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	<title>leggende Archivi - Voce di Napoli</title>
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	<description>&#200; il giornale on line della citt&#224; partenopea: informazione a 360&#176;, cronaca che copre tutti i quartieri della citt&#224;; tradizione, leggende ed eventi.</description>
	<lastBuildDate>Mon, 21 Nov 2022 18:14:10 +0000</lastBuildDate>
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	<title>leggende Archivi - Voce di Napoli</title>
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		<title>La leggenda della Cappella di Sansevero, non visitarla se ti vuoi laureare</title>
		<link>https://www.vocedinapoli.it/2017/05/08/la-leggenda-della-cappella-sansevero-non-visitarla-ti-vuoi-laureare/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 May 2017 08:29:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[leggende]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli studenti universitari napoletani lo sanno. Se non vogliono mettere in pericolo la loro laurea, occorre che si tengano ben lontani dalla Cappella di Sansevero. Circola, infatti, voce che... [...]</p>
<p><a class=" understrap-read-more-link " href="https://www.vocedinapoli.it/2017/05/08/la-leggenda-della-cappella-sansevero-non-visitarla-ti-vuoi-laureare/">Vai all'articolo<span class="screen-reader-text"> from La leggenda della Cappella di Sansevero, non visitarla se ti vuoi laureare</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La superstizione, per alcuni studenti universitari, è parte integrante del sistema di studio. Per tutti gli altri no. Ma solo nelle dichiarazioni ufficiali. Perché nel segreto della propria stanzetta, anche i più scettici, i più strenui sostenitori della logica contro l’illogicità della superstizione, prima di un esame perpetuano i propri piccoli ritarelli di buon augurio. A <strong>Napoli</strong> è più facile. Anziché fare qualcosa, basta non farla. Bisogna evitare assolutamente di far visita al <strong>Cristo Velato</strong>, nella cappella del <strong>Principe di Sansevero</strong>.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-63934 size-large" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/vista-dallalto-della-cappella-di-san-severo-1024x885.jpg" alt="" width="640" height="553" /></p>
<p>Perché, cosa accadrebbe altrimenti? La pena che si patisce a voler sfidare la sorte è l’addio alla laurea. Chi fa visita al Cristo Velato prima di un esame, a prescindere dall&#8217;esito di quell&#8217;esame, non si laurea più. Vero? Falso? C’è bisogno davvero di saperlo? Vista l’importanza della posta in palio, e visto il bassissimo tasso d’impegno profuso nel rispettare la tradizione (evitare la <strong>Cappella Sansevero</strong> non sarà mica così impegnativo?), chi si prende la responsabilità di mettere a rischio la carriera per l’impellenza di vedere il <strong>Cristo Velato</strong> dal vivo?</p>
<p>Nessuno. Anche perchè a Napoli, a sentir nominare <strong>Raimondo di Sangro</strong>, il Principe di Sansevero, Il Principe, sale un brivido lungo la schiena, tante sono gli aneddoti che lo vedono protagonista, le storie che ne fanno un personaggio al limite tra le vita reale e il mondo dell’oscurità, i racconti macabri che ne hanno tratteggiato la leggenda.</p>
<p>In particolare, l’usanza di non visitare mai il Cristo Velato da parte degli studenti universitari, sarebbe un allargamento di utenza scaramantica, che partiva dal mondo della medicina e si estendeva al mondo dell’università tutta. Agli studenti di medicina veniva caldamente sconsigliato di recarsi nella Cappella Sansevero perchè la vista del Cristo Velato e delle “<em><strong>Macchine Anatomiche</strong></em>” del Principe, avrebbero potuto ingenerare dubbi e confusioni riguardo le proprie conoscenze scientifiche.</p>
<p>Il mondo di <strong>Raimondo di Sangro</strong>, che così lampante traspare nell&#8217;orrore di quei due corpi privi del proprio involucro epidermico, ed esposti nell&#8217;evidenza di vene e arterie metallizzate con chissà quale intruglio rimasto finora segreto, e le pieghe del sudario di Cristo, tanto verosimilmente realizzate da sembrare irreali, mettevano seriamente in discussione la visione ordinaria della realtà, così come la scienza e la logica l’avevano sempre spiegata.</p>
<p>Figurarsi le conoscenze appena acquisite per un ordinario, logico, e prosaico esame universitario. Dalla <strong>Facoltà di Medicina</strong> la leggenda s’è estesa all&#8217;intera <strong>Università Federico II</strong>, per poi contagiare la città di Napoli in una escalation che nei secoli ha bloccato i passi di generazioni e generazioni di studenti, sull&#8217;atto di oltrepassare la fatidica soglia di Cappella Sansevero.</p>
<p>Il Cristo Velato è bene ammirarlo dopo aver conseguito la Laurea, e giacché tanta astinenza da meta artistica trova nel post-lauream il logico libero sfogo in una visita alla mirabile opera di <strong>Giuseppe Sanmartino</strong>, un’altra tradizione ha preso corpo nel mondo universitario. Ogni 3 ottobre, per celebrare degnamente il Dio della Medicina, <strong>Esculapio</strong>, bisognava recarsi nella Cappella del Principe con in tasca la prima pagina del capitolo di anatomia: Il Sistema Cardiocircolatorio. Carriera assicurata.</p>
<p>Se non siete uno studente universitario napoletano, ed in questo momento riflettete con preoccupazione sul livello della classe medica proveniente dalle Università della città di <strong>Napoli</strong>, forse trascurate il carisma che un personaggio come il Principe di Sansevero ha sempre esercitato sul popolo partenopeo. Le voci sul suo conto sono supposizioni, storia, testimonianze, documenti.</p>
<p>C’è chi cita la storia secondo cui il Principe accecò il <strong>Sanmartini</strong>, autore del Cristo Velato, per fare in modo che non potesse mai più riprodurre per nessun altro un capolavoro simile. C’è chi ritiene che il velo del Cristo Velato fosse frutto di un processo alchemico di marmorizzazione progressiva di un tessuto vero, posato sulla statua del Cristo (ma i documenti smentiscono, e certificano invece che corpo e velo della scultura provenivano da un blocco di marmo unico).</p>
<p>Le due <strong>Macchine Anatomiche</strong> sono i corpi di due schiavi del Principe di Sansevero, uno maschio, uno femmina (incinta), a cui fu iniettata una sostanza segreta metallizzante nel sangue. Alcune fonti riferiscono che il macabro esperimento fosse stato condotto mentre gli schiavi erano ancora in vita, e che quindi i due malcapitati fossero stati barbaramente uccisi in nome della scienza alchemica.</p>
