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	<title>religione Archivi - Voce di Napoli</title>
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	<description>&#200; il giornale on line della citt&#224; partenopea: informazione a 360&#176;, cronaca che copre tutti i quartieri della citt&#224;; tradizione, leggende ed eventi.</description>
	<lastBuildDate>Mon, 21 Nov 2022 18:23:36 +0000</lastBuildDate>
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	<title>religione Archivi - Voce di Napoli</title>
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		<title>“Va’ a vasà ‘o pesce ‘e San Rafèle”, la storia dell&#8217;usanza napoletana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Jun 2017 10:13:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[religione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Napoli sacro e profano spesso vanno a braccetto dando vita ad usanze la cui storia nasconde intrecci a dir poco inaspettati [...]</p>
<p><a class=" understrap-read-more-link " href="https://www.vocedinapoli.it/2017/06/08/va-vasa-pesce-san-rafele-la-storia-dellusanza-napoletana/">Vai all'articolo<span class="screen-reader-text"> from “Va’ a vasà ‘o pesce ‘e San Rafèle”, la storia dell&#8217;usanza napoletana</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Come può la tenera storia di due amanti, passare per la <strong>Chiesa di San Raffaele</strong> nel quartiere <strong>Materdei di Napoli</strong>, farsi benedire da un enorme fallo priapico invisibile agli occhi, ed essere riassunta nelle poche parole di un castissimo detto: “V<em>a’ a vasa’ ‘o pesce ‘e San Rafele</em>”? Che domande. Può, perchè si è a Napoli, la città dove tutto è trasparente e niente è come sembra, la città in cui per ingraziarsi la benevolenza di un arcangelo, ci si deve dimenticare che lo è.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-68995 size-full" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/statua-di-san-raffaele.jpg" alt="" width="875" height="600" /></p>
<p>Tobia non si dimenticò di lui. Non sapeva proprio fosse un arcangelo. La storia che sta dietro il detto del pesce di San Raffaele è la sua storia, la storia di Tobia, raccontata nel <strong>Libro di Tobia</strong>, che troverete in qualsiasi Bibbia a cui non manchino proprio quelle pagine. In questo libro si narra del lungo viaggio di Tobia, figlio di Tobi, intrapreso per volontà del padre allo scopo di recuperare del denaro.</p>
<p>Si offre di accompagnarlo uno sconosciuto, che dice di conoscere bene le strade che conducevano in <strong>Ecbatana</strong>, dal fratello di Tobia, <strong>Raguele</strong>. Nessuno poteva sapere in quel momento che quello sconosciuto era l’<strong>Arcangelo Raffaele</strong>, che in Ecbatana Tobia avrebbe incontrato sua cugina <strong>Sara</strong>, figlia di Raguele, e che l’avrebbe sposata. Nessuno a quel punto poteva sapere nemmeno del grande pesce.</p>
<p>Tobia e Raffaele si mettono in viaggio. Ad un certo punto Tobia sente l’esigenza di dare refrigerio ai propri piedi, e mentre se li lava tranquillamente sulle rive del <strong>Tigri</strong>, viene assalito da un pesce gigantesco, che gli azzanna i piedi a mo di tenaglia. Non fa in tempo ad urlare per il dolore, che il compagno di viaggio, anziché aiutare Tobia, lo invita a prendere quel pesce, sventrarlo, ed estrarne fiele, cuore e fegato.</p>
<p>Stupefatto da tanta crudeltà, Tobia esegue senza fiatare. Poi, a mente fresca, chiede a Raffaele il perchè di quelle estrazioni. Se ne potevano ricavare utili unguenti medici. Questa la lapalissiana risposta di <strong>Raffaele</strong>. I due proseguono il viaggio e giungono incolumi a casa di Raguele. Lì Raffaele, che ricordiamo non si manifestava con ali e aureola, ma come semplice sconosciuto, riferisce a Tobia che avrebbe dovuto sposare la figlia di Raguele, Sara, sua cugina.</p>
<p>Anche in questo caso, Tobia acconsente. Raffaele gli spiega anche che non sarà necessario implorare Raguele di concedergli la mano della figlia, perchè spetta a <strong>Tobia</strong> di diritto (la parentela al tempo aveva di questi “vantaggi”). Lo informa altresì che c’era quel piccolo inconveniente.. “<em>Quale?</em>”. I precedenti sette mariti di Sara sono tutti morti atrocemente durante la prima notte di nozze.</p>
<p>Tobia si fida ciecamente dello sconosciuto anche quando gli vien spiegato che quelle morti avvenivano a causa di un <strong>demone</strong> che si era impossessato di Sara, e che a lei non faceva alcun male. Faceva male ai suoi mariti. Ma niente paura. Tobia aveva il fegato e il cuore del pesce. Quindi il demone se la sarebbe data a gambe levate, non appena avesse odorato quel puzzo nauseabondo.</p>
<p>Tobia si fida ciecamente, ottiene in sposa Sara, e per rendere straordinaria quella prima notte di nozze, mette sulla brace il cuore e il fegato del grande pesce, il cui olezzo invade immediatamente la stanza, mettendo effettivamente in fuga il demone. La mattina seguente <strong>Raguele</strong>, felicissimo che l’ottavo marito fosse sopravvissuto a Sara, gli affida metà del suo patrimonio e lo tiene ospite per quindici giorni.</p>
<p>Raffaele svelerà la sua identità solo più tardi, quando tornato da <strong>Tobi</strong>, padre di Tobia, consiglia a quest’ultimo di usare il fiele del grande pesce per guarire la cecità di suo padre. Tutti ricchi, felici, e contenti, insomma. E’ per questa ragione che <strong>San Raffaele Arcangelo</strong> è rivestito del ruolo di <strong>protettore dei fidanzati</strong>, <strong>degli sposi</strong>, e <strong>dell’amore</strong> in generale.</p>
