero</strong> o chi per lui nell&#8217;<strong>Odissea</strong>.</p>
<p>Nella maggior parte dei casi, in <strong>Grecia</strong> e nella <strong>Roma antica</strong> i guanti consistevano in un semplice sacchetto di materiali variabili, dotato di lacci per assicurarlo al polso. All&#8217;interno andavano inserite le mani per garantire loro calore e protezione contro le basse temperature e il contatto con materiali usuranti, nei lavori manuali.</p>
<p>Ma già a partire dai tanto vituperati <strong>Persiani</strong>, i guanti potevano assumere una conformazione che seguiva da vicino la fisionomia della mano, avvolgendo ogni dito in un involucro diverso. Nelle forme evolute più primitive, il guanto offriva dimora da una parte al pollice, dall&#8217;altra al resto della mano, garantendo maggiore libertà di movimento rispetto al sacchetto greco-romano.</p>
<p>Nel <strong>Medioevo</strong> il guanto riappare a consacrare il rango di intere classi sociali. Solo gli aristocratici potevano infatti permettersi guanti di velluto, sofficissimi al tatto e tempestati di ornamenti preziosi quali gemme e diamanti. Certo, nel caso dei <strong>cavalieri</strong>, il velluto cedeva il posto al vile metallo, molto più utile in battaglia, ma altrettanto dispendioso nel compenso dovuto al fabbro di turno.</p>
<p>Il <strong>guanto</strong> in quest’epoca torna ad assumere una valenza simbolica, e ne viene richiesta la presenza all&#8217;interno di un gran numero di cerimonie ufficiali, come le investiture dei feudatari, o in ambito religioso nella nomina dei vescovi. E’ proprio in questo periodo che nasce la consuetudine nobiliare di lanciare il guanto in faccia ad una persona invisa, come gesto di sfida.</p>
<p>La <strong>Francia</strong> assume il primato nella produzione dei guanti a partire dal 1600. Ma un secolo più tardi Napoli recupera terreno commerciale, fino ad invertire i rapporti di forza con l’<strong>industria conciaria</strong> francese, arrivando a detenere l’assoluto primato nella vendita dei prodotti <strong>Made in Naples</strong>.</p>
<p>L’impulso decisivo nel raggiungimento del primato commerciale lo diedero i sovrani borbonici, che, come in tanti altri campi, vollero il <strong>Regno delle Due Sicilie</strong> protagonista indiscusso europeo nella qualità e nell&#8217;avanguardia dei propri prodotti. I guanti non facevano eccezione, e l’industria tessile e conciaria si adeguò al dictat imperiale, rispondendo con guanti talmente belli e resistenti da essere richiesti persino oltreoceano.</p>
<p>L’apoteosi del <strong>guanto napoletano</strong> prosegue per tutto il 1800, raggiungendo mercati sempre più lontani, e confermando la propria fama fino al 1900 inoltrato. Negli anni 30 viene pubblicato un articolo in “<em>Rassegna Economica</em>”, che dimostrava, dati alla mano, come effettivamente i guanti napoletani fossero i più richiesti al mondo.</p>
<p>Lo stesso articolo ricordava però come l’<strong>industria dei guanti a Napoli</strong> non avesse fatto alcun progresso da decenni, conseguendo quegli straordinari risultati nonostante tutto fosse fatto esclusivamente a mano. Il gap nella velocità della produzione industriale rispetto agli altri paesi, era colmato da una mano d’opera che vedeva impiegati ben 25000 napoletani esperti nella creazione e nella concia dei guanti.</p>
<p>Dagli anni quaranta, a causa della guerra, progressivamente la produzione di guanti a Napoli è andata scemando. La tradizione no. Non c’è più l’esercito di 25000 artigiani esperti confezionatori di guanti, ma in molte famiglie viene perpetrata quest’arte antica, specie nel <strong>Rione Sanità</strong>, nel <strong>quartiere Stella</strong>, e a <strong>Capodimonte</strong>. Sopravvivono altre sì aziende che sono riuscite a sopravvivere grazie alla qualità dei loro prodotti, alla capacità di ammodernarsi rispettando i segreti della tradizione.</p>
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		<title>Nel 1860 Napoli era prima in Italia per numero di Conservatori Musicali</title>
		<link>https://www.vocedinapoli.it/2017/06/05/nel-1860-napoli-italia-numero-conservatori-musicali/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jun 2017 11:44:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[borboni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Napoli è una città ricca di storia, di cultura. Non deve sorprendere quindi che, nel 1860, il capoluogo campano fosse primo in Italia per numero di Conservatori [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se parli della musica e del teatro a <strong>Napoli</strong>, e conosci la città, presto o tardi t’accorgi che stai parlando dei napoletani. Musica e teatro non sono fiori all&#8217;occhiello della storia artistica partenopea, sono fiori che germogliano ogni giorno tra i vicoli e le grandi arterie della città. E allora ti chiedi se i <strong>Conservatori</strong> cittadini, decisivi nella formazione della Scuola Napoletana, ne siano effettivamente causa, o rappresentino piuttosto la conseguenza di un DNA già scritto nel carattere del popolo napoletano.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-68393 size-full" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/primato-conservatori-napoli.jpg" alt="" width="699" height="340" /></p>
<p>Che i conservatori siano stati alla base della <strong>Scuola Napoletana</strong>, comunque, non v’è dubbio alcuno. Il processo, secolare, è stato favorito da una serie di contingenze che a partire dal 1500 sembravano confluire tutte nella medesima direzione. L’istituzione del Conservatorio nacque a Napoli senza che la <strong>musica</strong> facesse parte dell’iniziale progetto. Si trattava di enti privati che accoglievano tra mura sicure i ragazzi disagiati.</p>
<p>Chi perdeva i genitori, chi da essi veniva abbandonato, chi per varie traversie si ritrovava da solo e allo sbando, poteva contare su queste istituzioni, che prelevavano fanciulli dalle strade, e davano loro un’<strong>istruzione</strong> improntata all&#8217;acquisizione di un mestiere. Le occupazioni con cui questi giovanissimi si confrontavano ogni giorno erano di carattere soprattutto artigianale.</p>
<p>Ma pian piano, e non troppo tardi, tra i vari mestieri cominciò a far capolino anche la musica. Perché mai, anziché imparare un <strong>mestiere solido</strong>, in grado di garantire un barlume di sopravvivenza in tempi difficili, un ragazzino avrebbe dovuto cominciare a studiare musica? Perché la richiesta era enorme.</p>
<p>A partire dal 1500, ed ininterrottamente fino al 1700, Napoli è sotto il <strong>giogo spagnolo</strong>. Si avvicendano in questa fase storica una serie di viceré che hanno quasi tutti incredibilmente a cuore le sorti dell’arte. In realtà l’arte era lo specchio nel quale amavano guardarsi. Napoli è quindi in questi secoli un fiorire continuo di cappelle, chiese, basiliche, lautamente finanziate dalle vicereali committenze.</p>
<p>E’ in questi secoli che va parallelamente crescendo la convinzione che ogni famiglia nobiliare non lo fosse abbastanza finché non si dotava di una residenza, di un “palazzo”, all&#8217;altezza della propria storia. Dal 1500 in poi, infatti, chi prima chi dopo, non c’è nobile che resti senza una sua <strong>residenza storica</strong>, adeguata al lignaggio del casato che rappresenta.</p>
<p>E cosa c’entra la musica? Nei conservatori si sarebbe potuto insegnare il mestiere a chi si occupava di tirar su palazzi e chiese. E invece no. Una volta che quei palazzi e quelle chiese venivano ultimati, nei primi si organizzavano feste, nelle seconde si celebravano ricorrenze sacre. Per la buona riuscita di una festa o di una celebrazione liturgica, servivano <strong>cantanti</strong> e <strong>musicisti</strong>.</p>
<p>Detta così potrebbe sembrare un’inezia. Alcuni cantano in chiesa, altri suonano per qualche festa nobiliare. Ma il fervore di <strong>Napoli dal 1500 al 1700</strong> imponeva ben altro che una suddivisione equa del materiale umano a disposizione. Richiedeva una moltiplicazione ed una rigenerazione costante di quel materiale umano.</p>
<p>Di qui la necessità di formare sempre nuove generazioni. La necessità che le vecchie leve divenissero maestri delle nuove. La necessità di un <strong>metodo di studio</strong> che prevedesse l’esercizio non come addestramento, ma come prodotto da spendere immediatamente come performance nel mondo del lavoro.</p>
<p>Si formavano <strong>musicisti</strong> già da subito in grado di competere nel frenetico ambiente di lavoro musicale napoletano, sia perchè la full immersion nella musica era seriamente “full”, sia perchè per impostazione si perseguivano obiettivi artistici sin da subito, bypassando la fase del “didatticamente correct”.</p>