<p>C’era tra le cronache dell’epoca chi riferiva che la sua carrozza potesse viaggiare sulle acque, e mantenere le ruote perfettamente asciutte. E chi, come <strong>Benedetto Croce</strong>, riferisce che il Principe, prima di morire, dispose che il suo corpo fosse fatto in brandelli, rinchiuso in una cassa con materiali speciali all&#8217;interno, da aprire in data precisa. I parenti non vollero aspettare, e una volta aperta la cassa, il corpo ricomposto del Principe si sollevò urlando, e ricadde in brandelli un attimo dopo.</p>
<p>Un personaggio del genere val bene una scaramanzia. Una statua così misteriosa, anche. D’altra parte in città notoriamente molto meno scaramantiche di<strong> Napoli</strong> si registrano analoghe amenità: in certe università bisogna evitare di calpestare elementi decorativi dei pavimenti, in certe altre bisogna entrare dagli accessi laterali, mai da quello frontale, in altre ancora basta evitare il contatto con determinate opere scultoree. Sempre meglio che dormire con un polipo sul comodino, come fanno gli studenti giapponesi.</p>
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		<title>Il crocifisso miracoloso nella Basilica del Carmine Maggiore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Mar 2017 15:54:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[leggende]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Val la pena soffermarsi per qualche minuto sulla storia del crocifisso svelato custodito, ancora oggi, nella Basilica del Carmine Maggiore [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se volete capire il vero significato della parola &#8216;devozione&#8217;, allora dovete fermarvi un attimo per ascoltare quanto ho da raccontarvi. Ci troviamo a Napoli, nella <strong>Chiesa di Santa Maria del Carmine</strong>, posta su un lato della omonima piazza cui peraltro ha dato il nome. Siamo a ridosso di uno dei luoghi più importanti del capoluogo campano: <strong>piazza Mercato</strong>. I due siti dovrebbero però essere considerati come tutt&#8217;uno a causa non solo della vicinanza fisica ma anche e soprattutto delle vicende storiche comuni che li hanno attraversati nel corso del tempo. La Basilica Santuario del Carmine Maggiore è una delle più grandi e importanti di Napoli. Il suo suggestivo campanile è, infatti, il <strong>punto più alto di Napoli</strong> e splende grazie alle maioliche che ne adornano la cuspide.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-55484 size-full" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/il-crocifisso-miracoloso-nella-basilica-del-carmine-maggiore.jpg" width="620" height="414" /></p>
<p>La Chiesa fu costruita nel XIII secolo in onore della Madonna del Carmine, detta anche <strong>Madonna Bruna</strong> per via del colore della sua pelle, e custodisce al suo interno molte interessanti memorie storiche come, ad esempio, l&#8217;effige di <strong>Mamma Schiavona</strong>. Si tratta di una tavoletta rettangolare, molto probabilmente di derivazione bizantina che attira, ogni giorno, tantissimi fedeli i quali, una volta superato l&#8217;altare maggiore della Basilica del Carmine Maggiore, si dirigono verso la Cappella della Vergine dove si inginocchiano e, a testa bassa o con le mani giunte in preghiera, si rivolgono alla Madonna Bruna che stringe a sé, come solo una mamma sa fare, il suo piccolo Gesù.</p>
<p>La Vergine, come è spesso di abitudine a <strong>Napoli</strong>, nel corso del tempo ha travalicato i confini della semplice e pura devozione tramutandosi in un vero e proprio culto che è sfociato non solo nella parlata dialettale popolare con un&#8217;esclamazione che tutti i cittadini del capoluogo campano conoscono benissimo e che hanno usato almeno una volta nella vita &#8220;<em><strong>Mamma d&#8217;o Carmene</strong></em>&#8221; ma anche nella meravigliosa e famosa <strong>festa della Madonna del Carmine</strong>, celebrata ogni 16 luglio. Durante questa ricorrenza molti napoletani accorrono in piazza per poter assistere al finto incendio del campanile della chiesa, con gli occhi all&#8217;insù a guardare i fuochi d&#8217;artificio più belli al mondo. I tesori custoditi all&#8217;interno della Chiesa di Santa Maria del Carmine non si esauriscono qui.</p>
<p>Impossibile, infatti, non citare il<strong> monumento a Corradino di Svevia</strong>, fatto realizzare nell&#8217;Ottocento da <strong>Massimiliano II di Baviera</strong>, per ricordare il re di Sicilia che fu decapitato a Piazza Mercato per volere di Carlo d&#8217;Angiò a soli sedici anni, o la targa che vuole ricordare ai napoletani come la Chiesa abbia custodito per molto tempo le spoglie di <strong>Masaniello</strong>, il rivoluzionario che nel 1647 spinse il popolo partenopeo a ribellarsi contro la &#8216;dittatura spagnola&#8217;. E&#8217; però sotto l&#8217;arco trionfale che riposa un tesoro prodigioso di cui si tramanda una storia leggendaria esposta dal <strong>P. Filocalo Caputo</strong> nel suo volume “<em>Il Monte Carmelo</em>” 4 ed, Napoli 1683. Un&#8217;antica pergamena citata da numerose fonti storiche e conservata presso l&#8217;Archivio del Convento raccontava i seguenti avvenimenti che videro come protagonista un antico crocifisso in legno risalente al XIV secolo.</p>
<p>Leggenda narra che <strong>Alfonso d&#8217;Aragona</strong>, dopo un primo tentativo fallimentare teso alla conquista di Napoli, riprovasse ad accaparrarsi il capoluogo campano alcuni anni più tardi grazie ad un esercito al cui comando venne posto il fratello Piero. Gli <strong>Angioini</strong> e gli <strong>Aragonesi</strong> si stavano contenendo Napoli che, proprio in quel particolare periodo storico, subiva il regno di <strong>Renato </strong><b>d&#8217;Angiò</b>. Il sovrano aveva collocato le sue artiglierie sul maestoso campanile della <strong>Chiesa di Santa Maria del Carmine </strong>quando Alfonso V d&#8217;Aragona assediò la città accampandosi presso le rive del <a href="https://www.vocedinapoli.it/2016/05/03/fiume-sebeto-napoli-leggenda/"><strong>fiume Sebeto</strong></a>, nelle vicinanze dell&#8217;attuale borgo Loreto. Purtroppo il <strong>17 ottobre 1439</strong> l&#8217;infante don Pietro, fratello d&#8217;Alfonso, notò uno strano movimento nei pressi del famoso campanile tanto bastò affinché l&#8217;uomo ordinasse ai suoi di fare fuoco proprio in detta direzione.</p>