<p>Il <strong>San Raffaele</strong> che troneggia a <strong>Napoli</strong>, all&#8217;interno di una teca nella chiesa del 1759 a lui consacrata, fa di più. Nella convinzione dei napoletani, da sempre quella statua è in grado di aiutare i fidanzati e gli sposi a completare la famiglia con un figlio. In altre parole, quel San Raffaele Arcangelo è in grado di concedere fertilità alle coppie che ritengono di avere dei problemi a procreare.</p>
<p>Siamo alle solite. <strong>Priapo</strong> si è infilato in una situazione che non gli competeva, anche in questo caso. Accade spesso a Napoli che i simboli della religione e quelli dei più antichi retaggi pagani si incontrino in intersezioni improbabili e sacrileghe. E così l’Arcangelo protettore dell’amore, finisce per diventare l’Arcangelo dispensatore di fertilità.</p>
<p>Ma se vogliamo essere più specifici, andremo incontro al dettaglio più succoso. L’antico rito in grado di donare fertilità alle coppie innamorate prevede non una semplice invocazione, o una piccola preghiera. Il rito prevede che la donna baci il grande pesce che è ai piedi della statua di San Raffaele. Il grande pesce della storia di Tobia, diventa nel folklore napoletano, il <strong>pesce di San Raffaele Arcangelo</strong>.</p>
<p>Se qualcuno non avesse capito nulla di questa storia, sveliamo l’arcano. A Napoli il pesce è sinonimo di fallo. Del tutto inutile spiegare quindi il doppio senso che sta dietro l’espressione “<em>Va’ a vasa’ ‘o pesce ‘e San Rafele</em>”. Quando la moglie del primo re d’Italia,<strong> Vittorio Emanuele II</strong>, si sentì consigliare qualcosa del genere, torinisticamente inorridì. Ma poi, un bacio scoccato ad una statua, discreto e furtivo, ed ecco la discendenza Savoia, sfornata. Almeno così assicura siano andate le cose <strong>Roberto de Simone</strong>, in una sua nota canzone.</p>
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		<title>Le peccatrici di Sant&#8217;Arcangelo a Baiano</title>
		<link>https://www.vocedinapoli.it/2017/04/10/le-peccatrici-santarcangelo-baiano/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Apr 2017 14:01:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[religione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella Chiesa di Sant'Arcangelo a Baiano, a Forcella, in una delle zone più rappresentative di Napoli si susseguirono eventi di amore e morte che ebbero come protagoniste le suore [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>All&#8217;inizio della strada di <strong>Forcella</strong>, in una delle zone più rappresentative di Napoli, sorgeva un tempio risalente ai romani e dedicato ad <strong>Ercole</strong>. Vicino al tempio, delle terme. Si dice queste terme utilizzassero un’acqua sorgiva particolare. Magica, per farla breve. Il suo potere era quello di concedere la fertilità a chi pensava di non averne. Che sia stata la presenza occulta di quest’acqua a scatenare fatti di sesso e sangue nella <strong>Chiesa di Sant&#8217;Arcangelo a Baiano</strong>, questo non lo sanno nemmeno le suore che ne furono protagoniste.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-59364 size-full" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/le-peccatrici-di-sant-arcangelo-a-baiano.jpg" alt="" width="736" height="400" /></p>
<p>Si, suore. Perché sulle spoglie di quel tempio di Ercole, nel corso dei secoli si sono succedute diverse costruzioni. La prima fu quella dei <strong>monaci basiliani</strong>, un monastero eretto nel VI secolo. Nel 13° secolo <strong>Carlo I d’Angiò</strong> ordina una massiccia opera di restaurazione della chiesa, che rinasce a nuova vita. Il monastero annesso passa in gestione alle <strong>benedettine</strong> e diventa un convento prestigioso per giovani aristocratiche.</p>
<p>Era consuetudine, all&#8217;epoca, da parte delle ricche famiglie di <strong>Napoli</strong>, mandare in convento le figlie femmine che per varie ragioni non conveniva maritare. Una consuetudine atroce, se si considera che si espiantavano dai propri sogni giovani donne nel fiore degli anni, private di colpo del proprio futuro e condannate a trascorrere la loro sola esistenza chiuse in posti ben diversi da ciò che la loro nobile condizione di nascita le aveva abituate a frequentare.</p>
<p>Trapiantate nella nuova situazione claustrale, queste giovani rampolle non sempre si arrendevano al proprio destino. Accadeva di frequente che tentassero in ogni maniera di proseguire quella vita che era stata loro negata, fatta di incontri amorosi, sogni, avventure, abbandoni, piaceri. Il tutto clandestinamente, all&#8217;interno di <strong>istituzioni religiose</strong> che prevedevano per loro tutt&#8217;altre occupazioni.</p>
<p>Nel convento annesso alla chiesa di Sant’Arcangelo a Baiano, nel 1540 si ritrovarono radunate 18 nobili e giovani suore che diedero vita alle vicende più scandalose che siano mai mai emerse da un convento. Tutto cominciò a causa dell’invidia di una suora, <strong>Eufrasia d’Alessandro</strong>, per due sue consorelle: <strong>Giulia Caracciolo</strong> e <strong>Agnese Arcamone</strong>. Le due erano legate da profonda amicizia, e dotate l’una di impareggiabile bellezza, l’altra di un’affabilità fuori dal comune.</p>