<h2><strong>CONSERVATORIO SANTA MARIA LORETO</strong></h2>
<p>Il primo conservatorio di Napoli fu il Conservatorio di Santa Maria Loreto. Nato nel 1535 grazie all&#8217;iniziativa di un <strong>calzolaio chiamato Francesco</strong>, consisteva inizialmente in una cappella costruita accanto alla Chiesa di Santa Maria di Loreto, adibita a rifugio per bambini disagiati. Un calzolaio, da solo, avrebbe potuto ben poco. Ma lo sostenevano ricchi mecenati, tra cui addirittura il viceré.</p>
<p>Nel 1537 <strong>Giovanni di Tapia</strong> arricchì l’istituzione di un orfanotrofio vero e proprio. Con il cambio di sede, e locali più ampi, non trascorse molto tempo dacché questi luoghi divenissero la scuola di musica che il tempo ha rivelato operosissima. 1500 ragazzini, moltissimi napoletani, per il resto stranieri, furono registrati nel Conservatorio di Santa Maria Loreto.</p>
<p>Un secolo circa dopo la fondazione il Conservatorio era una realtà talmente apprezzata che cominciava a reggersi autonomamente grazie alle offerte di mercanti e commercianti, che lasciavano ben volentieri il loro obolo nel salvadanaio preposto, allo scopo di dare una mano ai bambini meno fortunati, e di seguirne successivamente la <strong>carriera da professionisti</strong>.</p>
<p>Insegnò al Santa Maria Loreto una generazione di maestri insuperabili. <strong>Durante</strong>, <strong>Provenzale</strong>, <strong>Porpora</strong>, per la composizione. <strong>Farinelli</strong>, <strong>Caffarelli</strong>, <strong>Porporino</strong> per il fronte canto. E su quest’ultimo punto è importante aprire una breve parentesi. La scuola napoletana istruiva soprattutto castrati, uomini in grado di prodursi in falsetti vertiginosi.</p>
<p>Moltissime opere dell’epoca venivano scritte e dedicate a castrati specifici, di cui Farinelli rappresenta ancora oggi l’emblema ed il nome più noto, ma insieme a lui conviveva un’intera generazione di cantanti che dettò legge per più di un secolo a <strong>Napoli</strong>, prima che le evoluzioni del teatro, le dimensioni dei luoghi e delle opere, richiedessero alle voci maschili e femminili un maggiore grado di specificità.</p>
<h2><strong>CONSERVATORIO PIETÀ DEI TURCHINI</strong></h2>
<p>In <strong>via Medina</strong> vedeva la luce nel 1583 il Conservatorio della Pietà dei Turchini. Stesso iter del precedente. Inizialmente i frati della Chiesa della Pietà pensarono ad un orfanotrofio per salvare i bambini dalla fame e da destini incerti. Successivamente ai bimbi fu praticata la castrazione, per influenzarne le voci e meglio indirizzarli al canto.</p>
<p>Vestiti tutti di una mise color turchese, viziati e coccolati tra ampi saloni, cibo a volontà, cure sanitarie, ebbero l’onore e il privilegio di assistere alle lezioni di autentiche leggende nel campo della musica: <strong>d’Urso</strong>, <strong>Sabino</strong>, <strong>Provenzale</strong>, <strong>Fago</strong>, <strong>Leo</strong>, <strong>Feo</strong>, <strong>Spontini</strong>, <strong>Mercadante</strong>. Maestri e “Figliuoli” posero anche qui le basi per il successo del teatro esploso nel XVIII secolo.</p>
<h2><strong>CONSERVATORIO SANT’ONOFRIO A PORTA CAPUANA</strong></h2>
<p>Nel 1578 veniva fondata la Congregazione delle Vesti Bianche. Era questa la divisa che indossavano i bambini accolti presso la <strong>Vicaria</strong>. Fu nel 1653 che l’istituzione divenne ufficialmente un Conservatorio, di dimensioni ridotte rispetto ai due precedentemente citati. Soli 11 allievi, un maestro per il coro, un maestro per le lezioni di canto.</p>
<p>Anche di qui passarono <strong>Durante e Fago</strong>, oltre a <strong>Caresana</strong>, <strong>Abos</strong>, <strong>Sabini</strong>, <strong>Insanguine</strong>, <strong>Doll</strong>, <strong>Cotumacci</strong>, <strong>Rispoli</strong>, <strong>Furno</strong>, e altri che tentarono di competere in un ambiente mai saturo. Studenti d’eccezione furono invece <strong>Jommelli</strong>, <strong>Paisiello</strong>, <strong>Piccinni</strong>, capaci di estendere la propria fama al di là dei confini italiani, in Francia, Germania, Russia.</p>
<h2><strong>CONSERVATORIO POVERI DI GESÙ CRISTO</strong></h2>
<p>Nel caso del Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo, fondato nel 1589, l’anima pia impietosita dalle condizioni dei bambini poveri di Napoli, fu quella di <strong>Marcello Fossataro</strong>, il Monaco che li raccolse nella Chiesa di Santa Maria a Colonna. Insegnanti famosi: <strong>Durante</strong> (onnipresente), <strong>Porpora</strong>, <strong>Feo</strong>, <strong>Abos</strong>, <strong>Greco</strong>. Allievi eccellenti: <strong>Giambattista Pergolesi</strong>.</p>
<h2><strong>CONSERVATORIO SAN PIETRO A MAJELLA</strong></h2>
<p>E il Conservatorio San Pietro a Majella? Ai tempi delle fondazioni dei quattro conservatori, il Conservatorio San Pietro a Majella, attualmente ancora in attività, non esisteva. Nacque dalla fusione progressiva dei quattro conservatori, che chiusero in serie dal 1743, a cominciare proprio dall&#8217;ultimo nato, quello dei <strong>Poveri di Gesù Cristo</strong>.</p>
<p>Nel 1806 <strong>Giuseppe Napoleone</strong> ordinò tutti i conservatori confluissero in quello della Pietà dei Turchini, e che l’istituto risultante fosse note con la nuova denominazione di Real Collegio di Musica. Due anni dopo, constatata l’inadeguatezza dei locali scelti, ne ordinò il trasferimento nel Monastero delle Dame Monache di San Sebastiano. Nel 1826 la fine dei giochi, con la sede definitiva nel Monastero di San Pietro a Majella, e relativa nuova denominazione.</p>
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		<title>Le vaccinazioni nel Regno delle Due Sicilie: un primato dei Borboni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 May 2017 11:03:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[borboni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il tempo passa ma i problemi, soprattutto quelli inerenti alla salute pubblica, non mutano ed fu così che i Borbino affrontarono il problema delle vaccinazioni [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In Italia il fronte antivaccini è una corazzata agguerrita. Per questa ragione tante polemiche sta suscitando la decisione del <strong>Ministro Lorenzin</strong> di procedere ad un <strong>Decreto Legge</strong> che obblighi di fatto i genitori a vaccinare i propri figli. Le sanzioni per chi iscrive i propri figli da 0 a 16 anni in qualsiasi istituto, senza averli sottoposti ai vaccini previsti per legge e rifiutandosi di vaccinarli anche dopo l’iscrizione, sono altissime. Qualcosa del genere accadde anche nel <strong>1821</strong> a <strong>Napoli</strong>, e nel<strong> Regno delle Due Sicilie</strong>.</p>
<p>Non c’era <strong>Gentiloni</strong>, c’era <strong>Ferdinando I di Borbone</strong>. Non c’era la Lorenzin, c’era <strong>Giambatista Vecchione</strong>, in veste di <strong>Direttore della Real Segreteria di Stato degli Affari Interni</strong>, anziché <strong>Ministro della Salute</strong>. La pratica della vaccinazione era agli albori, inaugurata nella seconda metà del 1700. Ma i risultati ottenuti sembravano annunciare sin da subito un’epoca di straordinari miglioramenti sotto il profilo della salute pubblica.</p>
<p>Quella sanità pubblica di cui nella seconda metà del 1700 si cominciò a definire l’assetto, per provare ad arginare le epidemie che scoppiavano ad intervalli regolari, e sterminavano fette consistenti di popolazioni. Già nel 1751 si definirono meglio i <strong>controlli sanitari</strong> via mare e via terra, differenziandone compiti e competenze.</p>
<p>Ma fu nel 1819 che per legge Ferdinando istituì due figure chiave nell&#8217;ambito della salute pubblica, e ne estese funzioni, declinazioni, e ramificazioni a tutto il Regno delle Due Sicilie: il <strong>Supremo Magistrato di Salute Pubblica</strong> ed la <strong>Soprintendenza Generale</strong>, dipendenti dal <strong>Ministero dell&#8217;Interno</strong>; il primo con funzioni deliberative, la seconda con funzioni esecutive.</p>
<p>I problemi cui dovevano far fronte avevano nomi che evocavano sciagura: <strong>peste</strong>, <strong>vaiolo</strong>, e più tardi <strong>colera</strong>. Il vaiolo, in particolare, nel 1700 aveva mietuto in Europa ben sessanta milioni di vittime, soprattutto bambini. Se non morivano di questa terribile malattia, ne venivano spesso segnati indelebilmente, con deformazioni e tumefazioni diffuse su tutto il corpo.</p>
