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“Mi ammazzo”, le lettere di Pippotto dal carcere. La famiglia: “Vogliamo verità e giustizia”

Se fossimo convinti della sua colpevolezza saremmo i primi a volere l’ergastolo per Domenico. Ma mio fratello è innocente. La condanna è stata basata su un’unica prova: le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia“, così al telefono con Vocedinapoli.itRamon D’Andrea, fratello di Domenico alias ‘Pippotto.

Quest’ultimo è stato protagonista di alcune cronache recenti. Era lo scorso sette maggio quando D’Andrea, detenuto presso il carcere di Perugia, è riuscito ad evadere. Una fuga durata molto poco. Dopo 24 ore, il giorno successivo, Pippotto  è stato trovato e riportato in prigione.

Le lettere dal carcere di Pippotto

Proprio in questi giorni sono emerse delle lettere scritte da lui in cella e recapitate alla sua famiglia. All’interno D’Andrea ha manifestato una grande insofferenza per la detenzione. Ha addirittura ‘minacciato’ il suicidio. Quelle parole hanno fatto saltare il cuore in gola ai suoi parenti.

È stato mio fratello Lino ad averle portate in casa – ci ha raccontato Ramon D’Andrea – Immediatamente, tramite il nostro avvocato, abbiamo allarmato l’amministrazione penitenziaria che ha subito attivato nei confronti di Domenico un regime speciale di controllo e sicurezza“.

Le lettere dal carcere di Pippotto: i fatti

Torniamo al 2006, l’anno in cui Domenico D’Andrea è stato arrestato per omicidio. ‘Pippotto è stato condannato all’ergastolo, dopo un processo sviluppatosi per tutti e tre i gradi di giudizio. La pena gli fu inflitta per l’assassinio di Salvatore Buglione, morto al Vomero a causa di un violento tentativo di rapina.

D’Andrea, avendo già scontato dieci anni di detenzione, ha potuto usufruire di alcuni permessi. Come quello, ad esempio, di poter svolgere attività lavorative all’esterno del carcere. “Mio fratello è detenuto dal 2006 – ha detto Ramon D’Andrea – La sua sentenza definitiva è arrivata dopo solo circa due anni di processo. Non c’erano sul posto video camere di sorveglianza, non è stata trovata l’arma del delitto. Sappiamo solo che da quel giorno Domenico fu fermato, portato in questura e poi in carcere“.

Quello che stiamo chiedendo – ha concluso Ramon D’Andreaattraverso le possibilità che può darci la legge, è una revisione del processo e di togliere ogni dubbio da questa vicenda. Vogliamo semplicemente verità e giustizia per mio fratello“.

redazione

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