<p>Eufrasia decise di rompere l’idillio riferendo alla Badessa (<strong>Costanza Mastrogiudice</strong>) che tra le due amiche intercorreva qualcosa più della semplice amicizia. La Badessa, incautamente, avvisò la potente <strong>famiglia Caracciolo</strong> delle preferenze sessuali non proprio ortodosse di Giulia. I Caracciolo liquidarono l’accusa con fastidio, accusando la Badessa di aver perso il lume della ragione a causa dell’età avanzata.</p>
<p>Giulia Caracciolo, però, non fu così tollerante, e venuta a sapere dell’accusa di Eufrasia, decise di vendicarsi. Avvicinò <strong>Orsoletta</strong>, la serva di Eufrasia, per carpire eventuali segreti della sua accusatrice, e ottenne rivelazioni succulente: Eufrasia ed una sua amica (<strong>Chiara Frezza</strong>) si incontravano sovente con i loro amanti (<strong>Francesco Spiriti</strong> e <strong>Giuseppe Piatti</strong>), all&#8217;interno delle mura del convento.</p>
<p>Venuta a sapere del prossimo incontro, Giulia decise di informare la Badessa, in maniera che potesse cogliere gli amanti sul fatto. Ma la notizia dell’incontro segreto giunse anche alle orecchie di <strong>Pietro Antonio</strong>, figlio del cugino di Giulia, il <strong>Principe di Garagusa</strong>. Per lavare nel sangue l’onta dell’accusa di Eufrasia d’Alessandro, decise di uccidere il suo amante e quello della sua amica Chiara Frezza.</p>
<p>E così sul luogo dell’appuntamento conversero nello stesso momento Eufrasia e Chiara, i loro due amanti Francesco e Giuseppe, la Badessa, Pietro Antonio di Garagusa, suo fratello, e cinque loro servi armati. Le due suore, scoperte dalla Badessa ad aspettare i loro amanti, fuggirono all&#8217;interno del convento, mentre i loro amanti furono uccisi da Pietro Antonio. La Badessa assistette suo malgrado all&#8217;omicidio, e per evitare uno scandalo, sotterrò i morti e mantenne il silenzio.</p>
<p>Poteva finire qui? Certo che no. <strong>Laura Sanfelice</strong> (un’altra suora), fraintendendo le informazioni ricevute, aveva informato <strong>Domenico Lagne</strong>, <strong>Principe di Caposele</strong>, che la sua amante <strong>Camilla Origlia</strong> (l’ennesima suora), si sarebbe presentata a quell&#8217;appuntamento per incontrarsi con un altro amante con cui tradiva il Principe di Caposele. Quest’ultimo aveva quindi organizzato a sua volta un agguato, e ritenendo Pietro Antonio fosse quell&#8217;amante segreto, lo colpì a morte mentre fuggiva dopo l’omicidio appena commesso. I cadaveri salivano a tre.</p>
<p>Il <strong>Convento di Sant&#8217;Arcangelo a Baia</strong> cominciava a rivelarsi per quello che era: un’alcova di intrecci amorosi tra nobiluomini e suore nobildonne, entrambi senza scrupoli. Chiara Frezza e Eufrasia d’Alessandro, umiliate dalla soffiata di Giulia Caracciolo, che aveva talaltro provocato la morte dei loro due amanti, vollero vendicarsi di lei, della sua amica Agnese, e anche della Badessa che aveva dato loro credito.</p>
<p>Decisero che l’<strong>avvelenamento</strong> era il sistema migliore per evitare sospetti. Optarono per un veleno che agiva nel tempo, e programmando di somministrarne poche dosi per volta alla Badessa, si servirono della sua serva, <strong>Livia</strong>. La convinsero promettendole in cambio un incontro amoroso con il cugino di Chiara, Paolo, il quale si prestò volentieri al baratto umano.</p>
<p>Dopo alcune somministrazioni di veleno, la fedeltà di Livia alle sue nuove amiche Eufrasia e Chiara venne ricambiata. Mentre Eufrasia era di guardia, Paolo si introdusse nel convento e raggiunse l’appartamento di Livia, giacendo con lei tutta la notte. Eufrasia nel frattempo si occupò di lasciare aperta la porta del convento, per consentirgli la fuga all&#8217;alba. Ma quella porta aperta fu notata da <strong>Lavinia Pignatelli</strong>, un’altra suora desiderosa di avventure.</p>
<p>Spinta dal desiderio, Lavinia lasciò il convento e bussò alla porta dell’uomo che amava, tale <strong>Francesco dei Medici</strong>, il quale, essendo un onesto ragazzo perbene, la riaccompagnò al convento senza approfittare di lei. Ma la notte, i giardini, l’atmosfera, giocarono a favore di Lavinia. E i due si ritrovarono a copulare in giardino.</p>
<p>Mentre erano ancora intenti nelle loro effusioni, Eufrasia, scambiandoli per Livia e Paolo, si avvicinò a loro per raccomandare maggior prudenza. Sentendosi chiamare col nome di Livia, Lavinia andò su tutte le furie: lei, di nobilissime origini, scambiata per una serva! Non ci fu tempo per le dispute, però, perchè un rumore sospetto fece fuggire Eufrasia e Lavinia all&#8217;interno del convento.</p>
<p>Insospettita dalle parole di Eufrasia, Lavinia decise di andare a controllare cosa c’entrava Livia con lei, e spiando dalla serratura della sua porta, vide i corpi di Livia e Paolo ancora intenti in piacevoli contorsioni sessuali. La Badessa fu informata dell’incontro promiscuo, e cacciò immediatamente Paolo dalla stanza della sua serva Livia. Paolo fu ucciso pochi giorni dopo. Stessa sorte toccò alla Badessa, uccisa dal <strong>veleno</strong> che per giorni aveva silenziosamente corroso i suoi organi interni.</p>
<p>Il convento si ritrovò improvvisamente privo di una guida. Si scatenò una guerra di successione senza esclusione di colpi. La spuntò la fazione di Chiara Frezza, che fece nominare Badessa <strong>Elena Marchese</strong>, grazie alle pressioni politiche di <strong>Francesco Acquaviva</strong>, <strong>Duca di Nardò</strong>, a cui promise le prestazioni amorose della nipote di Elena: <strong>Zenobia Marchese</strong>, un’altra suora del convento di Sant&#8217;Arcangelo a Baia.</p>
