Antonio Natale, lo show della vergogna e quelle foto date in pasto alla folla

Apprezziamo tantissimo il lavoro che il collega Pino Grazioli sta svolgendo in merito al tragico caso di Antonio Natale. Il giornalista è sempre, fisicamente e mentalmente, in prima linea nello svolgere la sua professione. Molto attivo sul territorio, Grazioli trova notizie spesso incurante dei pericoli che potrebbe affrontare.

Tuttavia, l’ultimo show avuto luogo sui social e che lo ha visto protagonista, non ci è piaciuto. Può andare benissimo il collaborare con le forze dell’ordine, fornire elementi utili alle loro indagini, ascoltare e parlare con persone che potrebbero avere importanti novità sulla vicenda. In fondo questo è il metodo: si tratta di dinamiche che fanno parte del lavoro di giornalista.

Ma quanto ha giovato a tutto questo l’aver reso pubblico i volti di persone coinvolte, in modo certo o presunto, nel brutale assassinio del 22enne? Assolutamente a nulla. Soprattutto se non dovessero esserci prove o se le donne e gli uomini tirati in ballo non risulterebbero neanche indagati. Grazioli avrebbe potuto recarsi in Procura e denunciare all’autorità giudiziaria quanto ‘sputtanato’ su Facebook.

Le foto dei presunti assassini di Antonio Natale

Invece è stato vittima e carnefice di quello che possiamo definire come giornalismospettacolo. Quest’ultimo, poco può avere a che fare con la voglia di scoprire la verità. È solo una forma di estremismo che sta fomentando un clima di per se già teso e difficile. Un contesto volto all’ottenere vendetta invece che giustizia.

Quanto il dolore di una madre che ha perso un figlio può diminuire nel guardare quelle facce? E gli inquirenti? Come hanno reagito quando all’improvviso sono stati resi noti i volti di persone probabilmente già messe sotto la lente di ingrandimento delle forze dell’ordine?

È infine, cosa possiamo pensare e che idea abbiamo trasmesso in merito alla deontologia professionale dei giornalisti? Categoria sempre al centro delle polemiche, i cui esponenti lavorano in condizioni precarie e alle prese con dei nuovi mezzi di comunicazione rispetto ai quali si fa fatica ad adeguarsi. Dall’Ordine nessun cenno? Quindi, come spesso è già accaduto, tutto è concesso quando si lavora?

Sono domande che non hanno la presunzione di entrare nel merito del lavoro svolto da un collega e nemmeno nella vicenda personale di una famiglia. Ma potrebbero diventare uno spunto di riflessione per l’intera categoria professionale. Sempre se, prima o poi, arriveranno delle risposte.

redazione

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