<p>Il colpo di una bombarda, chiamata “<strong><em>La Messinese</em></strong>”, attraversò il muro della Basilica, penetrando al suo interno. Il crocifisso ligneo sarebbe andato completamente distrutto se il Cristo che vi era adagiato sopra non avesse avuto la prontezza di chinare il capo. In tal modo solo la corona di spine saltò via. La palla, ancora oggi conservata nella cripta della Chiesa, rotolò quindi sulle assi di legno producendo un gran fragore. La notizia del &#8216;miracolo del crocifisso&#8217; volò veloce di bocca in bocca fino ad arrivare alle orecchie di <strong>Alfonso d&#8217;Aragona</strong>. Il principe spagnolo fu così impressionato dalla vicenda tanto da ordinare a suo fratello Pietro di interrompere i bombardamenti. L&#8217;infante però disobbedì alla volontà sovrana e questo atteggiamento gli valse la vita.</p>
<p>Il giorno seguente, infatti, mentre l&#8217;infante dava di nuovo ordine di azionare la &#8216;Messinese&#8217;, un colpo angioino partito dal campanile, dalla bombarda &#8216;<em><strong>la Pazza</strong></em>&#8216;, tranciò di netto la testa del fratello di <strong>Alfonso d&#8217;Aragona</strong>. Quest&#8217;ultimo scosso dal lutto decise di togliere l&#8217;assedio ma quando, nel 1442, tornò di nuovo alla carica ordinò perentoriamente al suo esercito di non mirare per alcun motivo in direzione della Basilica del Carmine Maggiore. Il 2 giugno, dopo aver sconfitto finalmente i francesi, il principe spagnolo faceva il suo ingresso trionfale in città. Il suo primo pensiero fu quello di recarsi presso la chiesa che custodiva il miracoloso crocifisso ligneo per venerarlo e per chiedere perdono dell&#8217;atto sconsiderato del fratello. <strong>Alfonso d&#8217;Aragona </strong>però non si fermò alla banale prostrazione.</p>
<p>Il sovrano, infatti, fece costruire dal Maestro <strong>Antonio Curata</strong> un sontuoso tabernacolo che potesse ospitare il crocifisso. Purtroppo l&#8217;edicola non venne completata in tempo e fu portata a compimento solo dopo la <strong>morte del Re</strong>. Era il <strong>26 dicembre del 1459</strong>. Mai data fu più profetica. Da allora, infatti, ogni anno,<strong> </strong>a partire proprio dal giorno in cui si celebra Santo Stefano fino al due gennaio<strong>, </strong>e di nuovo nel periodo di Quaresima, l&#8217;immagine viene svelata ai fedeli. Tale usanza continuò anche nei secoli a venire ma fu, soprattutto, nel corso del Seicento, che l&#8217;abitudine di recarsi presso il crocifisso ligneo assunse un significato particolare, quasi &#8216;miracoloso&#8217;. Napoli, infatti, nel 1676, venne risparmiata da una terribile tempesta per intercessione, almeno così leggenda narra, del crocifisso svelato in via eccezionale per l’occasione nefasta. Ed è proprio questo il motivo per cui anche durante il periodo di Quaresima i fedeli possono godere della magnifica vista dell&#8217;imago di matrice cristiana.</p>
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		<title>Il mistero del teschio con le orecchie che unisce i vivi ai morti</title>
		<link>https://www.vocedinapoli.it/2017/03/20/mistero-del-teschio-le-orecchie-unisce-vivi-ai-morti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Mar 2017 14:35:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[leggende]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quale mistero cela il famoso teschio con le orecchie conservato presso la chiesetta di Santa Luciella situata In Vico Santa Luciella, perpendicolarmente a Via San Biagio dei Librai? [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In <strong>Vico Santa Luciella</strong>, perpendicolarmente a Via San Biagio dei Librai, c’è una chiesetta, dall&#8217;esterno tanto discreta che non si direbbe nemmeno essere una chiesa. L’interno non è affatto meglio, visto che l’ambiente è talmente diroccato da essere rigorosamente vietato al pubblico. Eppure proprio all&#8217;interno di quella chiesa, lontano dagli occhi del mondo, sopravvive da secoli un inspiegabile prodigio: il <strong>teschio con le orecchie</strong>.</p>
<p>Se state immaginando una specie di Dumbo un po’ deperito, vi siete spinti troppo in là con la fantasia. La realtà parla di <strong>decomposizione anomala</strong>. Il corpo di un essere umano, privo di vita, in un certo senso si autodistrugge. Vengono liberati enzimi deputati ad attaccare e distruggere alcune parti del cadavere. I batteri si nutrono di tessuti e organi. Il corpo emette odori che attirano insetti, che depositano larve, che si nutrono di tutto il resto.</p>
<p>Restano in piedi solo le ossa. Le orecchie non sono ossa, questo è assodato. E allora come è possibile che in uno dei teschi accumulati all&#8217;interno della <strong>chiesetta di Santa Luciella</strong>, ancora campeggia un bel paio di orecchie evidentissime? Le caratteristiche di questo teschio, privo di qualsiasi tessuto, e persino della mascella, caduta e dispersa chissà dove, sono di per sé prova di una lunghissima permanenza.</p>
<p>Un tempo abbastanza lungo da far supporre le orecchie fossero ormai scomparse da centinaia d’anni, perchè la cartilagine di cui sono composte ha tempi di degradazione brevissimi. Eppure no. Le orecchie sono ancora lì, e sfidano le leggi della natura, vincendole, da tempo immemore. Che mistero si nasconde dietro questo prodigio? I vecchi napoletani hanno una risposta tutta loro.</p>
<p>Avete presente il <a href="https://www.vocedinapoli.it/2016/02/15/cimitero-delle-fontanelle-leggende-anime-purgatorio/"><strong>cimitero delle Fontanelle</strong></a>? Un vero ossario, nato nel 1600 per far fronte all&#8217;esigenza di sistemare la quantità spropositata di cadaveri dovuti alla peste. In quel cimitero nacque il rito delle “<strong>anime pezzentelle</strong>”. Si adottava uno di quei teschi (si supponeva appartenente ad anime destinate al purgatorio) e in cambio di benevolenze, ci si curava di lui, pulendolo e offrendogli una dimora in forma di piccola casetta.</p>
<p>Queste <strong>Capuzzelle</strong> (spesso si trattava di piccoli crani di bambini) erano dette Pezzentelle perchè anonime, figlie di nessuno. Per questa ragione si dava loro un nome, e le si “accoglieva” nella propria famiglia. Il teschio della chiesa di Santa Luciella è da sempre stato considerato una Capuzzella particolarmente attenta alle esigenze di tutti.</p>
<p>Quelle orecchie venivano così spiegate dalla <strong>saggezza popolare</strong>: una particolare predisposizione e disponibilità all&#8217;ascolto, un’attenzione speciale alle esigenze dei vivi, di cui il teschio si sarebbe fatto portavoce nel mondo dell’aldilà, quel mondo che ai vivi è interdetto ma da cui possono provenire i miracoli più inaspettati.</p>