<p>Il vaccino in grado di arginare questa malattia fu ideato nel 1700. La sua diffusione fu ostacolata soprattutto a causa di quelle madri che vedevano nell&#8217;ingerenza della scienza e della medicina, una mancanza di rispetto nei confronti della volontà divina. Una posizione che sembrò confermata dalla Chiesa, nella persona di <strong>Papa Leone XII</strong>, al quale vengono attribuite parole dure nei confronti dei vaccini (ma mancano documenti ufficiali che le attestino).</p>
<p>Sul fronte politico, invece, le potenzialità dei vaccini furono accolte con immediata fiducia. E nel Regno delle Due Sicilie partirono senza indugi già dal 1777. Con la breve parentesi napoleonica fu istituito nel 1807 un <strong>Comitato Centrale di Vaccinazione</strong>, trasformato poi da Ferdinando in <strong>Istituto Centrale Vaccinico Napoletano</strong>, con succursali in tutte le province del regno.</p>
<p>Interessantissima risulta a questo proposito la relazione fornita dal <strong>Ministro degli Affari Interni</strong> nel 1820, a proposito dei vaccini. Dopo aver riconosciuto enormi meriti all&#8217;istituzione napoleonica del Comitato Centrale di Vaccinazione, il Ministro enumera dati: “<em>Durante dieci anni, a contare dal 1808 e sino al 1818, le vaccinazioni eseguite per mezzo della Commessione della capitale, delle società vacciniche provinciali, e de vaccinatori sparsi in tutto il regno ascendono a 280055</em>”.</p>
<p>Il <strong>Ministro</strong> stimava inoltre che “<em>che con vaccinarne 280055, se ne sieno salvati dalla morte 47489;5.º e che se ne sarebbero salvati altri 270769 che verisimilmente sono periti, se il metodo della vaccinazione si fosse loro applicato</em>”. Vengono citate anche tutte le difficoltà incontrate nel superare gli scetticismi della popolazione, e richiesta un’azione del governo che alimentasse ulteriormente gli ottimi risultati.</p>
<p>L’azione del governo giunge l’anno successivo. Nel 1821 Ferdinando stabilisce per <strong>Decreto Regio</strong> che i bambini andavano vaccinati per legge contro il vaiolo. Leggere nel dettaglio il testo di quella legge ha oggi un che di già sentito: il sovrano tentava infatti di scoraggiare il fronte antivaccino, e di persuadere gli scettici con incentivi non da poco.</p>
<p>Il <strong>Decreto n.141 del 6 Novembre 1821</strong>, decreto “<em>sriguardante la inoculazione del vaccino vajuolo</em>”, si componeva di 9 articoli (7, se si considera il carattere riassuntivo degli ultimi due). Le sorprese contenute in questo testo giuridico sono numerose, e strapperanno ad alcuni un sorriso, ad altri una riflessione, ma in ogni caso val la pena darci uno sguardo.</p>
<p>L’<strong>articolo 1</strong> puniva “<em>tutti coloro i quali han tenuto riprensibile condotta di trascurare la vaccinazione onde preservare la propria prole</em>” con l’impossibilità d’accesso ad ogni forma di assistenza economica di qualsivoglia istituzione del regno. Per accedere dovevano esibire documenti che attestavano l’avvenuta vaccinazione dei bambini e di tutti i membri della famiglia.</p>
<p>L’<strong>articolo 2</strong> sanciva che il documento dovesse essere redatto ed approntato dal parroco, il quale aveva l’obbligo di registrare il nome del vaccinato, la data, e un “id” univoco della vaccinazione, per evitare furti o scambi di identità, e rendere quella vaccinazione un unicum irriciclabile.</p>
<p>L’<strong>articolo 3</strong> ripercorreva il famoso editto napoleonico secondo cui i morti andavano sepolti fuori dalle mura della città, per evitare il diffondersi di malattie ed epidemie. Stabiliva infatti che i morti di vaiolo “<em>saranno seppellite in chiese poste fuori dall’abitato, senza pompa funebre, e chiuse in un feretro per non diffondere il contagio fra gli abitanti</em>”.</p>
<p>L’<strong>articolo 4</strong> stabiliva che gli istituti preposti alla cura dei bambini disagiati vaccinassero i loro piccoli ospiti entro il primo mese. Se i controlli effettuati non avessero riscontrato questa pratica debitamente documentata, i responsabili sarebbero stati rimossi dai loro incarichi, e avrebbero pagato per sempre le spese mediche dei bambini accolti senza vaccinazione.</p>
<p>L’<strong>articolo 5</strong> consisteva di fatto in un concorso a premi! I parroci, tenuti a mantenere aggiornati i loro registri dei vaccinati, ogni anno avrebbero messo in un’urna tutti i nomi, da cui sarebbe stato estratto il nome di un fortunato vincitore che avrebbe goduto di una cospicua premiazione in denaro.</p>
<p>Con l’<strong>articolo 6</strong> Ferdinando auspicava che la rete dei vaccinatori potesse incrementarsi, arricchirsi di nuove professionalità, regolamentarsi, grazie all&#8217;impegno (anche di natura economica) della Commissione Centrale di Valutazione, incaricata di fare in modo che le vaccinazioni coinvolgessero un numero sempre maggiore di sudditi.</p>
<p>L’<strong>articolo 7</strong> è oggi fuori da ogni decenza. Ma allora il sovrano poteva ben permettersi di invitare pubblicamente il clero a pubblicizzare i vaccini nelle omelie e nelle occasioni pubbliche più disparate, ricorrendo persino alla minaccia di ripercussioni divine, in caso di ostinazione a vivere in regime di colpa. Non vaccinare i propri figli avrebbe, insomma, irritato Dio.</p>
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		<title>Il Monarca dei Borboni, la prima nave ad elica d’Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 May 2017 15:17:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[borboni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Regno delle due Sicilie visse grazie ai Borboni un periodo di grande lustro, tecnologie all'avanguardia e soprattutto di enorme imprinting culturale [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se provassimo ad immaginare le navi di un generico passato, tutti visualizzeremmo certamente delle vele. Questo perchè la <strong>navigazione a vela</strong> è legata ad un mondo di storie e racconti leggendari che ha segnato indelebilmente la nostra fantasia. Ma ci fu un breve periodo, tra il 1750 ed il 1850 circa, in cui le navi cominciarono ad andare a vapore, e si muovevano grazie a delle enormi ruote meccaniche.</p>
<p><img decoding="async" class="wp-image-65286 size-full alignnone" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/Il-Monarca.png" alt="" width="100%" /></p>
<p>I primi esperimenti furono americani, e ci misero un po’ ad arrivare in Europa a causa dell’iniziale diffidenza. Una volta rotto il ghiaccio, i primi a cogliere le potenzialità del nuovo mezzo furono inglesi e francesi. Seguirono a ruota i <strong>Borboni</strong>, sempre attenti a studiare la concorrenza, e se possibile, ad anticiparla. Dalle innocue barchette a vapore che risalivano pazientemente i fiumi americani, si passò in Europa immediatamente alle navi da guerra.</p>
<p>Le enormi ruote che permettevano di muoversi in mare, però, rappresentavano in guerra un grosso handicap. La soluzione fu l’elica, il nuovo sistema di propulsione che consentiva al motore di trovarsi sotto la linea di galleggiamento, più sicuro, stabile, e meno esposto. Al solito Inghilterra e Francia, inarrivabili. Ma in <strong>Italia</strong> i Borboni non persero tempo.</p>
<p>Nasce nella seconda metà dell’800 uno di quei primati borbonici che impreziosiscono la storia di Napoli e del Regno delle Due Sicilie: <strong>la prima nave ad elica d’Italia</strong>. Quando però si vada a verificare il nome e le caratteristiche di questa nave, si scopre che potrebbe non essere l’unica a contribuire a quel primato.</p>
<p>La nave in questione è universalmente riconosciuta come <em><strong>Il Monarca</strong></em>. Impostata nel 1845 e varata nel 1850, nasce come una nave da guerra, la più grande mai costruita in Italia, ma senza propulsione a vapore né quindi elica o ruote. Nel 1858 viene predisposta per accogliere le nuove tecnologie, e nel <strong>Regio Cantiere Navale di Castellammare di Stabia</strong> viene quindi fornita di 4 caldaie tubolari collegate ad una motrice da 450 cavalli.</p>
<p>Nel frattempo, però, era stata avviata la costruzione, nello stesso cantiere, della <strong>Borbone</strong>, la prima nave ad elica da guerra, progettata per ottimizzare gli spazi militari e quelli della propulsione a vapore. Era il primo aprile del 1857 quanto la nave fu impostata, il 18 Gennaio 1860 quando fu inaugurata con il classico varo dalle autorità.</p>
