Sono passati due anni dalla tragica morte di Debora Galluccio, la giovane mamma di 34 anni che lascia tre figli. La donna, in ospedale al Cardarelli di Napoli per un ciclo di chemioterapie, aveva contratto il virus.
Il marito e i parenti non si danno pace e chiedono giustizia. Con una nota al nosocomio napoletano, l’avvocato Maddalena De Rosa chiede risarcimento di tutti i isarcimento di tutti i danni non patrimoniali e patrimoniali. “Gravi carenze, non soltanto strutturali, ma soprattutto organizzative e gestionali che, come sarà dimostrato in corso di giudizio, hanno determinato nella struttura un focolaio di infezione da COVID 19, che ha condotto alla morte più pazienti, anche dello stesso reparto”, ha precisato l’Avv. De Rosa.
Debora Galluccio, venne ricoverata il 7 dicembre presso il reparto di ematologia del Cardarelli. Dopo un tampone con esito negativo la donna, affetta da leucemia, iniziò il ciclo chemioterapico ma dopo una settimana venne eseguito un nuovo tampone: questa volta era positivo. La donna fu isolata e trasferita in un reparto Covid. Nel pomeriggio del 14 dicembre iniziò la febbre e le condizioni di salute si aggravarono fino al decesso, avvenuto il 27 dicembre. Secondo il parere del medico legale, redatto dal Prof. Dott. Maurizio Municinò: “Debora, che in quanto soggetto immunodepresso richiedeva una maggiore prudenza e diligenza nell’assistenza, contrasse l’infezione da SARS COV2 con conseguente sviluppo di polmonite interstiziale bilaterale, grave insufficienza respiratoria ed exitus da arresto”.
Il marito Stefano, sottolinea: “Debora era malata, ma con l’aiuto dei medici stava migliorando e a breve si sarebbe dovuta sottoporre a cure sperimentali che le avrebbero consentito di crescere con me i nostri figli, purtroppo tutto questo ci è stato strappato. Una orribile beffa, se consideriamo anche i mesi di isolamento a cui è stata costretta in ospedale senza poter vedere i nostri bimbi e tutti noi, quando nel frattempo era possibile per chiunque e in qualsiasi momento accedere all’Ospedale, perfino nelle stanze di degenza posizionate lungo il corridoio.”
“Debora purtroppo non è stata l’unica vittima di quel focolaio. Mi batterò – conclude Cesaro – affinché non ve ne siano altre. Noi abbiamo perso tutto e siamo stati condannati all’ergastolo del dolore, ma nessuna altra famiglia dovrà perdere un proprio caro per l’irresponsabilità di chi, per lavoro e per coscienza, la vita dovrebbe preservarla”.
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