<p>Di tutti questi traffici, ovviamente, giungeva voce all&#8217;esterno. Il popolo di <strong>Napoli</strong> non conosceva nel dettaglio ciò che accadeva in convento, ma che lì dentro le suore fossero parecchio allegre, ne aveva certezza. La voce non poteva non giungere alle orecchie di chi aveva “a cuore” la moralità delle istituzioni religiose. <strong>Andrea d’Avellino</strong>, allora avvocato della curia, poi divenuto Santo nel 1700, decise di fare chiarezza sulla situazione nella chiesa di Sant&#8217;Arcangelo a Baia.</p>
<p>Avviò le indagini, e scoprì effettivamente molti di quegli altarini che le suore avrebbero preferito celare. Ma nel momento in cui l’evidenza delle cose cominciò a richiedere un’azione proporzionata, intervennero le potenti famiglie delle suore coinvolte, intimorendo <strong>Andrea d’Avellino</strong> fino al punto da costringerlo alla fuga, dopo un tentativo fallito di omicidio.</p>
<p>Messa a tacere l’indagine, il convento proseguì nella sua recente tradizione di scandali, a causa di una nuova arrivata: <strong>Candida Milano</strong>. La novella suora fu mandata in convento per evitare un disdicevole connubio amoroso con un popolano di rango inferiore. Ma il ragazzo riuscì ad intrufolarsi nel convento viaggiando nascosto nel clavicembalo di Candida. Quel clavicembalo rimase chiuso troppo a lungo, e la notizia dell’amante morto asfissiato fece il giro di Napoli.</p>
<p>Ancora una volta la voce si elevò fino agli alti ranghi. Ma stavolta a muoversi fu il potentissimo <strong>Cardinale Paolo Burali D’Arezzo</strong>, uomo intransigente e sbrigativo. Inviato un suo emissario incaricato di indagare ancora una volta sulla situazione morale del Convento di Sant&#8217;Arcangelo a Baia, il Cardinale riuscì ad ottenere dalle suore una versione completa degli ultimi accadimenti. Tanto bastò per una serie di condanne esemplari.</p>
<p>Chiara e Eufrasia furono condannate a morte tramite veleno; Camilla, Laura, Zenobia ed Elena furono condannate al carcere a vita; altre sette consorelle furono condannate a 10 anni di reclusione; tutte le altre suore del convento furono smistate separatamente in quattro conventi diversi. La lettura della sentenza non mancò di aggiungere un ulteriore tragico epilogo alla vicenda delle <strong>suore scandalose di Sant’Arcangelo a Baia</strong>.</p>
<p>Zenobia si avventò su sua zia, la Badessa Elena Marchese, uccidendola con una coltellata; Camilla si gettò dalla finestra; Laura si tolse la vita pugnalandosi al cuore; il Duca di Nardò rapì nel bel mezzo del processo la sua Zenobia, portandola via non si seppe più dove; di Agnese, l’amica di Giulia, si persero le tracce; Chiara e Eufrasia assunsero la cicuta prevista dalla pena, ma Chiara si tolse la vita con un pugnale, per evitare le sofferenze procurate dal veleno.</p>
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		<title>Il mistero delle tracce del Santo Graal a Soccavo</title>
		<link>https://www.vocedinapoli.it/2017/04/05/mistero-delle-tracce-del-santo-graal-soccavo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Apr 2017 14:49:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[religione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Sacro Graal è davvero passato per Soccavo? Questa è la domanda che da sempre appassiona gli amanti di Storia e dell'esoterismo [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A <strong>Soccavo</strong>, in <strong>via Bottazzi</strong>, ad angolo con <strong>via Scherillo</strong>, si trova, protetta da una cella di vetro e sormontata da una lamiera, una grande croce in piperno. Fino al 1960 si poteva ammirarla vicino a <strong>Palazzo Marcone</strong>, ma in seguito a lavori di edilizia che prevedevano nuove case in zona, fu spostata per evitare problemi di viabilità. Cosa ci potrà essere mai di così interessante in una delle tante croci di <strong>Napoli</strong>? Il fatto che alla base sia scolpito quello che molti ritengono essere il <strong>Sacro Graal</strong>.</p>
<p>Chi sostiene questa tesi si spinge ad affermare che una simbologia tanto evidente stia ad indicare che il <strong>Sacro Graal</strong> è transitato a Soccavo, in uno dei suoi tanti, misteriosissimi spostamenti. Chi invece questa tesi la rifiuta, parla apertamente di panzana mediatica fuori da ogni logica. Per farci un’idea precisa, si rendono necessari alcuni dati di carattere storico ed artistico.</p>
<p><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-82575 alignnone" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/LUltima-Cena-300x173.jpg" alt="" width="100%" /></strong></p>
<p><strong>L’ORIGINE DELLA CROCE &#8211; </strong>Gli esperti concordano sul fatto che probabilmente la croce in piperno fu eretta a testimonianza di una missione di frati che si occuparono di evangelizzare quella che, tra il 1500 ed il 1600, era una zona di campagna, abitata perlopiù da contadini che coltivavano le fertili terre flegree. Ai tempi della costruzione della croce (1613, stando all’iscrizione posta ai piedi della stessa), infatti, Soccavo era poco più di una comunità rurale.</p>
<p>Quando non era stata ancora ideata la <strong>Crypta neapolitana</strong>, Soccavo poteva essere raggiunta da una sorta di parente antichissimo dell’attuale tangenziale: la <strong>Via Antiniana</strong> per Colles, vecchia 2000 anni. Come centro abitato, quindi, <strong>Soccavo</strong> esiste da tempo immemore. La denominazione attuale è più recente (la prima testimonianza risale al XIII secolo), e deriva probabilmente da <strong>Sub Cava</strong>, con chiaro riferimento all&#8217;attività di estrazione del piperno.</p>
