Tutto ha avuto inizio, almeno per quanto ha riguardato questa triste domenica calcistica, nel pomeriggio in piazzale Tecchio. Gli ultras del Napoli, come annunciato, hanno manifestato contro la società guidata dal presidente Aurelio De Laurentiis all’esterno dello stadio Diego Armando Maradona. Cori, bandiere, fumogeni e striscioni: tutto quello che non poteva fare ingresso all’interno della struttura sportiva di Fuorigrotta.
Ma il peggio è avvenuto all’interno dello stadio. Innanzitutto, come già accaduto contro la Lazio, mentre ai gruppi organizzati partenopei è stato vietato di portare sugli spalti quel materiale di cui sopra, ai tifosi avversari non è stata applicata la stessa misura: nel settore ospiti sono stati visti e sentiti fumogeni, bandiere e tamburi.
Dunque, primo interrogativo: perché ai tifosi in trasferta è consentito ciò che è vietato a quelli di casa? Qualcuno dovrà rispondere. Ma di sicuro la risposta data dagli ultras non è stata quella più opportuna. Quando in curva B si sono accesi gli animi ed è scattata una lite con rissa, la stagione del Napoli ha vissuto il suo paradosso più alto e momento più basso.
Prima gli screzi tra gruppi ultras diversi sul come gestire questa fase di protesta. Poi il malumore si è esteso coinvolgendo gli altri tifosi, estranei alle logiche dei gruppi organizzati. Giovani, coppie e papà con figli costretti a subire la violenza e il fanatismo dei soliti noti. “Giratevi di spalle“, “Qua non potete stare“, “Via quella sciarpa“, “Non cantate“. I soliti diktat che le persone devono subire come una vera e propria aggressione.
Così chi ha speso 100€ per andare insieme al proprio figlio in curva è stato ostaggio, prima del risultato, poi della brutta atmosfera che si è respirata dentro il Maradona. A dimostrarlo le voci dei tifosi del Milan che si sono sentite per tutti i 90 minuti del match (incoraggiate anche dall’esito della sfida). Tra l’altro gli ultras rossoneri hanno manifestato solidarietà nei confronti di quelli napoletani urlando cori contro De Laurentiis. Come si può risolvere il problema?
Come si possono garantire insieme tifo e sicurezza? Come si può far posto agli ultras senza che essi sprigionino la loro violenza? Perché è vera anche un’altra cosa: chi organizza il tifo, in casa e in trasferta, sono loro. Questo è da salvare. Sono da condannare, invece, quelli che si danno appuntamento negli autogrill per picchiarsi o che impongono le loro regole agli altri paganti. Che come loro sono tifosi con gli stessi diritti e doveri. Anche se allo stadio non ci vanno sempre.
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