<p>Fin qui la credenza popolare. Ma la scienza cosa dice? Nulla. Assolutamente nulla. Non si è ritenuto di dover procedere all&#8217;analisi di un fenomeno più unico che raro, pertanto non esistono studi, ricerche, o fascicoli sull&#8217;argomento. Possiamo parlare solo dell’impossibilità si tratti di cartilagine persistente. Molto più alta la probabilità che quelle orecchie siano state mummificate.</p>
<p>E più precisamente, che la carne di quelle orecchie sia stata mummificata. Le pratiche per la <strong>mummificazione</strong> non sarebbero certo una sorpresa, visto che sono note a partire da civiltà antichissime (celebri quelle egizie). Pur essendo vero che a <strong>Napoli</strong> la suggestione egizia è stata da sempre recepita favorevolmente, specie nel <a href="https://www.vocedinapoli.it/2017/03/17/misteri-della-dea-iside-piu-importanti-segreti-neapolis/"><strong>culto di Iside</strong></a>, possibile se ne fossero assimilati i sistemi di mummificazione? e per quale ragione le orecchie e non altro?</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-55548 size-full" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/il-mistero-del-teschio-con-le-orecchie-che-unisce-i-vivi-ai-morti.jpg" width="516" height="600" /></p>
<p>Un tentativo di spiegazione ci giunge a partire da un mosaico proveniente da <strong>Pompei</strong> e conservato nel <strong>Museo Archeologico Nazionale di Napoli</strong>. Se date un rapido sguardo alla foto in alto, noterete senz&#8217;altro una caratteristica comune ai due scheletri: le protuberanze all&#8217;altezza delle orecchie. Ma, mentre nella chiesa di Santa Luciella il teschio sembra non avere un contesto, qui ce l’ha.</p>
<p>E si tratta di un contesto particolarmente evidente. Il teschio, simbolo esso stesso utilizzato spesso in ambito massonico, è circondato da simboli che richiamano la <strong>prima massoneria</strong>: la ruota a sei raggi, la farfalla, il filo spezzato, il triangolo. La massoneria riprese antiche simbologie, frutto di riti arcaici tramandati di generazione in generazione e mai del tutto abbandonati.</p>
<p>Potrebbe quindi darsi che le orecchie sullo scheletro rientrassero in una <strong>simbologia</strong> che non non conosciamo, ma le cui radici affondano a tempi addirittura antecedenti alla tragedia di Pompei. Questo spiegherebbe la mummificazione delle orecchie, rituale altrimenti privo di ogni forma di senso.</p>
<p>Che il tutto sia successo all&#8217;interno della chiesa di Santa Luciella, potrebbe anche non essere significativo. Potrebbero non esserci ragioni evidenti che leghino il teschio con le orecchie al luogo che momentaneamente lo ospita. Ma qualsiasi <strong>leggenda</strong> tra quelle popolari abbia il privilegio di un riscontro concreto, andrebbe preservata e cautelata.</p>
<p>Ci sta provando da quattro anni un gruppo di ragazzi, volontari, riuniti nell&#8217;associazione “<em><strong>Respiriamo Arte</strong></em>”, i quali hanno organizzato una raccolta fondi intitolata “Chi ha orecchio intenda”,. L’obiettivo è quello di raggiungere i 25000 euro per rendere nuovamente agibile la chiesa di Santa Lucietta.</p>
<p>Mancano 10 giorni alla fine della raccolta fondi e 23000 euro al raggiungimento dell’obiettivo. I volontari di Respiriamo Arte hanno già dimostrato di lavorare bene riqualificando la <strong>chiesa dell’Arte della Seta</strong>, anch&#8217;essa in stato di totale abbandono prima del loro interessamento.</p>
<p>La Chiesa di Santa Luciella, a prescindere dal teschio, meriterebbe maggiore considerazione. La sua fondazione è infatti molto antica. Si parla di XI secolo, anche se l’aspetto attuale è il frutto di un’opera di restauro del 1700. La Chiesa era di proprietà della <strong>confraternita dei pipernieri</strong>, i lavoratori di piperno che tanto hanno contribuito allo stile dei palazzi di Napoli. Il portale della chiesa, in piperno, è una loro creazione.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.vocedinapoli.it/2017/03/20/mistero-del-teschio-le-orecchie-unisce-vivi-ai-morti/">Il mistero del teschio con le orecchie che unisce i vivi ai morti</a> proviene da <a href="https://www.vocedinapoli.it">Voce di Napoli</a>.</p>
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		<title>Il mistero della lapide di Via San Nicola dei Caserti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Mar 2017 18:27:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[leggende]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La storia celata dietro questa lapide vuole essere di monito e di insegnamento agli uomini che, forse per troppa ingenuità, continuano a fidarsi degli altri [...]</p>
<p><a class=" understrap-read-more-link " href="https://www.vocedinapoli.it/2017/03/09/mistero-della-lapide-via-san-nicola-dei-caserti/">Vai all'articolo<span class="screen-reader-text"> from Il mistero della lapide di Via San Nicola dei Caserti</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Avete mai sentito questo <strong>proverbio</strong>: “<em>Dio m&#8217;arrassa da mali vicine, d&#8217;arraggia canina,e d&#8217;a buscìa e ommo da bbene!</em>”.? Vuol dire letteralmente “<em>Dio mi scampi dai vicini cattivi, dalla rabbia dei cani, e dalle bugie degli uomini perbene</em>”. Alle spalle di questo detto popolare c’è una <strong>lapide</strong>, vera, reale, antichissima, che recita le seguenti parole: “<em>Dio m&#8217;arrassa da invidia canina, da mali vicini, et di bugia d’homo dabene</em>”.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-53725 size-full alignnone" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/il-mistero-della-lapide-di-via-san-nicola-dei-caserti.png" width="600" height="357" /></p>
<p>Da dove proviene il termine “arrassa”, e dove si trova questa lapide, saranno le prime domande a cui risponderemo. Per il resto si tratterà di addentrarsi nei meandri di una <strong>macabra vicenda</strong>, per spiegare “cosa” ha spinto “chi” ad ordinare la realizzazione di quella lapide. Una vicenda molto più tragica di quanto non traspaia dal tono scanzonato e popolaresco dell’antica iscrizione.</p>
<p>“Arrassusìa” era una vecchia esclamazione che serviva ad esorcizzare l’eventualità di un pericolo o una tragedia. Deriverebbe da “Arrasso”, a sua volta derivato dallo spagnolo “Arrada”, che significa “Lontano”, e unitamente al “Sia” forma l’allocuzione “Lontano sia”. Una variante è proprio quella utilizzata per la lapide: “<em><strong>Dio m’arrassa</strong></em>”.</p>
