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Stop alla riforma e pochi agenti penitenziari, è caos in carcere

Napoli fa caldo. È da qualche giorno che l’afa estiva si è impadronita del clima in città. Quell’umidità appiccicosa che come nemico ha soltanto il vento che ogni tanto si solleva dal mare e procura sollievo e frescura. Ma siamo a luglio, è giusto che sia così. Si sta avvicinando la “stagione”, è ora di mare e di prendere la tintarella sotto al sole.

Ma c’è un luogo dove di questi tempi si sta davvero male. Un posto dove al peggio non c’è mai fine, dove il sudore è una piaga difficile da curare. Stiamo parlando del carcere, della prigione. Di un “mostro di ferro e cemento” in cui anche la speranza che dovrebbe essere l’ultima a morire, in questi mesi preferisce essere latitante.

Perché è questo lo stato d’animo di chi è costretto a stare dietro le sbarre. Agenti, volontari e detenuti. L’intera comunità penitenziaria d’estate è protagonista di una tragedia, di un dramma che affligge da anni questo paese dal punto di vista umano. Una situazione prossima alla catastrofe e contro la quale la politica non è stata in grado di rimediare.

Non è un caso che questo periodo bollente sarà il più rovente di sempre. Sono passati ormai 5 mesi da quando l’ultimo governo, quello con premier Paolo Gentiloni per intenderci, ha lasciato al palo la riforma dell’ordinamento penitenziario. Un pacchetto di provvedimenti che sarebbero stati approvati per decreto da parte dell’esecutivo, così come stabilito dal Parlamento e senza inutili tam tam nelle varie commissioni.

Invece, la timidezza della politica e la paura di perdere ancora più voti e consenso, ha trasformato i nostri governanti in pecore tremanti di fronte ai leoni del giustizialismo che con la bava alla bocca hanno ruggito per il motto della “certezza della pena” dimenticando la “certezza del diritto“. Ed ora? Niente, per adesso bisogna attendere che il governo e il parlamento diano seguito alle dichiarazioni del neo ministro di Grazia e Giustizia Alfonso Bonafede che ha dichiarato di volersi occupare della faccenda in tempi brevi, affermando anche che molti punti della riforma saranno cambiati o cancellati.

Eppure, questa riforma avrebbe semplicemente reso più umana la vita dentro le carceri. Avrebbe permesso a quei detenuti che rispettano specifici requisiti, di poter usufruire di pene alternative. Avrebbe permesso di allargare la forbice di coloro che sperarano di iniziare un lavoro dietro le sbarre. Avrebbe favorito e reso più facile le spinose procedure per i colloqui familiari. Ma attenzione, il tutto non è certamente automatico. Quando si è bollata tale riforma come una banale “svuota carceri” si è semplicemente affermata una colossale bugia. Semplicemente perché tutto resterà al vaglio delle decisione del magistrato di sorveglianza. Addirittura il decreto è incompleto, in quanto non è stata approvata la parte dedicata al diritto alla sessualità in carcere e non è stata considerata la detenzione minorile.

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Così, tra rivolte, violenze tra detenuti e nei confronti degli agenti penitenziari e tentativi di suicidio di cui molti – purtroppo – andati anche a buon fine, all’interno delle carceri nostrane stiamo assistendo ad un vero e proprio caos. Una situazione esplosiva, un’ escalation di aggressività e rabbia che potrebbe comportare conseguenze ben peggiori di quelle che stiamo leggendo dalle ultime notizie di cronaca. Un incendio che sta iniziando a divampare anche all’interno degli istituti di pena minorili.

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Ad oggi le prigioni sono ancora vittime del sovraffollamento, con tanti detenuti ancora in attesa di giudizio o sottoposti al regime di carcerazione preventiva. Gli agenti penitenziari sono costretti a lavorare in sotto numero e con scarse risorse. I volontari e le associazioni che si occupano di questo tema delicato e complesso sono lasciati da soli. Di conseguenza, il carcere è di fatto un emergenza sociale. Un tema troppo importante per continuare a fare finta di nulla. Eppure, in Italia, sono in pochi ad essersene accorti e a fare qualcosa in merito. Tutti gli altri non sanno o fanno finta di non sapere. Il che è molto peggio.

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redazione

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