Effetti del caldo sul Coronavirus: “I climi più afosi non rallenteranno il virus”

Il professor Paolo Ascierto condivide i risultati di uno studio secondo cui il caldo non sarebbe un freno per il Coronavirus, come in molti speravano. Secondo uno studio americano, infatti, è “improbabile” che le variazioni del clima abbiano un ruolo importante nella prima ondata di Covid-19. Queste le conclusioni di uno studio dell’Università di Princeton, pubblicato su ‘Science’. I ricercatori affermano che, dato il vasto numero di persone ancora vulnerabili a Sars-CoV-2, e la velocità con cui si diffonde il virus, le condizioni climatiche al momento non riusciranno a incidere più di tanto sul tasso di infezione.

Studio americano sugli effetti del caldo sul Coronavirus

Prevediamo che climi più caldi o più umidi non rallenteranno il virus, almeno nella fase iniziale della pandemia”, ha dichiarato la prima autrice dello studio, Rachel Baker, del Princeton Environmental Institute (Pei). “Vediamo una certa influenza del clima sulla dimensione e sui tempi della pandemia. Ma in generale, poiché c’è ancora una larga fetta di popolazione vulnerabile, il virus si diffonderà rapidamente, indipendentemente dalle condizioni climatiche”.

La rapida diffusione del coronavirus in Brasile, Ecuador, Australia e altre nazioni nei tropici e nell’emisfero australe – dove il virus è arrivato durante la stagione estiva – indicano inoltre che temperature più calde faranno davvero poco per fermare la pandemia, ha aggiunto Baker. “Non sembra che il clima stia regolando la diffusione” del virus “in questo momento. Naturalmente non sappiamo ancora come la temperatura e l’umidità influenzino la trasmissione del virus, ma riteniamo improbabile che questi fattori possano arrestarne completamente la trasmissione, in base a ciò che vediamo negli altri virus”, ha detto.

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L’esperienza con altri virus suggerisce inoltre che, senza un vaccino o altre misure di controllo, Covid-19 diventerà probabilmente sensibile ai cambiamenti stagionali solo dopo la riduzione del numero ‘ospiti’ vulnerabili, ha spiegato il coautore Bryan Grenfell. “I coronavirus umani noti, come quello del comune raffreddore, dipendono fortemente da fattori stagionali, con un picco in inverno al di fuori dei tropici”, ha ricordato Grenfell. “Se, come sembra probabile, il nuovo coronavirus è allo stesso modo stagionale, potremmo aspettarci che si stabilizzi per diventare un virus invernale man mano che diventa endemico nella popolazione”.

L‘andamento della pandemia nei prossimi mesi sarà influenzata dunque da “fattori introdotti dall’uomo, come gli interventi non farmaceutici per ridurre il contatto“, ma anche da elementi ancora incerti “come la forza e la durata dell’immunità dopo l’infezione”, ha aggiunto Grenfell. “Con lo sviluppo della conoscenza della risposta immunitaria, speriamo di essere in grado di prevedere gli effetti della stagionalità in modo più accurato”.

I ricercatori hanno eseguito delle simulazioni su come la pandemia reagirebbe ai vari climi in tutto il mondo, ipotizzando tre scenari. Nel primo il nuovo coronavirus ha la stessa sensibilità climatica dell’influenza, nel secondo e nel terzo scenario a Sars-CoV-2 è attribuito lo stesso ‘comportamento’ dei coronavirus umani OC43 e HKU1, causa del comune raffreddore. In tutti e tre gli scenari, il clima è diventato un fattore rilevante solo quando ampie porzioni della popolazione umana erano diventate immuni o resistenti al virus. “Più aumenta l’immunità nella popolazione, più ci aspettiamo che aumenti la sensibilità del patogeno al clima”, ha concluso Baker.

redazione

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