<p>Quindi si può affermare che la prima nave a montare un motore ad elica fu <strong>la Monarca</strong>. La prima nave ad essere ideata e costruita col motore a vapore e l’elica, fu <strong>la Borbone</strong>. Il tutto avvenne comunque nel giro di una manciata di mesi, e la concorrenza italiana era talmente indietro che considerando detentrici del primato l’una o l’altra nave, in ogni caso non vi sarebbero navi italiche in grado di interporsi cronologicamente tra le due.</p>
<p>Non solo le due navi solcarono i mari nello stesso periodo, ma si ritrovarono coinvolte spesso nelle medesime vicende. Nel 1860 il <strong>Regno delle Due Sicilie</strong> era prossimo a salutare definitivamente il panorama politico europeo, soppiantato da quell&#8217;Unità d’Italia che tanti consensi raccolse, in special modo intorno ad uno dei suoi protagonisti: <strong>Giuseppe Garibaldi</strong>.</p>
<p>Proprio al Generale fu consegnata il 5 Luglio 1860 una nave borbonica, <strong>la Veloce</strong>, per il tradimento di un comandante borbonico. Con questa piccola nave da guerra Garibaldi seminò il panico in più di una circostanza. La Veloce fu ribattezzata <strong>Tukery</strong>, in memoria di un compatriota scomparso. All&#8217;equipaggio borbonico fu proposta la nuova bandiera o la libertà. Quasi tutti scelsero la seconda. Tempo qualche giorno dopo il furto, e Garibaldi era già per mare sul suo nuovo giocattolo. Rubò due navi mercantili borboniche l’11 Luglio, contribuì in maniera decisiva alla presa di Milazzo il 20 Luglio.</p>
<p>E tentò di rubare con la Tukey un pezzo grosso dell’armata borbonica: la Monarca. Poteva contare sulla complicità del comandante della grande nave da guerra, <strong>Vacca</strong>, il quale la lasciò ormeggiata a <strong>Castellammare</strong>, dove da poco era stata dotata di motore a vapore ed elica. Il piano simil piratesco dei garibaldini andò del tutto a monte per una serie di sfortunate (per loro) coincidenze.</p>
<p>Anche la fuga si rivelò difficoltosa, perchè la Tukery, possedendo un solo cilindro a causa dei danni subiti a <strong>Milazzo</strong>, ci mise ben venti minuti per far manovra ed uscire dal porto. Venti minuti nei quali la Monarca e le postazioni di terra spararono e bombardarono ripetutamente in direzione della Tukery, senza riuscire però a colpirla, frenati dal pericolo di colpire le altre navi ormeggiate.</p>
<p>E la Borbone? L’altra nave dotata di elica venne colpita dai cannoni della Tukery un mese più tardi, e fu costretta a ritirarsi a <strong>Siracusa</strong> per le riparazioni del caso. Il 4 Settembre fece ritorno a <strong>Salerno</strong>. Due giorni dopo, il 6 Settembre, il Monarca, nella figura del suo capitano, si rifiuta di eseguire gli ordini di <strong>Ferdinando II</strong> e non partecipa alla difesa navale durante l’<strong>assedio di Gaeta</strong>, una delle ultime roccaforti borboniche a cedere.</p>
<p>Alla difesa di Gaeta non contribuirà nemmeno la Borbone, perchè il 7 settembre entra ufficialmente a far parte della flotta sabauda, col nuovo nome di <strong>Giuseppe Garibaldi</strong>. Stessa sorte tocca ovviamente anche alla Monarca, già in odore di tradimento, il cui nome sarà <strong>Re Galantuomo</strong>. Le due navi verranno impiegate in diverse operazioni militari, ma nel febbraio del 1861 si ritroveranno entrambe a Gaeta, per piegare la resistenza dei loro ex commilitoni.</p>
<p>Terminate le urgenze belliche, entrambe le navi subiranno dei ridimensionamenti anche massicci che le renderanno funzionali ad altri scopi (traversate oceaniche, nave caserma, nave ospedale, nave scuola), e tra disarmi e riarmi, finiranno per essere demolite, la Monarca nel <strong>1875</strong>, e la Borbone nel <strong>1899</strong>, quando le navi metalliche avranno reso questi gioielli all&#8217;avanguardia, nient’altro che testimonianze di un regno scomparso.</p>
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		<title>Il primato del telegrafo elettrico nel Regno delle Due Sicilie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 May 2017 14:21:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[borboni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con i Borboni il Regno delle Due Sicilie o per meglio dire il Sud ha vissuto un periodo aureo improntato sui primati e tecnologie all'avanguardia [...]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi con internet non ci stupiamo più di nulla. Se pensate alla velocità con cui viaggiano le notizie da un capo all&#8217;altro del mondo, e alla velocità che ci impiegherebbe un essere umano a recapitarle camminando sulle sue gambe, il confronto, va da sé, è impietoso. Eppure un tempo, prima dell’<strong>invenzione del telegrafo</strong>, non c’era alternativa. L’unica maniera per cui qualcuno poteva comunicare con qualcun altro a grandi distanze era montare a cavallo, e sperare che la povera bestia non morisse per strada.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-63482 size-full" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/telegrafo-napoletano.jpg" alt="" width="400" height="285" /></p>
<p>Questa era la velocità, <strong>prima del telegrafo</strong>. Le notizie, soprattutto quelle importanti, che avvenivano tra Stato e Stato, tra un regnante e l’altro, tra un generale ed il suo secondo in grado sull&#8217;altro versante della Nazione, impiegavano settimane ad essere trasmesse. Mesi, se si trattava di comunicazioni intercontinentali. Anni, in caso di naufragi ripetuti delle navi nell&#8217;Oceano Atlantico.</p>
<p>Gli indiani, nell&#8217;ovviare a questi disagi, furono precursori. I loro <strong>segnali di fumo</strong>, quelle che oggi compaiono solo nei cartoni animati, erano in realtà una prima forma di telegrafo, che sfruttava una serie di postazioni utilizzate come veri e propri ripetitori moderni di segnali radio (allora ottici) per recapitare messaggi anche a grandissime distanze.</p>
<p>Ma chi diede un impulso decisivo alla velocità nelle comunicazioni, fu il nostro <strong>Alessandro Volta</strong>. L’invenzione della pila spalancò un mondo fino ad allora inesplorato, circa la possibilità di gestire la corrente elettrica per una quantità smisurata di applicazioni pratiche. Gli effetti, in particolare, dell’interazione tra corrente e magnetismo inaugurarono una stagione di studi sull&#8217;elettromagnetismo che portò ad un’accelerazione inaudita della tecnologia.</p>
<p>Un esempio relativo al mondo delle comunicazioni fu il primo <strong>telegrafo a due aghi di Henley</strong>, che si avvalse degli studi di Oersted e di Ampère sugli aghi che si muovevano sotto l’influsso della corrente elettrica. Una stazione trasmittente produceva corrente, e nella stazione ricevente l’addetto alla lettura dei messaggi prendeva nota delle lettere indicate dall&#8217;ago in movimento.</p>
<p>Fu questo il sistema di telegrafi che ritrovarono già approntato gli austriaci quando, per collegare la propria alla rete telegrafica degli Stati italiani, giunsero nel <strong>Regno delle Due Sicilie</strong> grazie al lavoro della compagnia “<em><strong>Lega Telegrafica Austro – Germanica</strong></em>”. Era il 1852. L’Austria aveva già perfezionato le comunicazioni con il Veneto, la Lombardia, il Piemonte, il Granducato di Toscana, e lo Stato Pontificio.</p>
<p>La situazione che gli austriaci trovarono nel regno di <strong>Ferdinando di Borbone</strong> era surreale. Tutte le città più importanti erano già in grado di comunicare tra loro a lunga distanza, nonostante un territorio inospitale che poneva serissime difficoltà alla creazione dei pali e dei fili per le trasmissioni. Ciò che dovettero modificare fu esclusivamente il codice utilizzato per i messaggi: il <strong>Codice Morse Continentale</strong>.</p>
<p>La sorprendente situazione meridionale era figlia in realtà della lungimiranza del sovrano, il quale, non appena seppe degli <strong>studi di Morse</strong> e dei primi rudimentali esperimenti sul telegrafo, intravide le mille opportunità economiche e militari che questo sistema poteva offrire. In molti furono i detrattori, vuoi per l’impatto paesaggistico dei pali, vuoi per le difficoltà arrecate ad agricoltura e allevamento, vuoi per lo scetticismo dei tradizionalisti, ma ovviamente la volontà del Re ebbe la meglio.</p>
<p>Ferdinando diede mandato al <strong>Corpo Militare di Strade e Ponti</strong> di avviare una ricognizione approfondita sul territorio, e di approntare un’ipotesi realizzativa per la fitta rete di pali e fili di telegrafo che avrebbero collegato tutte le maggiori città delle Province del Regno delle Due Sicilie dotate di ufficio postale e stazioni ferroviarie. Il resoconto fu disarmante: le difficoltà, tra monti, valli, colline, fiumi, mari, sembravano insormontabili, e le eventuali soluzioni, costosissime.</p>