<p>La lapide è in realtà un blocco di marmo fatto incastonare nel muro di un palazzo, che riporta la scritta su citata. Attualmente se ne può osservare una copia in luogo dell’originale, in <strong>Via San Nicola dei Caserti</strong>. Ma la vera lapide è stata sistemata a partire dal 1893 in un portale che collega il chiostro al cortile del vecchio ospedale <strong>S. Maria della Pace</strong>, lì nei pressi.</p>
<p>Questi luoghi sono in un certo senso anch&#8217;essi protagonisti della storia che stiamo per raccontarvi. Quello che oggi ospita alcuni uffici del comune e del Giudice di Pace fu un tempo un Ospedale di tutto rispetto, una Chiesa, ed un Convento. E prima ancora di ricoprire tutte queste funzioni, era stato il palazzo di uno degli uomini più potenti della <strong>Napoli del 1400</strong>.</p>
<p>Quest’uomo era <strong>Sergianni Caracciolo</strong>, Gran Siniscalco del Regno (sovrintendente al palazzo del re), nonché instancabile amante della <strong>regina Giovanna II d’Angiò</strong>. Instancabile nella misura in cui portò questa relazione avanti per ben sedici anni, approfittando della sua posizione per influenzare le decisioni politiche della regina a suo vantaggio.</p>
<p>Possedeva già un palazzo di tutto rispetto, ma se ne fece edificare un altro, in <strong>Via dei Tribunali</strong>, nei pressi di <strong>Castelcapuano</strong>, residenza della Regina, per risparmiare evidentemente tempo ed energie in vista dei suoi incontri molto privati. La sua sfrenata ambizione culminerà in una congiura, ordita alle sue spalle, nella quale Sergianni Caracciolo troverà la morte.</p>
<p>Siamo nel 1432, ed il Palazzo dei Caracciolo è ancora di proprietà della famiglia. Circa 150 anni più tardi i Caracciolo si ritrovano al fianco di nuovi vicini di casa. Si tratta dei Padri di <strong>San Giovanni di Dio</strong>, giunti a Napoli nel 1500, nella <strong>Chiesa di Santa Maria ad Agnone</strong>. Il loro “quartier generale” si trovava proprio di fronte all&#8217;entrata principale di residenza Caracciolo.</p>
<p>Qualche decennio di pazienza, ed ecco presentarsi ai Padri di San Giovanni di Dio un’occasione imperdibile per “espandere” i propri confini. I discendenti dei Caracciolo mettono in vendita l’enorme palazzo di famiglia. I Padri sono i più lesti ad approfittarne, e con le finanze accumulate in decenni di attività e donazioni, comprano l’immobile.<br />
Ne faranno in tempi rapidissimi un ospedale (1587), coerentemente alla missione primaria della loro confraternita (erano chiamati anche i <strong>Fatebenefratelli</strong>). Nel 1629 cominciarono i lavori per la costruzione di una Chiesa, ultimata nel 1659 e dedicata a Santa Maria della Pace, in onore della pace siglata tra <strong>Luigi XIV </strong>di Francia, e <strong>Filippo IV</strong> di Spagna.</p>
<p>A questo punto comincerete a comprendere il perchè di questo lungo excursus, necessaria premessa alle parole della lapide misteriosa. L’ex Ospedale della Pace è proprio il luogo nel quale ora si trova quell’iscrizione. In una via che costeggia quell’enorme complesso monumentale ha inizio la nostra storia.</p>
<p>Si tratta precisamente di <strong>Via San Nicola dei Caserti</strong>, esattamente la via in cui oggi ritroviamo una copia di quella lapide. Lì, al numero 20, viveva nel 500 un ricco signore napoletano. Si sa, la ricchezza ed il benessere ostentato attirano spesso l’invidia di chi si trova ad osservarlo ogni giorno, suo malgrado. Nella fattispecie, i suoi vicini di casa.</p>
<p>Spinti probabilmente anche da altri ignoti motivi, questi vicini riescono ad incriminare il ricco signore addirittura di omicidio. Dopo regolare processo, falsato da numerose false testimonianze, l’accusa si tramuta in una <strong>condanna a morte</strong>. Ebbene si, la calunnia non è un’invenzione moderna, e l’uso perverso che se ne fa in certi casi, non ha tempo.</p>
<p>Il ricco signore napoletano, prima di morire, redasse un testamento nel quale lasciava tutti i propri beni ai Padri di San Giovanni di Dio. Stando alle tempistiche, parte di quei beni fu investita nell&#8217;acquisto del palazzo dei Caracciolo, che sarebbe diventato l’<strong>Ospedale della Pace</strong>. Pose però a questa munifica elargizione di denaro una condizione.</p>
<p>I <strong>Padri di San Giovanni di Dio</strong> avrebbero dovuto provvedere ad affiggere sulla vecchia abitazione del ricco signore una lapide, che avrebbe ammonito le future generazioni di napoletani a diffidare delle persone che appaiono troppo perbene, dell’invidia dei cani, e della cattiveria dei vicini.</p>
<p>L’<strong>invidia</strong> dei cani di cui parla il ricco possidente non può che simboleggiare la predisposizione dell’uomo a mordere i propri simili. Notevole anche quella sorta di ossimoro che lega la bugia all&#8217;uomo perbene (che non dovrebbe dirne). E’ più facile per le persone che godono di grande stima risultare credibili e attendibili anche quando mentono.</p>
<p>Era questa la ragione per cui la testimonianza dei vicini di casa del malcapitato ebbe successo in tribunale: godevano di grande stima presso la comunità. Quella stessa stima che mandò al patibolo un <strong>innocente</strong>, per inconfessate ragioni. Ma quell&#8217;innocente, visto che la sua versione non fu ritenuta credibile dai suoi contemporanei, la incise a beneficio dei posteri.</p>
<p>E pose oltretutto una postilla nel testamento: se i Padri Ospedalieri avessero rimosso la lapide, tutti i beni del ricco condannato a morte sarebbero andati all&#8217;<strong>Ospedale degli Incurabili</strong>. Di questo non parla <strong>Benedetto Croce</strong>, a cui si deve la maggior parte delle informazioni riguardo la lapide in Via San Nicola dei Caserti.</p>
<p>Ma c’è chi dice che il ricco signore incaricò qualcuno di controllare periodicamente l’adempimento delle proprie volontà, che quindi la lapide fosse al suo posto. C’è anche chi tra i frequentatori di quella zona, ancora oggi giura di aver visto una figura vestita con abiti di un tempo che fu, guardare la lapide, e svanire nel nulla.</p>