<p>Con l’emersione del <strong>Monte Nuovo</strong> nel 1538, dovuta da una terribile attività vulcanica dei <strong>Campi Flegrei</strong>, molti abitanti che si ritrovarono improvvisamente senza casa né villaggio, si spostarono a Soccavo. Il che contribuì all&#8217;ulteriore fiorire dell’estrazione di piperno, una pietra di origine vulcanica che fu particolarmente utilizzata a Napoli nella costruzione di chiese e palazzi prestigiosi.</p>
<p>Perché tutte queste precisazioni? Perché nella storia di <strong>Soccavo</strong> ritroviamo il termine chiave attorno al quale ruota l’intera vicenda del Sacro Graal: il <strong>piperno</strong>, ed in particolare la florida attività basata sulla solida roccia magmatica che si svolgeva in un casale (l’antico luogo nel quale si effettuavano i primi lavori sul piperno) di cui oggi restano ancora tracce, per quanto sbiadite.</p>
<p><strong>LA CORPORAZIONE DEI PIPERNIERI &#8211; </strong>La croce di cui stiamo parlando fu realizzata proprio in piperno da maestri che si riunivano nella potentissima Corporazione dei Pipernieri. Il loro sapere era tramandato oralmente di generazione in generazione. Ma ad essere trasmesse agli apprendisti pipernieri non erano solo le tecniche di lavorazione del piperno risalenti all’<strong>antica Roma</strong> e perfezionate nel corso dei secoli.</p>
<p>La Corporazione era famosa anche perchè depositaria di un sapere di tutt&#8217;altro tipo: esoterismo. Alla regolare attività di intagliatura si affiancava un culto particolare per simbologie esoteriche di cui si trovano spesso tracce minute nelle creazioni dei maestri pipernieri. Il <strong>casale di Soccavo</strong>, il loro “quartier generale”, ne era pieno, e ancora oggi si può ammirare ciò che di quei simboli è rimasto.</p>
<p>E’ per questa ragione che i simboli ritrovati sulla <strong>croce in piperno a Soccavo</strong> hanno assunto agli occhi di alcuni esperti un rilievo particolare. Figurarsi poi se uno di quei simboli, il più evidente, ha la forma di una giara, assimilabile alla coppa, raffigurazione con cui il Graal è entrato nell&#8217;immaginario pubblico del Medioevo in poi.</p>
<p><strong>I SIMBOLI SULLA CROCE &#8211; </strong>Scopriamoli insieme, questi simboli. La croce riporta innanzitutto una iscrizione, molto evidente, che indica la <strong>data di creazione</strong>: 1613. C’è poi la firma dell’autore, un certo <strong>Iunius F.</strong>, sconosciuto. La forma della croce non sembra appartenere al suo secolo. Ricorderebbe piuttosto le croci celtiche, diffuse soprattutto nel Medioevo, di cui evidentemente si voleva richiamare lo stilema.</p>
<p>In bassorilievo si possono notare in alto lo <strong>Spirito Santo</strong>, e sulle braccia della croce da un lato <strong>San Pietro</strong>, dall&#8217;altro <strong>San Paolo</strong>. Ai piedi della stessa, invece, un teschio, la corona di spine, dei chiodi, un vestito, e la famosa giara. Questa giara è posta proprio sopra i tre gradoni che costituiscono la base della croce, ed è evidenziata da un cerchio all&#8217;interno del quale sembrano irradiarsi, a partire dalla giara, dei fasci di luce.</p>
<p><strong>IL SACRO GRAAL &#8211; </strong>Quello che da alcuni è stato individuato come il simbolo del Sacro Graal sulla <strong>croce di Soccavo</strong> è stato a lungo considerato una lanterna, proprio in virtù di quei raggi di luce che sembra emanare. Si tratta più propriamente di una mummara, un’anfora in terracotta usata per contenere acqua in ambienti freschi.</p>
<p>Voler vedere in quell’anfora la coppa all’interno della quale <strong>Giuseppe d’Arimatea</strong> raccolse il sangue di <strong>Gesù</strong> significa assumere che la coppa dell’immaginario collettivo fosse in realtà una giara, o un’anfora, o una mummara. Significa altre sì credere alla versione di <strong>Robert de Boron</strong>, che nel 1202 descriveva per la prima volta il Graal come un calice nel suo Joseph d&#8217;Arimathie.</p>
<p>Fino ad allora se n’era parlato in termini molto più vaghi. Il Graal di <strong>Chrétien de Troyes</strong> (che anticipò il de Boron di qualche anno) era un oggetto d’oro incastonato di diamanti. Nessun cenno al fatto che vi fosse stato raccolto il sangue di Cristo né che si trattasse dello stesso calice utilizzato da <strong>Cristo</strong> nell&#8217;ultima cena.</p>
<p>Chi si oppone all&#8217;interpretazione che la figura sulla <strong>croce di Soccavo</strong> possa ritrarre il Santo Graal si appella a questa versioni del Graal, la prima, antecedente a quella di De Boron, secondo la quale il Graal non aveva una forma né una funzione pratica. E’ importante notare, però, che le manifestazioni letterarie nelle quali il Graal fa le sue prime comparse sono molto ravvicinate tra loro, e considerare più rilevante la prima piuttosto che la seconda ai fini dell’identificazione del Graal è un’argomentazione singolare.</p>
<p>Sarebbe come dire che l’amore cantato da Petrarca è più credibile dell’amore cantato da Pasolini, perchè è stato scritto prima. Secondo fattore non di poco conto: nel racconto di Chrètien de Troyes il Sacro Graal emanava una luce (come nella croce di Soccavo). Ogni pietanza che veniva offerta a <strong>Parcival</strong> durante il banchetto col Re Pescatore, s’accompagnava alla visione “illuminata” di questo non meglio definito “Graal”.</p>