<p>Incredibile a dirsi, ma nel luglio del 1952 Ferdinando era in quel di Gaeta per la cerimonia di inaugurazione del telegrafo elettrico. Giunsero in quell&#8217;occasione messaggi telegrafati dalle altre stazioni attive del Regno. Erano infatti già dotate di telegrafi prodotti dall&#8217;<strong>Officina Generale</strong> la Reggia e le stazioni ferroviarie di Napoli, di Caserta, di Cancello e di Maddaloni.</p>
<p>Ciò che però lasciò l’intera Europa a bocca aperta furono i collegamenti via mare, realizzati un decennio più tardi. Il <strong>Real Opificio di Pietrarsa</strong> sfornò dei cavi adatti a replicare il segnale elettrico del telegrafo anche ad altissime profondità marine. Una sfida tecnologica che vide sconfitti anche gli inglesi, solitamente all&#8217;avanguardia, i quali, anni dopo il telegrafo del Regno delle Due Sicilie, provarono a collocare i loro cavi sotto la Manica, fallendo clamorosamente.</p>
<p>I <strong>cavi sottomarini dei telegrafi borbonici</strong> durarono fino al regime fascista, che li abbandonò per sostituirli con un sistema innovativo. Ma in seguito al fallimento di quest’ultimo anche <strong>Mussolini</strong> si ritrovò costretto ad utilizzare la rete prodotta da Pietrarsa quasi un secolo prima, ancora perfettamente funzionante. C’è chi sostiene che quei cavi potrebbero risultare operativi ancora oggi.</p>
<p>Il segreto di tanta longevità? Non si conosce, ma ci sono alcune documentazioni dell’epoca che testimonierebbero la presenza a <strong>Napoli</strong> di <strong>Samuel Morse</strong> (l’inventore del primo telegrafo elettrico, nonché dell’alfabeto più utilizzato per le trasmissioni di quel tipo). L’inventore statunitense avrebbe potuto collaborare con gli esperti di <strong>Pietrarsa</strong> ad un brevetto segreto.</p>
<p>Ai primi collegamenti telegrafici terrestri tra Napoli, Caserta, Cancello e Maddaloni, ne seguirono molti altri: Capua, Nola, Torre Orlando, Terracina, Avellino, Ariano Irpino, Nola, Sarno, Nocera, Salerno, Lecce, L’Aquila, Pescara, Potenza e Reggio Calabria. Dal 1856 furono inaugurate le tratte sottomarine che collegavano Reggio Calabria, Messina, e Trapani.</p>
<p>A differenza degli altri Stati italiani, il <strong>Regno delle Due Sicilie</strong> mantenne un personale rigorosamente autoctono, altamente qualificato per la gestione e la creazione dei propri impianti telegrafici. Altrove gli austriaci dovettero mandare i loro uomini per colmare le lacune professionali del Veneto, della Lombardia, del Piemonte, e persino della Toscana, che pure aveva visto un primo tentativo rudimentale di telegrafo elettrico, con qualche anno d’anticipo sul Regno delle Due Sicilie.</p>
<p>In anticipo sui tempi, il <strong>Regno Borbonico</strong>, anche riguardo la certificazione dell’identità del mittente. Il problema che assilla anche oggi internet, con le false identità a cui si cerca di porre un limite con trovate come la posta certificata o lo spid, era stato già affrontato e risolto qui al Sud obbligando chi inviava messaggi telegrafici a certificare la propria identità.</p>
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		<title>Luigi Palmieri inventò il primo sismografo elettromagnetico al mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Apr 2017 10:31:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[borboni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Luigi Palmieri fu non solo diretto dell'Osservatorio Vesuviano ma a lui si deve anche l'invenzione del primo sismografo elettromagnetico al mondo [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Poco prima dell’Unità d’Italia il Regno di Napoli e delle Due Sicilie sfornava <strong>primati</strong> come fossero coniglietti di madre prolifica. Come fu possibile questo risultato? Per i <strong>Borbone</strong> essenziale era istruire nuove eccellenze in tutti i campi del sapere. I frutti dell’attenzione al settore scolastico cominciavano a maturare in maniera esponenziale proprio negli anni ‘60 del 1800. Nel 1856, in particolare, un primato prestigioso spetta a <strong>Luigi Palmieri</strong>, inventore del primo sismografo elettromagnetico al mondo.</p>
<p>Dopo aver visto nascere il primo osservatorio meteorologico al mondo, dopo aver realizzato il primo telegrafo elettrico al mondo, dopo aver sperimentato la prima luce elettrica a Capodimonte, <strong>Napoli</strong> si poté quindi fregiare dell’invenzione ennesima: il <strong>sismografo elettromagnetico</strong>, il primo passo verso la comprensione e la prevenzione dei fenomeni incontrollabili legati alle eruzioni vulcaniche.</p>
<p>E questo non poteva essere argomento di secondaria importanza per una città che vive con una gigantesca spada di Damocle già piantata sul collo: è il <strong>Vesuvio</strong>. Questo tremendo e meraviglioso vulcano ha cominciato a far sentire la propria voce 183.00 anni fa, quando esplose per la prima volta sotto la spinta di gas che non riuscivano a trovare una via d’uscita “pacifica”.</p>
<p>Eruzioni celebri seguirono 16.000 anni fa, 8.000, 4.000, e poi la celebre del 79 d.C., che distrusse <strong>Pompei</strong>, <strong>Ercolano,</strong> <strong>Stabia</strong> e <strong>Oplontis</strong>. Un’altra esplosione drammatica avvenne nel 1631, quando la violenza della prima eruzione fece saltare un tappo roccioso di 450 metri d’altezza, tale per cui il Vesuvio alla fine risultò più basso di mezzo chilometro. Diecimila morti fu la tragica conseguenza.</p>
<p>Proprio a partire da quest’ultima esperienza drammatica, si cominciò a sentire l’esigenza di studiare più a fondo il Vesuvio, per provare a prevenirne le improvvise attività dopo lunghissime quiescenze durate anche secoli. Questa istanza di carattere pratico e scientifico, unitamente all&#8217;intento borbonico di primeggiare in campo scientifico, favorirono la nascita dell’<strong>Osservatorio Meteorologico Vesuviano</strong>.</p>
<p>Vedeva la luce nel 1841, a due soli chilometri dal Vesuvio. Veniva inaugurato nel 1845, con un annuncio in pompa magna, nel classico stile di <strong>Ferdinando II di Borbone</strong>, re delle Due Sicilie, nel pieno del settimo <strong>Congresso degli Scienziati Italiani</strong>, organizzato in quell&#8217;occasione proprio nella città di Napoli.</p>
<p>Nel 1847 l’<strong>Osservatorio Vesuviano</strong> è perfettamente operativo, e compie azione di monitoraggio in ordine ai fenomeni eruttivi del Vesuvio, ma anche a fenomeni meteorologici generici, e legati al campo dell’elettromagnetismo terrestre, un settore della scienza che negli ultimi anni destava notevolissimo interesse in ambito internazionale.</p>
<p>Il primo direttore dell’Osservatorio fu <strong>Macedonio Melloni</strong> (famoso per gli studi sugli infrarossi). Gli succedettero personalità di rilievo nel mondo della scienza. Uno fu <strong>Luigi Palmieri</strong>, di cui diremo abbondantemente a breve. Un altro nome illustre fu quel <strong>Mercalli</strong> la cui scala viene ancora oggi utilizzata per stabilire l’intensità dei terremoti.</p>
<p>La direzione di Luigi Palmieri si distinse dalle altre perché, due soli anni dopo il conferimento dell’incarico, Palmieri sfornò un’invenzione che era primizia assoluta nel campo della vulcanologia. Convinto assertore della tesi secondo cui i <strong>terremoti</strong> ed le <strong>eruzioni </strong>sono fenomeni connessi, pensò bene che misurando e monitorando gli uni, avrebbe potuto prevedere gli altri.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-61818 size-full" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/luigi-palmieri-invento-il-primo-sismografo-elettromagnetico-al-mondo.jpg" alt="" width="941" height="630" /></p>
<p>Per <strong>misurare un terremoto</strong>, però, occorreva affidarsi a strumenti più affidabili della sensorialità umana, limitatissima anche rispetto, ad esempio, a quella animale. Occorreva quindi poter registrare quelle piccole scosse (dette strumentali) che agli esseri umani risultano impercettibili, ma che possono rivelare con un certo anticipo fenomeni ben più evidenti.</p>
<p>Il tempismo e l’accuratezza dei dati raccolti in ordine a profondità ed epicentro dei fenomeni sismici, la precisione garantita da uno strumento che utilizzava l’elettricità per la redazione di numeri, cifre, e grafici, consentivano anche di poter meglio organizzare eventuali soccorsi. Un tema, questo, caro a <strong>Luigi Palmieri</strong>.</p>
<p>Lo dimostra il fatto che nel 1857, dopo aver messo a punto il <strong>primo sismografo elettromagnetico</strong>, ne creò una versione portatile, in maniera che potesse essere utilizzato anche nelle contingenze territoriali più disparate. Il <strong>sismografo portatile</strong> fu utilizzato in occasione del sisma che nello stesso anno provocò 12.000 vittime nel <strong>Vallo di Diano</strong>, per gestire la scia sismica seguente.</p>
