La frittata di ‘scammaro’ è piatto povero della cucina napoletana ormai caduto in disuso. Eppure, mai come in questo periodo, sarebbe d’uopo tirare fuori dal cassetto questa gustosissima ricetta nel cui nome “scammaro” è racchiuso tutto il mistero della sua origine. Durante la Quaresima, i fedeli cattolici sono tenuti al digiuno e all’astinenza dalla carne, eppure qualche strappo alla regola, di tanto in tanto, è concesso, soprattutto per motivi inerenti alla salute. Ed è così che alcuni monaci ricevevano il permesso di mangiare questo alimento a patto però che lo facessero nella loro camera in modo tale da non turbare gli altri confratelli.
La stanza si trasforma in “‘a cammera” nel dialetto napoletano e il verbo “cammerare” assunse quindi il significato di mangiar di grasso. La conseguenza logica di questi mutamenti linguistici fu che il termine “scammerare” divenne, al contrario, sinonimo di mangiar di magro. A nessuno però piace cenare o pranzare leggero e fu così che il clero, obbligato al digiuno ecclesiastico durante la Quaresima, domandò al Duca di Buonvicino, Ippolito Cavalcanti, una ricetta che fosse sì di magro ma che restasse ugualmente saporita al palato.
Nacque così l’ormai dimenticata ricetta della frittata di “scammaro” che non prevedeva l’utilizzo delle uova. Proprio per tale motivo bisogna prestare una certa attenzione, durante la sua preparazione, alla cottura. La pietanza infatti va a messa su un fuoco dolce e bisogna ruotare spesso la padella sul fornello in modo tale daottenere una doratura omogenea.
300 grammi di Vermicelli
100grammi di olive Gaeta
50 grammi di capperi
50 grammi di uvetta
50 grammi di pinoli
2 o 3 alici sotto sale o sott’olio
olio evo
1 spicchio d’aglio
sale
pepe
prezzemolo
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