<p>Non meglio definito, però, fino ad un certo punto, perchè, per quanto vago, il <strong>termine Graal</strong> utilizzato dal de Troyes deriva dal latino <strong><em>gradalis</em></strong> (scodella, vaso). Ed il francese, la lingua del de Troyes, è lingua romanza. Un elemento in più per farsi un’idea: ai piedi della croce in piperno di Soccavo, è o non è rappresentato il Sacro Graal? La risposta, nella mente scomparsa di chi l’aveva scolpita.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.vocedinapoli.it/2017/04/05/mistero-delle-tracce-del-santo-graal-soccavo/">Il mistero delle tracce del Santo Graal a Soccavo</a> proviene da <a href="https://www.vocedinapoli.it">Voce di Napoli</a>.</p>
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		<title>La vera storia di Giuseppe Moscati, il medico dei poveri diventato Santo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Mar 2017 15:50:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[religione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Napoli può vantare un passato davvero eccezionale e tra le figure di spicco che resero grande il capoluogo campano è impossibile non citare Giuseppe Moscati [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nella <strong>Chiesa del Gesù Nuovo</strong>, all&#8217;interno della Prima Cappella della navata situata a destra, campeggia in bella mostra una statua di bronzo. Ritrae l&#8217;effige di un uomo in camice, con lo stetoscopio al collo e la mano destra aperta, protesa in avanti in segno di saluto. Chi è questo strano personaggio e, soprattutto, perchè quello che sembra essere a tutti gli effetti un medico è custodito all&#8217;interno di un luogo sacro? La situazione si complica nell&#8217;esatto momento in cui ci rendiamo conto che numerosi fedeli napoletani oltrepassano la balaustra solo per stringergli la mano proprio come si fa con un vecchio amico e si allontanano, spesso, con due lacrime che solcano il loro volto.</p>
<p>Non c&#8217;è voluto molto tempo prima che venisse alla luce la vera identità di quella statua. Si trattava di<strong> Giuseppe Moscati</strong> innalzato, non molto tempo fa, esattamente nel 1987, agli onori degli altari. L&#8217;uomo nacque a Benevento il <b>25 luglio 1880, </b>era il settimo di nove figli. Sua madre rispondeva al nome di <strong>Rosa De Luca</strong>, discendente dalla nobile famiglia dei Marchesi di Roseto, mentre suo <strong>padre Francesco</strong> era Presidente del Tribunale di Benevento. La famiglia originaria di &#8216;Beneviénte fu costretta a trasferirsi a <strong>Napoli nel 1884</strong> quando il padre magistrato venne investito delle funzioni di presidente della Corte d&#8217;Assise nel capoluogo campano. All&#8217;epoca Giuseppe aveva solo quattro anni.</p>
<p><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-77540" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/giuseppe-moscati-290x300.jpg" alt="" width="290" height="300" />Nella città della sirena Parthenope il piccolo Moscati seguì con profitto i normali corsi di istruzione primaria per poi approdare all&#8217;<strong>Istituto Vittorio Emanuele</strong>, dove conseguì la maturità classica con ottimi voti nel 1897. Fu proprio quell&#8217;anno, esattamente il 19 dicembre del 1897, che Giuseppe Moscati ebbe la sventura di assistere alla morte improvvisa del padre, stroncato da un&#8217;emorragia cerebrale. Francesco era di ritorno a casa dopo aver partecipato alla Messa, quando si sentì male. Solo il 21 dicembre 1897 però, dopo aver ricevuto i Sacramenti e aver affidato la moglie e i figli al primogenito Gennaro, l&#8217;uomo rese la sua anima a Dio.</p>
<p>Fu un duro colpo per Giuseppe. Il ragazzo amava quell&#8217;uomo così probo e devoto. Il dolore fu quindi immenso. La casa di <strong>via Santa Teresa degli Scalzi</strong> era ormai un guscio vuoto ma pieno di ricordi. La vita ovviamente proseguì ma quella ferita continuò a tormentarlo per tutti gli anni a venire. Non deve sorprendere quindi se Moscati, alcuni anni più tardi, ad un collega che aveva perduto il padre così scriveva: &#8220;<em>Ho con vivissimo cordoglio appreso della morte del Vostro amatissimo padre! Comprendo lo strazio di famiglia! Anch&#8217;io l&#8217;ho provato da ragazzo: e mio padre era integro magistrato come il Vostro caro scomparso; ma Iddio si sostituisce a colui che vuole con sé! E Voi e i Vostri sentirete l&#8217;arcana protezione, che vi prodigherà, sempre presso di Voi, ma invisibile, l&#8217;anima del genitore.</em>&#8221;</p>
<p>La sensibilità era d&#8217;altronde un tratto caratteriale ben evidente in <strong>Giuseppe Moscati</strong> sin dalla più tenera età. Il futuro medico aveva sempre mostrato una certa tendenza ad aiutare il prossimo, specie i più deboli e i diseredati. Più volte, infatti, fu visto mentre furtivamente faceva scivolare la colazione nelle mani imploranti di qualche povero che sostava fuori scuola. Per non parlare poi dell&#8217;indole amorevole della sua anima. A soli 15 anni Giuseppe trascorreva molto del suo tempo ad accudire il fratello. <strong>Alberto</strong> era un giovanissimo ed esuberante tenente di artiglieria, dotato di fascino, ricchezza e talento. Purtroppo, nel 1892, durante una parata militare a Torino, cadde da cavallo. Questo incidente lo rese inabile e soggetto a continua crisi epilettiche.</p>