<p>Altra prova dello spirito umanitario con il quale Luigi Palmieri sosteneva i propri studi, le proprie ricerche, le invenzioni: nel 1872 una colata lavica invase la<strong> collina del Salvatore</strong>, dove si trovava l’Osservatorio Vulcanologico. Palmieri scelse di non fuggire, e di rischiare la vita pur di fornire a Napoli i dati utili per reagire nel migliore dei modi all&#8217;eruzione in corso.</p>
<p>Dell’originale sismografo elettromagnetico sopravvivono due esemplari. Uno si trova nel <strong>museo di Paleontologia dell’Università di Napol</strong>i, l’altro nel <strong>museo dell’Osservatorio Vesuviano</strong>. Lo strumento si componeva di due corpi principali: uno costituiva la struttura costruita intorno ai sensori, l’altro era destinato alla raccolta e alla registrazione dei dati.</p>
<p>Il sensore rilevava i movimenti verticali con molle e quelli orizzontali con pendoli o mercurio. La registrazione dei dati avveniva all&#8217;apertura e alla chiusura dei circuiti sistemati alle estremità di molle e pendoli o mercurio. Elettromagneti facevano inoltre scattare l’orologio che segnava l’inizio dei fenomeni e faceva scorrere il foglio su cui venivano appuntati i dati, con penna rossa (movimenti verticali) e blu (movimenti orizzontali).</p>
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		<title>Il Regno di Napoli come la Germania, la guerra per l&#8217;Unità d&#8217;Italia a colpi di bond</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Apr 2017 11:17:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[borboni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esiste un'altra storia sull'Unità d'Italia, una storia che finora è stata taciuta almeno sui libri di scuola. E' giunto il momento di domandarne la ragione... [...]</p>
<p><a class=" understrap-read-more-link " href="https://www.vocedinapoli.it/2017/04/20/regno-napoli-la-germania-la-guerra-lunita-ditalia-colpi-bond/">Vai all'articolo<span class="screen-reader-text"> from Il Regno di Napoli come la Germania, la guerra per l&#8217;Unità d&#8217;Italia a colpi di bond</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando si parla di <strong>Unità d’Italia</strong>, si reagisce istintivamente in due maniere differenti. O si richiama alla mente quella gloriosa e patriottica annessione tra Nord e Sud, che ha finalmente sanato il frazionamento contro natura degli stati e degli staterelli italiani prima del 1860. O si reagisce da meridionali consapevoli di aver subito ad opera dei <strong>Savoia</strong> un vero e proprio latrocinio. I dati, TUTTI i dati, confermano che l’Unità d’Italia ha arricchito il Nord e immiserito il Sud. Come si è riusciti a far passare quest’operazione come un bene condiviso?</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-61063 size-full" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/il-regno-di-napoli-come-la-germania-la-guerra-per-l-unita-d-italia-a-colpi-di-bond.jpg" alt="" width="634" height="370" /></p>
<p>Con la <strong>propaganda anti-borbonica</strong>. Una spietata, costante, martellante campagna del fango su un regno, quello borbonico, che macinava primati, ricchezza, e innovazione, molto oltre ciò che i sabaudi avrebbero mai sperato di poter ottenere un giorno con le proprie forze. Un esempio di denigrazione internazionale valga per tutti: la storia delle carceri borboniche.</p>
<p><strong>William Ewart Gladstone</strong>, rappresentante del governo inglese, giunge a Napoli nel 1850 per curare una malattia che assillava gli occhi di sua figlia (da Londra a Napoli, per i migliori dottori, sottolineiamolo). In quell&#8217;occasione, neanche minimamente grato alla città i cui luminari consentivano alla figlia di essere curata, cominciò a pontificare sulla situazione carceraria partenopea.</p>
<p>Raccontò di essersi recato in visita ad un recluso inglese, e per descrivere la gestione delle carceri nel <strong>Regno delle Due Sicilie</strong>, usò parole come “<em>deliberata violazione di ogni diritto</em>”, “<em>la negazione di Dio, la sovversione d’ogni idea morale e sociale eretta a sistema di governo</em>”. Parole che urlavano sdegno e riprovazione. Cosa avrà mai visto Sir Gladstone in Naples?</p>
<p>Niente. Assolutamente niente. Il Lord inglese non aveva mai messo piede in un <strong>carcere partenopeo</strong>, come per sua stessa ammissione confessò candidamente molti anni dopo le sue dichiarazioni mendaci. E allora perchè mai screditare in maniera così spudoratamente falsa il sistema carcerario di un regno anziché cogliere l’occasione per star zitti?</p>
<p>Se è vero che gli interessi inglesi non consistevano propriamente nell&#8217;appropriarsi delle <strong>ricchezze borboniche</strong>, come fecero i Savoia con l’Unità d’Italia, è altrettanto vero che il mercato globale era pesantemente condizionato dalla concorrenza borbonica, specie nel campo dello zolfo e dei traffici nel Mediterraneo.</p>
<p>Attaccare il <strong>sistema carcerario</strong> di uno stato, bollandolo come la negazione della civiltà, significa creare nell&#8217;immaginario globale di chi con quello stato è in affari un’impressione di inaffidabilità, un senso di repulsione morale tale da inficiare relazioni commerciali basate si, sul reciproco interesse, ma anche e soprattutto sulla reciproca fiducia. Se quella fiducia veniva meno, venivano meno anche i traffici.</p>
<p>Questo si nascondeva dietro la bugia di Sir Gladstone. Questo si nascondeva dietro le bugie degli inglesi. Questo e molto, moltissimo altro, si nascondeva dietro le bugie sabaude, che cominciarono a circolare in Italia qualche anno prima che l’Italia stessa nascesse, nel tentativo di smuovere tutte le <strong>coscienze </strong><b>anti-borboniche</b>, e quelle che ancora anti-borboniche non erano.</p>
<p>Per curiosità, andiamo a controllare la reale situazione delle <strong>carceri borboniche</strong> mentre in Europa si spargeva l’eco delle parole di Gladstone. Nel 1841 i sovrani borbonici si interrogavano circa la differenza tra “<em>case di custodia e carceri di pena</em>”. Si voleva insomma provare a superare il concetto di gattabuia, delle segrete, delle prigioni.</p>
<p>Le differenze di censo esistevano, unitamente ad altre differenze studiate però per il <strong>beneficio dei carcerati</strong>. Non potevano coesistere nella stessa cella persona di sesso differente, per evitare abusi o promiscuità; non potevano coesistere nella stessa cella uomini adulti e ragazzini, donne e fanciulle.</p>
<p>Erano inoltre previste attività che preservassero i carcerati dall&#8217;ozio e dalla noia, e ripagassero parzialmente le spese sostenute per mantenerli decorosamente in vita. Attività scelte secondo le inclinazioni e le attitudini di ognuno. Non di secondaria importanza era l’istruzione nei mestieri, nelle scienze, nella lettura. A metà del 1800, insomma, le <strong>carceri borboniche</strong> sperimentavano già la cosiddetta riabilitazione.</p>
<p>Chi ci garantisce, però, che i documenti ufficiali borbonici, da cui è tratto ciò che sinora abbiamo scritto, fossero rispondenti al vero? Un dato valga su tutti. Nel 1841, proprio nell&#8217;anno in cui i borboni annunciavano le nuove idee nella gestione delle carceri, il <strong>principe di Svezia e Norvegia</strong> si reca in visita in alcune carceri napoletane, ed annuncia ufficialmente la volontà di ispirarsi al sistema penitenziario partenopeo. Nessuno sembra palesò indignazione.</p>
<p>E allora si è davvero legittimati a parlare di propaganda anti-borbonica. Il <strong>Regno delle Due Sicilie</strong> era invece ricco e innovativo. E probabilmente la seconda qualificazione contribuiva in maniera decisiva alla prima. Siderurgia, marina, ferrovia, illuminazione, medicina, scienze, astronomia, tutti campi strategici in cui i Borboni non avevano rivali in Italia, e risultavano fortemente concorrenziali in ambito internazionale.</p>
<p>Vi ricorda qualcosa la parola “<em>tasse</em>”? Il problema che l’Italia si porta dietro da decenni, il fardello che ogni italiano acquista gratis dal momento della nascita in poi, durante il <strong>Regno dei Borboni</strong> era invece un felice primato al ribasso. La leggendaria Inghilterra, col suo essere sempre una spanna davanti agli altri, dovette arrendersi al fatto che i Borbone chiedevano ai loro cittadini il 30% in meno di quanto la corona inglese chiedesse ai propri.</p>