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		<title>Caponapoli, è qui la tomba della Sirena Parthenope?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Feb 2017 15:28:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[leggende]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dove si trova il sepolcro di Partenope? Questa domanda resta ancora senza risposta, eppure... [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se si vuol parlare della <strong>fondazione di Napoli</strong>, si deve far riferimento a <strong>Parthenope</strong>, città fondata nell’VIII secolo a.C. dai cumani (coloni greci). Neapolis è il nome assunto dalla città in occasione della sua rifondazione, o di un nucleo limitrofo successivo. Fin qui i dati storici. Ma se cominciamo a chiederci il perchè quel primo nucleo cittadino fu chiamato Parthenope (o Partenope), le carte cominciano ad imbrogliarsi.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-49383 size-large" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/caponapoli-e-qui-la-tomba-della-sirena-parthenope-1024x619.png" width="640" height="387" /></p>
<p><strong>Partenope</strong> è la protagonista di due leggende del tutto differenti. La prima narra di una fanciulla bellissima, figlia di un re greco, promessa sposa ad un uomo, ma innamorata di un altro. Con quest’ultimo fugge verso lidi lontani, e la loro armonia si riflette sul territorio che scelgono come dimora, inondandolo di ricchezze e prosperità. Più tardi i due amanti verranno raggiunti dal re e da tanti altri coloni, pentiti di aver ostacolato la loro storia d’amore.</p>
<p>Nella seconda leggenda Parthenope non è una fanciulla, ma una delle tre sirene che tentarono di fermare il <strong>viaggio di Ulisse</strong>, fallendo. Il dolore per non essere riuscite ad irretire Ulisse, l’amore non corrisposto, e l’orgoglio, le portarono al suicidio. I loro corpi furono trasportati dal mare in tre direzioni diverse. Il corpo di Parthenope, in particolare, approdò sull’<strong>isolotto di Megaride</strong> (allora legato alla terraferma), dove oggi sorge <strong>Castel dell’Ovo</strong>.</p>
<p>Partenope, in entrambi i casi, per ovvie ragioni di forza maggiore, è morta. La sua notorietà avrebbe dovuto garantirle un sepolcro, una tomba, un monumento funebre, un qualcosa di imperituro, che potesse rendere testimonianza della sua storia nei secoli. E invece, nulla. Non c’è alcuna traccia significativa della sua sepoltura. Solo indizi, accenni, come se il farsi seguire di Partenope, caratteristico di entrambe le leggende, si protraesse ancora ai giorni nostri.</p>
<p>E noi la seguiamo, attraverso gli studi di eminentissimi storici, letterati, ricercatori, che si sono avvicendati nel tempo alla ricerca della <strong>tomba di Partenope</strong>. Il primo indizio ci conferma la semplice esistenza, senza alcuna indicazione riguardo il luogo preciso. Ce lo fornisce <strong>Boccaccio</strong>, nel <strong>Ninfale d’Ameto</strong>, del 1341-1342.</p>
<p>Egli racconta che il popolo dei cumani si era imbattuto, duranti gli scavi per la fondazione della città, in una tomba dall&#8217;aspetto regale, che recava questa iscrizione: “<em><strong>Qui Partenope vergine sicula morta giace</strong></em>”. Si dice inizialmente la cosa spaventò i cumani alquanto, tanto da farli desistere dalla fondazione. Ma successivamente i “segni” li portarono a tornare sui propri passi. Vago?</p>
<p>Volete un indizio più preciso, procurato da un letterato più moderno? <strong>Martin Rua</strong>, nel suo best seller “<strong><em>I nove custodi del sepolcro</em></strong>”, dopo essersi debitamente informato sull&#8217;argomento, suggerisce che la tomba di Partenope si trovi semplicemente dove è detto sia: su uno scoglio (nascosto e sommerso) di Megaride. Commerciale?</p>
<p>Altre opzioni non mancano. Suggestiva quella che vuole la tomba di Partenope costruita sotto il <strong>tetto del teatro San Carlo</strong>, vuoi per la vicinanza al mondo del canto, vuoi per la vicinanza al mare, vuoi per la statua che la raffigura proprio sul tetto nell&#8217;atto di incoronare due entità alate quali la musica e la poesia. Surreale?</p>
<p>Allora rivolgiamoci a studiosi di indubbia serietà: il <strong>Pontano</strong> ed il <strong>Celano</strong>. Entrambi considerano decisiva una lapide millenaria, presente in <strong>San Giovanni Maggiore</strong>, che riporta questa iscrizione: &#8220;<em><strong>Omnigenum Rex Aitor Scs Ihs Partenopem tege fauste</strong></em>&#8221; (o sole che passi nel segno del mese di gennaio, generatore di tutti i beni, proteggi felicemente Partenope).</p>
<p>Sembrerebbe la risposta definitiva. Questa lapide apparterrebbe quindi alla tomba di Partenope. Gennaio oltretutto è il mese dell’anno in cui la costellazione della vergine è meglio visibile (e Partenope significa vergine). Ma appare alquanto strano che l’<strong>imperatore Adriano</strong> fece costruire il tempio dedicato ad <strong>Antinoo</strong>, proprio sul sepolcro di Partenope, tanto cara a <strong>Napoli</strong>.</p>
<p>Pertanto la risposta potrebbe essere un’altra. Il <strong>sepolcro di Partenope</strong> si trovava sotto la <strong>Chiesa di Sant’Aniello</strong>, a <strong>Caponapoli</strong>. A supporto di questa tesi, elementi concreti. In seguito ai bombardamenti del ‘44, crollò il pavimento della navata centrale, ed emerse da lì una Napoli fino ad allora sconosciuta. Mura greche del quarto secolo, romane del secondo, ritrovamenti di vario genere, tra cui lei, Marianna.</p>
<p><a href="https://www.vocedinapoli.it/2017/02/08/la-leggenda-donna-marianna-cape-napule/"><strong>Marianna, ‘a capa ‘e Napule</strong></a> (da cui Caponapoli), è conservata a Palazzo San Giacomo, nella sede del Comune di Napoli. Ma una copia antichissima fu estratta nel 1524 dalle fondamenta di <strong>San Giovanni a Mare</strong>, dove sembra la fece gettare l’<strong>imperatore Costantino</strong>, per eliminare ogni testimonianza di paganesimo dal suo regno.</p>
<p>La testa di Partenope, appartenente si ritiene ad una statua del suo sepolcro, rientrò lentamente a far parte del culto dei napoletani, tra alterne fortune. Nell&#8217;epoca della Repubblica Napoletana, fu addirittura mutilata e rimase senza naso. Successivamente il naso le fu ricostruito e si ricominciò ad attribuirle gli onori che le spettavano. Con un “ma”.</p>
<p>Per essere riaccolta nel cuore dei napoletani, Partenope fu costretta ad un “rito” di cristianizzazione. Nel 1800, quando si trovava di fronte alla <strong>Chiesa di Santa Maria dell’Avvocata</strong>, quella testa fu ribattezzata col nome cattolico di “Anna”. Dall&#8217;unione del nome della chiesa col secondo nome imposto tramite “battesimo” sui generis, nacque Marianna.</p>