<p><strong>Giuseppe Moscati</strong> avrebbe sacrificato la sua vita pur di ridare ad Alberto il vigore della gioventù, purtroppo non poté fare altro che assisterlo fino alla morte che arrivò inesorabile il 12 giugno del 1904. Nonostante un&#8217;esistenza all&#8217;insegna della sofferenza, gli studi in Medicina di quello che sarebbe poi, un giorno, divenuto il &#8216;<strong>Medico dei Poveri</strong>&#8216; proseguivano. La sua iscrizione all&#8217;Università avvenuta lo stesso anno in cui morì il padre, nel 1897, di lì a poco gli avrebbe per sempre cambiato la vita. Il 4 agosto 1903, Giuseppe Moscati si laureava in medicina e qualche mese più tardi iniziava a lavorare presso l’<strong>Ospedale degli Incurabili</strong>, la grandiosa struttura voluta da una pia donna, la catalana <strong>Maria Lorenza Longo</strong>.</p>
<p>Con umiltà e dedizione Giuseppe si avviava a diventare il <strong>medico più amato dai napoletani</strong>. L&#8217;uomo, infatti, alternava la cura dei malati all&#8217;aggiornamento professionale. Era mosso da un forte desiderio di conoscere l&#8217;origine del male, molto probabilmente per potervi porre rimedio. E questa passione per la ricerca Moscati era in grado di trasmetterla ai giovani medici. Non si trattava però di una ricerca finalizzata a soddisfare i propri bisogni egoistici perchè andava condotta prima di tutto &#8220;<em>in quel libro che non fu stampato in caratteri neri su bianco, ma che ha per copertura i letti ospedalieri e le sale di laboratorio, e per contenuto la dolorante carne degli uomini e il materiale scientifico, libro che deve essere letto con infinito amore e grande sacrificio per il prossimo</em>&#8220;.</p>
<p>E furono proprio il sacrificio e l&#8217;amore per il prossimo ad accompagnare il giovane medico nel corso della sua breve esistenza. Proprio così, breve. Il <strong>12 aprile 1927</strong>, era di martedì santo, il professore Moscati, dopo aver partecipato, come ogni giorno, alla Messa e aver ricevuto la Comunione, si recò in Ospedale dove trascorse la mattinata. Quindi tornò presso la propria dimora, consumò un frugale pasto e si dedicò alle consuete visite. Verso le ore 15 accusò un dolore, si adagiò sulla poltrona, e, dopo aver incrociato le braccia sul petto, rese la sua anima a Dio. Aveva 46 anni e 8 mesi. La notizia della <strong>morte improvvisa</strong> subito rimbalzò di bocca in bocca: &#8220;<em>E&#8217; muorto &#8216;o miedeco santo</em>&#8220;. Se ne andava così<strong> Giuseppe Moscati</strong>, il medico santo da cui tutta Napoli correva per chiedere un parere professionale.</p>
<p>Ed era soprattutto verso i poveri che il dottore di adozione napoletana sviluppò una sorta di profondo amore platonico. Non solo durante le visite offriva loro il meglio di sé disinteressandosi completamente del ceto sociale di provenienza, ma non domandò mai un compenso e, soprattutto, lasciava loro i soldi per le medicine che prescriveva. Quando, con sofferenza, era costretto a pronunciare una prognosi infausta, qualunque fosse il livello economico della casa, non accetta onorario. Questo era in sintesi <strong>Giuseppe Moscati</strong>, un uomo votato al sacrificio e all&#8217;amore e <strong>Napoli</strong> ricambiò questi sentimenti con lo stesso trasporto tanto che nel registro delle firme, posto nell&#8217;ingresso della casa, fu trovata questa frase: &#8220;<em>Non hai voluto fiori e nemmeno lacrime: ma noi piangiamo, perché il mondo ha perduto un santo, Napoli un esemplare di tutte le virtù, i malati poveri hanno perduto tutto!</em>&#8220;</p>
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		<title>La preziosa medaglia miracolosa con la capa ‘e Sant’Anastasio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Feb 2017 13:24:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Tradizioni]]></category>
		<category><![CDATA[religione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se avete la fortuna di possedere questa miracolosa medaglia, farete bene ad averne cura non solo perchè è merce rara e, quindi, preziosa ma anche a causa dei suoi prodigiosi poteri [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>C’era un tempo in cui i nonni donavano ai nipoti i santini di carta (trattati ovviamente alla stregua di figurine dei calciatori), e tempi in cui nonni ancora più anziani erano soliti donare ai nipoti le medagliette dei santi, molto più serie e solide delle “figurine”, ed in quanto tali, più rispettate. Ad andare per la maggiore, a quei tempi, era la medaglia della testa di Sant’Anastasio. A Napoli, <em><strong>‘a capa ‘e Sant’Anastasio</strong></em>.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-50501 size-full alignnone" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/la-preziosa-medaglia-miracolosa-con-la-capa-e-santanastasio.jpg" width="875" height="600" /></p>
<p>Un po’ lugubre, certo, l’idea di consegnare la <strong>testa di Sant’Anastasio</strong> impressa su una medaglia, ma se si pensa agli incredibili poteri di questo oggetto, a metà tra la Fede e la superstizione, a quei nonni non si può non voler bene: consegnavano ai loro nipotini una delle garanzie più certe che non sarebbero stati mai intaccati da forme di malocchio o incantesimi vari.</p>
<p>Un potere del genere racchiuso in un tondino di stagno grande non più di una moneta da 5 centesimi, merita qualche spiegazione. E tutto quanto c’è da sapere è nelle poche notizie che ci pervengono circa la vita di Sant’Anastasio. Siamo in piena guerra tra gli ultimi regnanti del grande impero persiano, e il rampante impero bizantino. Nel 614 <strong>Cosroe II</strong>, leggendario comandante persiano, effettua una manovra militare di ampio respiro.</p>