<p>Se si acquistavano titoli di stato borbonici, beh, le cose andavano leggermente meglio che ora. Quei titoli erano in assoluto i più redditizi di tutta Europa: sicuri, stabili, proficui. I <strong>bond del Regno Borbonico</strong> pagavano i tassi più bassi, di conseguenza lo spread, che indicava già da allora la capacità statale di restituire i prestiti, era ben diverso da quello dell’Italia di oggi.</p>
<p>Altra parola che oggi va molto di moda: debito pubblico. Negli anni 1820-1821<strong> Ferdinando Borbone</strong> si ritrovò in una situazione economica deficitaria, tanto che il debito pubblicò aumentò vertiginosamente. La cosa richiedeva un rapido intervento, per fare in modo che potesse rimanere sotto controllo.</p>
<p>Il sovrano avviò una <strong>stagione di riform</strong>e durata tre anni, e basata su due cardini principali: diminuzione delle tasse, opere pubbliche (compresi i lavori per creare strade in un territorio difficilissimo da domare, a causa degli Appennini da un lato, e della conformazione montuosa siciliana dall’altro ). Risultato: economia in attivo e disoccupazione al minimo storico.</p>
<p>Altro termine di cui si riempiono la bocca i politici di oggi, quando devono scaricare le loro responsabilità su chi li ha preceduti: il PIL. Il <strong>Prodotto Interno Lordo</strong> di uno Stato è la traduzione in cifre di quanto uno stato produce in termini di beni e servizi. Sapete di chi era il PIL più alto in Europa, al tempo dei Borboni? Dei Borboni.</p>
<p>Tutto porta a pensare che il regno borbonico di allora era in Europa ciò che oggi è la Germania. Economicamente un colosso. A questo si aggiungano altri dati ancora. I <strong>beni demaniali</strong> erano giganteschi. Se gli altri stati italiano avessero unito i propri, non sarebbero mai arrivati a coprire le superfici statali presenti tra Napoli e Sicilia.</p>
<p>Cosa successe con l’<strong>Unità d’Italia</strong>? Al momento della fondazione il patrimonio italiano corrispondeva a circa 670 milioni. La quantità di ricchezze portata dal Mezzogiorno era di quasi 450 milioni. Il contributo del glorioso Piemonte alla ricchezza italiana? 27 milioni. Commovente. La Lombardia? 8 milioni. Incommentabile.</p>
<p>Questa la situazione nel 1860. Dopo l’Unità d’Italia, guardate come cambiano le cose. Il <strong>Mezzogiorno</strong> produce ricchezza per un totale di 131 milioni (l’anno prima erano 450). Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna, da un totale di 80 milioni circa nel 1860 (di cui 50 solo dalla Romagna) passano misteriosamente alla ragguardevole cifra di 302. Dall&#8217;Unità d’Italia ad oggi, la situazione di nord e sud è conseguenza diretta di un affare economico, tutt&#8217;altro che patriottico.</p>
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		<title>Michele De Jorio e il primo codice della navigazione del mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Apr 2017 10:47:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[borboni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con i Borboni Napoli arrivò ad eguagliare e talvolta a superare molte capitali europee. Un esempio esemplare fu il codice marittimo redatto da Michele De Jorio per il Regno di Napoli [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se si è sentito anche solo parlare dell’innumerevole serie di primati che i Borbone sono stati capaci di ottenere nel corso del loro lungo regno, quasi non stupisce che il <strong>primo codice della navigazione</strong>, redatto in forma sistematica, fu realizzato grazie alla volontà di <strong>Ferdinando IV</strong>, e alla competenza della persona cui fu affidato il delicato incarico: Michele de Jorio. Non si tratta del vezzo di un sovrano in vena di record, ma di un primo serio tentativo di dare una regolamentazione ad un’attività che interessava fortemente i Borbone sia sul piano economico che su quello militare.</p>
<p><img decoding="async" class="wp-image-60146 size-full alignnone" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/michele-de-jorio-e-il-primo-codice-della-navigazione-del-mondo.jpg" alt="" width="100%" /></p>
<p>I numeri parlano chiaro. La flotta che potevano vantare i <strong>Borbone</strong> costituiva i ⅘ delle navi italiane. In campo internazionale era quarta, e contava 9800 bastimenti, di cui più di cento erano a vapore. Quaranta cantieri navali, venticinque compagnie di trasporto, trattati commerciali con i principali paesi europei. E non sfuggano l’importanza dei citati cantieri navali e della produzione di navi a vapore, che meritano approfondimento.</p>
<p>Fu nel <strong>Regno delle Due Sicilie</strong>, infatti, che fu costruita la prima nave a vapore. E diversamente dai concorrenti che ne seguirono l’esempio, i progettisti borbonici riuscirono a fare in modo che potesse navigare in mare aperto, anziché limitarsi a brevi tratte interne ai porti. Era il 1818 quando la <strong>Ferdinando I</strong> solcò i mari per la prima volta, anticipando l’Inghilterra di ben quattro anni. La stessa Inghilterra che da decenni dettava i tempi dello sviluppo tecnologico a tutto il mondo.</p>
<p>Il cantiere di <strong>Castellammare di Stabia</strong>, poi, rasentava la leggenda. In Italia non c’era potenza storica navale che potesse competere con i numeri del cantiere borbonico. Lì si costruivano le basi della flotta mercantile e militare dei sovrani grazie a macchinari all&#8217;avanguardia e ad una mano d’opera professionale, qualificata, e soprattutto numerosissima. I registri parlano di 1800 operai.</p>
<p>L’attenzione che i Borbone riservarono alla marina fu assoluto fin da <strong>Carlo III</strong>. Tutti i sovrani suoi eredi considerarono strategico quel settore, e ne curarono lo sviluppo. Mancava però il fronte legislativo, del quale si occupò <strong>Michele de Jorio</strong>. Nato a Procida nel 1738, De Jorio si dimostrò fin da subito propenso ad accumulare una serie disparata di saperi che fecero ben presto di lui un uomo di cultura eclettico ed apprezzato.</p>
<p>La sua professione era l’avvocatura, ma prima di dedicarvisici, pubblicò una Storia dei Regni di Napoli e Sicilia che suscitò plausi e riconoscimenti in tutta Italia. Altra occupazione del tutto estranea alla sua attività fu la redazione di una <strong>Storia del Commercio e della Navigazione</strong>, scritta intorno al 1770, che non riuscì ad ultimare perchè venne chiamato ad insegnare nell&#8217;Accademia di Scienze e Belle Lettere.</p>
<p>Anche in questo caso, una nuova sfida lo attendeva dietro l’angolo. All&#8217;ammiraglio e Ministro <strong>John Francis Edward Acton</strong>, uomo di fiducia di Ferdinando IV, non sfuggì la competenza acquisita da Michele De Jorio durante i suoi studi per la pubblicazione della Storia del Commercio e della Navigazione. Pertanto si decise di impiegare le sue doti di saggista, le sue conoscenze professionali, ed i suoi interessi nell&#8217;ambito della marina, per la redazione del primo Codice della Navigazione al mondo.</p>
<p>E proprio al mondo era rivolta un’opera che, nient’affatto autoreferenziale, intendeva proporsi con vasto respiro internazionale, tale da candidarsi a punto di riferimento per i contemporanei europei, e materia di studio e riflessione per tutte le legislazioni marittime che al cosiddetto “<em><strong>Codice Ferdinando</strong></em>” avrebbero fatto seguito. L’opera risultò mastodontica, e costò a Michele De Jorio due anni della sua vita.</p>
<p>Non sempre l’impianto e le teorie del suo <strong>codice navale</strong> risultavano netti, a causa dell’eterogeneità dei suoi interessi, a cui De Jorio dimostrava di tenere in egual misura. Sosteneva ad esempio la supremazia dei prodotti della terra se il discorso verteva sull&#8217;agricoltura, e si dimostrava al contempo fervido mercantilista quando affrontava la questione dei commerci.</p>
<p>Riguardo questi ultimi rivelava chiaramente la sua propensione al liberismo, finchè non parlava di protezionismo, strategia che lo convinceva parimenti. L’apparente contraddizione si spiega in virtù del relativismo con cui analizzava contesti e situazioni pregresse, attribuendo alla contingenza della situazione storica ed economica di un popolo un’importanza decisiva nell’elaborazione delle giuste soluzioni commerciali.</p>
<p>Lo stesso relativismo dell’impianto pratico veniva contrastato nei suoi scritti da una profonda passione per la sistematicità delle teorie legislative. Credeva infatti nella funzione della legge quale elemento d’ordine nel marasma delle combinazioni possibili tra economia, commercio, storia, e attitudini dei popoli.</p>