<p>Resta il fatto che né le spoglie né la tomba di Partenope sono mai state ritrovate. E forse ci basta le cose stiano così come ce le descrive la leggenda: la sirena distesa sul golfo, che ne disegna la morfologia col corpo, la testa ad oriente, i piedi ad occidente. Ad essere ritrovate saranno ogni giorno le sue doti, che sono anche le nostre: l’amore, e l’orgoglio.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.vocedinapoli.it/2017/02/13/caponapoli-la-tomba-della-sirena-parthenope/">Caponapoli, è qui la tomba della Sirena Parthenope?</a> proviene da <a href="https://www.vocedinapoli.it">Voce di Napoli</a>.</p>
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		<title>La leggenda di &#8220;Donna Marianna&#8221;, ‘a Cape ‘e Napule</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Feb 2017 14:32:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[leggende]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Napoli è una città ricca di leggende ma quella di "Donna Marianna" conserva in sé tutto lo spirito contraddittorio di un popolo che ha mai saputo apprezzarla davvero [...]</p>
<p><a class=" understrap-read-more-link " href="https://www.vocedinapoli.it/2017/02/08/la-leggenda-donna-marianna-cape-napule/">Vai all'articolo<span class="screen-reader-text"> from La leggenda di &#8220;Donna Marianna&#8221;, ‘a Cape ‘e Napule</span></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.vocedinapoli.it/2017/02/08/la-leggenda-donna-marianna-cape-napule/">La leggenda di &#8220;Donna Marianna&#8221;, ‘a Cape ‘e Napule</a> proviene da <a href="https://www.vocedinapoli.it">Voce di Napoli</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quella che vi sto per narrare è una storia di amore ed odio, di mistero e leggenda, conclusasi a <strong>Palazzo San Giacomo</strong>. E&#8217; proprio a piazza Municipio, sul pianerottolo dello scalone centrale, nella sede del Comune di Napoli, che &#8220;<em><strong>Donna Marianna</strong></em>&#8221; ha trovato sistemazione definitiva. La testa di donna in marmo fu rinvenuta per caso, nel 1954, in un cantone di <strong>Piazza Mercato</strong>, vicino al mare. Subito si pensò, soprattutto grazie all&#8217;intervento di due scrittori vissuti all&#8217;epoca del ritrovamento, <strong>Carlo Celano</strong> e <strong>Giovanni Antonio</strong> <strong>Summonte</strong>, che si trattasse di una rappresentazione della <strong>Sirena Parthenope</strong>.</p>
<p>Nulla di più lontano dalla verità. In realtà, infatti, la scultura rappresentava una divinità pagana, <strong>Afrodite</strong> o <strong>Venere</strong> ed era, molto probabilmente, situata in un tempio dell&#8217;antica <em><strong>Neapolis</strong></em> romana. Nel Seicento però, poco dopo il suo ritrovamento a Piazza Mercato, il busto venne collocato su un piedistallo. I napoletani instaurarono sin da subito con la statua un rapporto di odio e amore. Durante le feste cittadine usavano adornarla con fiori e gioielli eppure sfogavano su di lei tutti i malumori di un popolo oppresso, poi tornata la calma rimediavano.</p>
<p>Fu così quindi che <strong>la rivolta di Masaniello</strong>, nel luglio 1647, &#8220;Donna Marianna&#8221; venne deturpata dal popolo riottoso che le staccò il naso e dalle soldataglie spagnole che, inferocite, le si scagliarono contro perchè simbolo della città. L&#8217;evento sconvolse così tanto i napoletani che decisero di dichiarare <strong>lutto cittadino</strong>. I marinai del mercato tentarono in tutti i modi di riparare i danni inflitti al busto senza però riuscirci. Il naso le fu ricostruito a regola d’arte solo nel 1879 grazie all&#8217;intervento di un patrizio napoletano, <strong>Alessandro di Miele </strong>il quale la fece sistemare su una base di piperno nei pressi della Chiesa di Sant&#8217;Eligio.<strong> </strong></p>
<p>I guai per &#8220;Donna Marianna&#8221; erano ancora lontani dall&#8217;essere definitivamente risolti. All&#8217;orizzonte nuovi nubi nere iniziarono ad addensarsi. Siamo all&#8217;epoca della <strong>Repubblica Napolitana</strong>, nel 1799. Il governo provvisorio approvato ed appoggiato dal comandante dell&#8217;esercito francese, veniva considerato, a tutti gli effetti, uno stato satellite della Francia. Il popolo fedele a Casa Borbone non vedeva quindi di buon occhio il busto della statua il quale venne identificato con la “<strong><i>Marianna</i></strong>” simbolo della Repubblica Francese. A salvarla fu come sempre quell&#8217;atavico e misterioso senso di rispetto dovutole che la faceva ritenere sacra.</p>
<p>Purtroppo, durante il <strong>Secondo Conflitto Mondiale</strong>, la zona della Marina e le vicine strutture portuali, esattamente dove era stata sistemata &#8220;Donna Marianna&#8221; dopo il restauro, divennero gli obiettivi preferiti dei bombardieri i quali non facevano altro che sganciare in zona il loro carico di morte e distruzione. Ancora una volta il busto marmoreo dovette fare i conti con il destino crudele. La sfortunata vicinanza al porto, infatti,  danneggiò ulteriormente la statua senza però distruggerla del tutto.</p>
<p>Fu solo nel 1961 che &#8220;Donna Marianna&#8221; poté dirsi definitivamente al sicuro. Quell&#8217;anno, infatti, la statua entrò a far parte della Collezione del <strong>Museo Filangieri</strong>. Dopo poco fu trasferita a Palazzo San Giacomo, dove attualmente ancora dimora, sempre su quel famoso pianerottolo dello scalone centrale&#8230; Il 24 giugno 2003 fu una data importante per &#8220;Donna Marianna&#8221; il busto poté, infatti, di nuovo tornare al suo antico quartiere perchè la statua fu posta all&#8217;entrata della<strong> Chiesa di San Giovanni a Mare</strong>.</p>
<p>Se il tempo non è stato magnanimo con la testa marmorea, non possiamo fare altro che intessere un discorso analogo sul rapporto instaurato tra i partenopei e <strong>‘a Capa ‘e Napule</strong>. &#8220;Donna Marianna&#8221;, infatti, non godeva della stima dei napoletani. Probabilmente il suo aspetto non proprio all&#8217;altezza delle aspettative ( la testa grossa e informe ) suscitava una certa reticenza nella popolazione che, col tempo, aveva iniziato a schernire chiunque avesse gli stessi difetti fisici con il detto &#8220;<em><strong>Me pare donna Marianna, &#8216;a cape &#8216;e Napule</strong></em>&#8220;.</p>