<p>Conquista al contempo Mesopotamia, Siria e Palestina. Gerusalemme ovviamente è la preda più ambita. Tra i bottini di guerra vi sono i resti della vera Croce su cui morì <strong>Gesù Cristo</strong>. Sant’Anastasio, che ai tempi si chiamava <strong>Magundat</strong> e militava nell&#8217;esercito di Cosroe, pur essendo cresciuto nel mito di <strong>Zoroastro</strong>, volle approfondire il perchè di una devozione, quella cristiana, tanto inconcepibile.</p>
<p>Perché adorare una <strong>Croce</strong>, simbolo di tortura e sofferenza? E perchè morire a centinaia, come facevano i martiri cristiani, in nome di un ideale? Tutte queste domande trovarono risposta per merito di un amico di Magundat, un cambiavalute persiano di religione cristiana. L’amico di Magundat lo portava alle messe cristiane, in <strong>Gerapoli</strong>, per fargli meglio comprendere i misteri di quella religione.</p>
<p>Magundat ne venne talmente affascinato che, abbandonato il servizio militare, volle recarsi a Gerusalemme per ricevere il Battesimo direttamente dal Vicario Generale della Chiesa Cristiana di Gerusalemme, che esercitava le funzioni del <strong>patriarca Zaccaria</strong>, momentaneamente detenuto. Il giorno del Battesimo, Magundat assunse il suo nome cristiano, che volle essere <strong>Anastasio</strong>, letteralmente “<em>il risorto da morte a vita</em>”.</p>
<p>E la nuova vita di Anastasio cominciò a 6 miglia da Gerusalemme, in un monastero all’interno del quale imparò il greco e lo strumento tipico della musica greca, il salterio. Venne considerato degno di indossare l’abito monastico nel 621, e da lì in poi la sua vita si impose come esempio auspicabile per tutti i suoi confratelli. Sette anni durò questo idillio, finchè non accadde ciò che ancora oggi dà potere a <strong>quella medaglia</strong>.</p>
<p>Durante un viaggio a <strong>Cesarea di Palestina</strong>, territorio ancora in mano ai persiani, gli capitò di riprendere duramente un gruppo di soldati che praticavano un maleficio. La ovvia reazione dei soldati non fu certo delle più accomodanti. Anastasio fu preso di forza, torturato a suon di frustate e bastonate, ed abbandonato pesto e sanguinante nelle prigioni.</p>
<p>In virtù dei suoi trascorsi nell’esercito persiano ad Anastasio fu concessa un’opportunità: gli sarebbe stata resa la libertà se avesse rinunciato al cristianesimo anche di fronte ad un solo testimone. Anastasio rifiutò, scatenando le ire dei suoi aguzzini. Trascinato a <strong>Bethsaloen</strong> (Sergiopoli) in Assiria fu ulteriormente torturato, costretto a guardare con i suoi occhi gli effetti del suo rifiuto sui corpi di due suoi compagni e altri 66 cristiani, massacrati, e alla fine, decapitato egli stesso.</p>
<p>Era il 22 gennaio del 628. Dieci giorni dopo che i persiani si macchiarono di quest’omicidio, Cosroe, il loro generale, fu sconfitto ed ucciso dai suoi stessi soldati. L’anno seguente la Vera Croce ritornò a Gerusalemme, e una decina di anni più tardi le spoglie di Sant&#8217;Anastasio furono trasportate a Roma, nel monastero delle <strong>Aquae Salviae</strong>. Nel 1570 il Messale Romano sancì il giorno di commemorazione del Santo: il 22 gennaio.</p>
<p>Altro documento ufficiale, il Martirologio Romano, recita a proposito di Sant&#8217;Anastasio, queste parole: “<em>Presso Betsàloe, nell&#8217;Assiria, sant&#8217;Anastasio,[&#8230;] infine fu decollato[&#8230;]. Il suo capo fu trasportato a Roma, alle Acque Sàlvie, insieme con la sua venerabile immagine, al cui cospetto, come attestano gli atti del secondo Concilio Nicéno, vengono scacciati i demoni e guarite molte malattie</em>”.</p>
<p>Gli vengono insomma ufficialmente attribuiti poteri taumaturgici. L’immagine di Sant&#8217;Anastasio, ed in particolare del suo capo, erano in grado di guarire da fenomeni di possessione diabolica, e da molte malattie. Ma ciò che presso il popolo s’era diffuso ancora prima dell’ufficialità sancita dal <strong>Concilio di Nicea</strong>, fu la convinzione che l’effige di Sant&#8217;Anastasio proteggeva dal male, ed in particolare, dal maleficio.</p>
<p>Fu proprio per aver impedito un maleficio a quel manipolo di soldati persiani, che Sant&#8217;Anastasio andò incontro al suo martirio. E quell&#8217;episodio scatenante, ne fece presso il popolo napoletano, il campione contro ogni forma di <strong>malocchio</strong>. Prima ancora ritroviamo attestazioni di devozione popolare nel mondo romano, sotto forma di medagliette di piccole dimensioni, rappresentanti la testa di Sant&#8217;Anastasio.</p>
<p><strong>‘A capa ‘e santu Nastàsio</strong>, in bassorilievo su medagliette di stagno, come si usava una volta, è oggi una rarità assoluta. Consigliamo a chi la possiede, di conservarla per bene, non solo perchè “non si sa mai”, ma anche perchè la medaglietta ha un certo valore economico, considerando che non è certo diffusa come un tempo. Solitamente si accompagna con la scritta “<em>Immago S. Anast. Mun. Et. Mart. Cujus Aspec Fuga, Demo, Morbo, Repe, Acta, Concilii Ni, Te</em>”, che ricorda i poteri del Santo, sanciti dal Concilio di Nicea.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.vocedinapoli.it/2017/02/20/la-preziosa-medaglia-miracolosa-la-capa-santanastasio/">La preziosa medaglia miracolosa con la capa ‘e Sant’Anastasio</a> proviene da <a href="https://www.vocedinapoli.it">Voce di Napoli</a>.</p>
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