Perna ucciso dal suo stesso clan perché “rubava”: l’omicidio affidato a “Toc toc” per dimostrare fedeltà ai Pesce-Marfella

Ucciso dal suo stesso clan perché sospettato di rubare dalla cassa della cosca e ad eseguire l’omicidio non un affiliato qualunque ma uno che nella faida di Pianura aveva spesso mantenuto un ruolo ambiguo, facendo affari sia con i Pesce-Marfella che con i Mele-Romano.

Tre anni dopo è stata fatta chiarezza sull’omicidio di Giuseppe Perna, pluripregiudicato del clan Pesce-Marfella ucciso a 41 anni in un agguato avvenuto il 5 marzo 2016 all’interno di un pub abusivo in via Evangelista Torricelli nel quartiere alla periferia occidentale di Napoli. Perna, soprannominato anche “Piglione“, venne ammazzato di sabato pomeriggio a poche ore dalla partita del Napoli. Si sentiva al sicuro in quell’agglomerato di case popolari dove il clan, che pensava di gestire insieme a Vincenzo Foglia (65 anni), faceva quel che voleva: spaccio, gestione degli appartamenti comunali, allacci abusivi e tanto altro.

Venne attirato in trappola in un circoletto adibito a pub abusivo dove ad aspettarlo trovò Raffaele Dello Iacolo, 31 anni, detto “detto “Toc toc” perché gestore di una delle piazze di spaccio più renumerative del quartiere (quella di via Napoli). A lui venne affidato l’incarico di uccidere Perna, “abbattuto” con quattro colpi di pistola (al capo, al collo e al dorso), per dimostrare fedeltà al clan Pesce-Marfella dopo le recenti giravolte con l’altra cosca in campo, quella dei Mele-Romano.

E’ stato lo stesso “Toc toc“, divenuto nell’estate del 2017 collaboratore di giustizia a pochi mesi dal blitz che sgominò i clan pianuresi, ad auto-accusarsi dell’omicidio di Giuseppe Perna, indicando come mandante Vincenzo Foglia. Dichiarazioni che hanno trovato riscontro anche nelle attività tecniche condotte dai poliziotti della Squadra Mobile di Napoli, guidati dal primo dirigente Luigi Rinella e dal vicequestore Mario Grassia (sezione omicidi), che questa mattina, venerdì 5 aprile, hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal GIP del Tribunale di Napoli, su richiesta di questa Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronto di Foglia, già detenuto dal marzo 2017.

Dalle indagini è stato accertato che Foglia, in qualità di reggente del clan, in assenza dei capi detenuti (Pasquale Pesce e Giuseppe Marfella), decretava l’omicidio del Perna poiché sospettato di essersi reso responsabile di ammanchi dalle casse del clan.

Il luogo dove fu ucciso Giuseppe Perna (al centro nella foto). A sinistra Raffaele Dello Iacolo, a destra Vincenzo Foglia

A far luce sull’omicidio di Perna anche l’ex boss Pasquale Pesce, detto “Bianchino”, 43 anni e da quasi due collaboratore di giustizia. Pesce all’epoca dei fatti era detenuto da 10 mesi e capì durante i colloqui in carcere chi decretò l’agguato:

 “Quando ero detenuto ho appreso della morte di Giuseppe Perna. Ero preoccupato di sapere chi lo avesse ucciso. Tramite i colloqui in carcere che Vincenzo Foglia aveva con il figlio Giuseppe, mentre io avevo il colloqui con la mia convivente Rita Pepe, sapemmo che sul luogo del delitto, fuori al biliardo, erano presenti Vincenzo Foglia, Salvatore Schiano, Carmine Perna e Giuseppe Perna, il quale per ultimo si allontanò per ritirare dei panini al pub di un certo Ernesto. Sapemmo anche che i killer entrarono dall’uscita di sicurezza e Perna, pur accorgendosene, non ebbe il tempo di reagire. Durante uno di questi colloqui feci segno a Vincenzo Foglia, portandomi una mano al petto per intendere se fosse stato un omicidio “interno” e questi mi rispose con lo stesso gesto, dicendo con il labiale che era tutto a posto, facendomi così capire che era stata una cosa interna al clan. Ritengo che sia stata un’iniziativa di Vincenzo Foglia, in quanto in quel momento, essendo i capi tutti detenuti, era lui a gestire gli affari del clan PesceMarfella”.

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