<p>Il Codice della Navigazione di De Jorio non fu mai ultimato, a causa degli sconvolgimenti politici che videro i francesi subentrare ai Borbone nel governo del Regno di Napoli. Oltretutto, tale Domenico Alberto Azuni, incaricato da Napoleone di redigere un codice del commercio, attinse a piene mani dall’opera di De Jorio, appropriandosi delle sue teorie, e proponendole come fossero proprie.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.vocedinapoli.it/2017/04/14/michele-de-jorio-primo-codice-della-navigazione-del-mondo/">Michele De Jorio e il primo codice della navigazione del mondo</a> proviene da <a href="https://www.vocedinapoli.it">Voce di Napoli</a>.</p>
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		<item>
		<title>Il Cimitero delle 366 Fosse, il primo cimitero italiano per poveri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Apr 2017 09:18:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[borboni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con i Borboni Napoli visse un periodo aureo tanto che tra i vari primati attribuibili alla casata spagnola esiste quello per il primo cimitero italiano costruito per le classi meno abbienti [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Al di sotto della collina sulla quale i regnanti facevano edificare le proprie residenze estive, <strong>Poggio Reale</strong>, una enorme palude infestava la zona orientale della città di Napoli. Oggi di quella palude non vi è più traccia. In suo luogo sorge il <strong>Centro Direzionale</strong>, edificato proprio su quei putridi terreni, portatori spesso e volentieri di malattie ed epidemie di ogni tipo. Lì nei pressi fu realizzato il <strong>Cimitero delle 366 Fosse</strong>.</p>
<p>Sotto la collina che ospitò per secoli la Chiesa ed il <strong>Cimitero di Santa Maria del Pianto</strong>, all&#8217;interno del quale trovarono sepoltura gli appestati morti nell&#8217;<strong>epidemia del 1656</strong>, in un territorio utilizzato anticamente dai greci per una florida attività di estrazione del tufo, vide la luce il primo, serio, tentativo di razionalizzare la gestione dei cadaveri della città. Riconoscono questo primato anche alcune cronache risalenti ai primi anni dell’Unità d’Italia.</p>
<p>Così recitava l’editto reale con il quale si annunciavano gli inizi dei lavori il 4 Settembre del 1762: “<em>Si dà principo alla costruzione di un camposanto in Napoli da contenere 366 fosse, una per giorno, in sovralunghezza di 238 piedi e di larghezza 254. Serve per uso degli ospedali, delle carceri, e dei poveri</em>”. Un’idea, quella di seppellire i morti al di fuori delle mura della città, che anticipava di ben 42 anni il più famoso <strong>Editto Napoleonico di Saint-Cloud</strong> (1804).</p>
<p>E non solo. Assolutamente innovativa l’attenzione illuministica del re per le classi più disagiate, il tentativo di restringere la disparità di trattamento dei morti che volevano i nobili sepolti all’interno di chiese o monumenti, e i poveri gettati dove capitava. Questo progetto rappresentava l’ideale prosecuzione di una linea programmatica già palese con il <strong>Real Albergo dei Poveri</strong>, del quale il Cimitero delle 366 Fosse condivideva anche l’orientamento e le proporzioni.</p>
<p>Due anni dopo l’annuncio e la stesura del progetto da parte di <strong>Ferdinando Fuga</strong>, il Cimitero era pronto per metà. Era il 1764, e quell&#8217;idea si ritrovò improvvisamente soluzione di un’urgenza. <strong>Napoli</strong>, in quell&#8217;anno, era letteralmente sommersa di morti. La carestia prima, l’epidemia di febbri putride poi, provocarono 40000 morti. La maggior parte dei contadini confluiti in città nella ricerca di cibo e sostentamento, in seguito alla grave penuria dei raccolti, andarono ad accrescere la media dei morti giornalieri, fino al numero di 175 al giorno.</p>
<p>Di fronte a questa emergenza, due scuole di pensiero proponevano al re soluzioni opposte. La prima, facente capo alla <strong>Commissione Regia</strong>, proponeva di aggiungere nuove fosse comuni, individuando in particolare due zone della città nelle quali si sarebbero potute scavare due enormi voragini deputate all&#8217;accoglimento dei cadaveri.</p>
<p>Dall&#8217;altro lato c’era <strong>Ferdinando Fuga</strong>, il quale proponeva una soluzione ai tempi assolutamente inedita, i morti fuori dalla città, e le sepolture organizzate quotidianamente attraverso un sistema razionale che al contempo accontentava i morti (concedendo una collocazione post-mortem degna di un essere umano), e i vivi (allontanando pericolosi focolai di epidemia e contagio).</p>
<p>La spuntò infine <strong>Ferdinando Fuga</strong>, grazie alla stima e alla fiducia incondizionata che il re gli tributava. <em>“Vuole il re che si segua il dettame dell’architetto Fuga, qual assicura che sono già sufficienti quelle che si trovano già posizionate nel detto campo santo, al numero di 200, e capace ognuna di più di centinaia di cadaveri, senza che vi sia la necessità di formarsi le ventilate due fosse nuove</em>”.</p>
<p>Si parla di 200 fosse, perchè al tempo i lavori non erano stati ancora ultimati. Ma il progetto finale era di più ampio respiro. Internamente agli edifici che facevano da cornice al cimitero vero e proprio, l’architetto Fuga progettò una piazza quadrata, la cui pavimentazione consisteva in conci rettangolari di <strong>piperno</strong>, disposti diagonalmente.</p>
<p>All&#8217;interno di questo reticolo estetico trovavano posto 360 botole, disposte in file da 19&#215;19. Se avete già provveduto a verificare la moltiplicazione, vi sarete resi conto che 19 x 19 fa 361. Ma al posto di quella botola mancante, sistemato al centro della piazza quadrata, vi era un alto lampione che illuminava l’intero <strong>Cimitero</strong>.</p>
<p>Ogni botola misura 80 centimetri per 80. In bassorilievo è scolpito un numero, internamente ad un cerchio. Quel numero indica il relativo giorno dell’anno. La <strong>numerazione delle botole</strong> procede in senso bustrofedico. Se ad esempio la prima fila di botole, dalla prima alla diciannovesima, procede da sinistra verso destra, la botola numero 20 si troverà al di sotto della 19, e sarà la prima della seconda fila di botole, numerate stavolta da destra verso sinistra.</p>
<p>Il numero di 360 non copre comunque i 365 giorni dell’anno. Le rimanenti sei botole (e non cinque, perchè vengono contemplati anche gli anni bisestili) si trovano all&#8217;interno degli <strong>edifici perimetrali</strong>, al coperto anziché a cielo aperto come le rimanenti 360. All&#8217;interno di ogni botola, 8 metri sotto la superficie, si apre una voragine cubica di 4.20 metri per lato.</p>
<p>Il sistema del <strong>Cimitero delle 366 Fosse</strong> era dunque semplice ed intuitivo. Se oggi è, ad esempio, il 245° giorno dell’anno, tutti i cittadini morti in questo giorno verranno seppelliti nella botola n° 245. I morti di domani verranno seppelliti nella botola n° 246. E così via. Se considerate che la media dei morti giornalieri era di 175, vi rendete conto della capienza reale di ognuna di quelle 366 botole, a prescindere dalle misurazioni sopra esposte.</p>
<p>Fino al 1875 i cadaveri venivano letteralmente lanciati all&#8217;interno delle botole. Ma si racconta che in quell&#8217;anno morì la figlia di una nobildonna inglese, la quale, inorridita all&#8217;idea che la sua piccola bambina potesse essere gettata come un sacco di carne all&#8217;interno della sua tomba, comprò un <strong>argano in ferro</strong>, e lo lasciò al cimitero, in modo che sua figlia ed i successivi morti venissero adagiati, con premura, nella loro dimora eterna. Quell&#8217;argano è ancora oggi visibile nel Cimitero delle 366 Fosse, in stato di avanzato arrugginimento.</p>
<p>La bontà del progetto di Fuga si manifesta, oltre che nelle intenzioni, nei numeri. Si parla di 700.000 corpi ospitati, ma la stima reale potrebbe superare il milione. Numeri creati nell&#8217;arco di soli 130 anni di onorata carriera, visto che il <strong>Cimitero delle 366 Fosse</strong> fu chiuso definitivamente nel 1890, e fondato, lo ricordiamo, nel 1764.</p>
<p>Nonostante l’evidente utilità per la salute pubblica, i nobili dell’epoca continuarono a chiedere insistentemente la<strong> chiusura di quel cimitero</strong>, che tanto pericolosamente avvicinava il confine del diritto dei poveri a quello dei privilegi dei ricchi. Le loro proteste rimasero fortunatamente inascoltate, altrimenti quel milione di morti avrebbe dovuto dividere il posto con altrettanti cadaverici colleghi di malasorte.</p>
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