<p>Quello che non è ancora chiaro è quando e perchè il busto di pietra venne battezzato dai partenopei come &#8220;Donna Marianna&#8221;. Le ipotesi sono molte e tutte in contrasto l&#8217;una con l&#8217;altra. Secondo alcuni, infatti, l&#8217;appellativo le fu affibbiato durante l&#8217;Ottocento quando la statua venne collocata di fronte la chiesa di<strong> Santa Maria dell’Avvocata</strong>. Altri, invece, sono fermamente convinti nel far risalire l&#8217;origine di questo nome alla &#8220;Marianna&#8221;, simbolo della Repubblica francese. Ognuno ha la sua storia e le sue ragioni ma ‘a Cape ‘e Napule ne ha sempre una più degli altri.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.vocedinapoli.it/2017/02/08/la-leggenda-donna-marianna-cape-napule/">La leggenda di &#8220;Donna Marianna&#8221;, ‘a Cape ‘e Napule</a> proviene da <a href="https://www.vocedinapoli.it">Voce di Napoli</a>.</p>
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		<title>La leggenda delle scarpe consumate della Madonna Annunziata</title>
		<link>https://www.vocedinapoli.it/2017/02/07/la-leggenda-delle-scarpe-consumate-della-madonna-annunziata/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Feb 2017 16:15:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[leggende]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Leggenda o meno, miracolo o no, la leggenda delle scarpe consumate della Madonna Annunziata è una storia davvero singolare, ricca di fede e di devozione [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Uno dei tratti più teneri della <strong>Madonna</strong> è il suo ruolo di madre. Un ruolo che la avvicina a tante madri che hanno fatto esperienza dell’amore per i propri figli. Questa condivisione dello stesso sentire fa si che il momento dell’Annuncio, nel quale l’<strong>Arcangelo Gabriele</strong> rivela a Maria che sarà madre del Figlio di Dio, venga vissuto in maniera particolarmente emozionante da tante madri o aspiranti tali.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-48358 size-full" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/la-leggenda-delle-scarpe-consumate-della-madonna-annunziata.jpg" width="600" height="462" /></p>
<p>E non solo dalle madri. Tutti noi ci siamo ritrovati nell&#8217;infanzia ad immaginare quel momento: lo splendido angelo che scende lentamente dal cielo, la Madonna che lo accoglie con calma ed umiltà, come se di fronte a lei non vi fosse un prodigio più unico che raro, la voce dell’Arcangelo, la risposta di Maria. A <strong>Napoli</strong> la devozione per la Santissima Annunziata ha delle ragioni che vanno oltre questo semplice immaginario.</p>
<h2><strong>LA REAL CASA DELL’ANNUNZIATA</strong></h2>
<p>Ragioni molto concrete, riassunte in una frase ed in secoli di storia: “<em>A Santa Annunziata, tutto ‘o popolo è saziàt</em>”. Il detto popolare si riferisce all&#8217;iniziativa oggi commemorata ogni 25 di marzo, ma intrapresa nel 1304 da due giovani fratelli napoletani, <strong>Nicolò e Jacopo Scondito</strong>, quando i due provarono ad arginare il dilagante fenomeno dell’abbandono di minori.</p>
<p>Successivamente si occupò dell’iniziativa la <strong>Congregazione della Santissima Annunziata</strong>, finché Roberto d’Angiò, sollecitato da sua moglie la regina Sancia di Majorca, non le riconobbe un valore giuridico preciso, rinominandola <strong>Real Casa dell’Annunziata</strong> di Napoli. Soprattutto in seguito al riconoscimento statale ufficiale, la Congrega necessitava di sedi ufficiali.</p>
<h2><strong>LA BASILICA DELLA SANTISSIMA ANNUNZIATA MAGGIORE</strong></h2>
<p>Gli Angioini non perdettero tempo, e la sede più importante fu costruita a Napoli: si trattava della <strong>chiesa di Sant’Annunziata</strong>, in Via dell’Annunziata 34. Passata attraverso incendi e bombardamenti, giunge ai giorni nostri in perfette condizioni grazie ai numerosi restauri, e regala gioie per gli occhi quali Cappella del Tesoro e Cappella Carafa, una scultura in legno del 1300 (la Madonna dei Repentiti, altrimenti detta “<strong>Mamma Chiatta</strong>”.)</p>
<p>Più che le meraviglie artistiche, però, ha contribuito alla notorietà della chiesa la cosiddetta “<em><strong>Ruota degli Esposti</strong></em>”. In questa specie di ruota di legno orizzontale venivano adagiati i neonati da parte di chi non aveva intenzione o possibilità di tenerli. I registri del convento non segnano nomi (per forza di cose, sconosciuti), ma caratteristiche: morfologia, peculiarità fisiche, eventuali oggetti, tutto quanto potesse essere utile ad un futuro riconoscimento del neonato da parte della famiglia.</p>
<p>I neonati affidati alle cure delle suore dell’Annunziata venivano chiamati <strong>Figli della Madonna</strong>, Figli d’a Nunziata, o semplicemente “Esposti”, da cui “Esposito”, che nel tempo è diventato uno dei cognomi più diffusi a Napoli (e questo la dice lunga sulla portata del fenomeno legato all&#8217;abbandono di minori, protrattosi per secoli).</p>
<p>Se i fratelli Scondito provarono a far qualcosa di caritatevole per aiutare i bambini abbandonati, chi usò tutt&#8217;altre maniere fu <strong>Gioacchino Murat</strong>, avviando quel processo che portò alla chiusura della Ruota degli Esposti nel 1875. Le madri napoletane intenzionate a non allevare i propri figli, spesso per indigenza estrema, non cambiarono però le proprie abitudini: cominciarono a lasciare neonati sulle scale della Chiesa, anziché nella ruota.</p>
<h2><strong>LE SCARPE CONSUMATE DELL’ANNUNZIATA</strong></h2>
<p>La fiducia nelle suore che operavano all&#8217;interno della Basilica dell’Annunziata, ereditata dalla fiducia nell&#8217;aiuto della Madonna, è testimoniata dal calore con cui viene percepita <strong>la festa dell’Annunciazione</strong> <strong>a Napoli</strong>, il 25 Marzo, e da una credenza molto particolare. Si dice che di notte la statua della Madonna presente nella Basilica dell’Annunziata si aggiri tra le vie della città per portare sostegno e conforto ai meno fortunati, soprattutto bambini.</p>
<p>L’instancabile opera di bene le procura però un problema: le <strong>suole delle sue scarpe</strong> si consumano. Si può e si deve credere questa sia solo una leggenda. Ma le suole delle scarpe risultano effettivamente consumate, man mano che trascorrono i mesi. Una volta all&#8217;anno, quindi, le scarpe della Madonna vengono sostituite con scarpe nuove.</p>
<p>E le vecchie? Vengono donate a genitori che hanno figli malati gravemente, per fornire un aiuto ed una speranza in più. Le <strong>scarpe dell’Annunziata</strong>, per quanto logore, continuano incessantemente il loro cammino, anche se ufficialmente dismesse. Come continua incessante la devozione di chi crede profondamente nella Madonna dell’Annunziata a Napoli, affidandole i propri figli.</p>
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