La storia di Giuseppe, malato e chiuso in cella: “Col virus può morire”. Il ‘giallo’ della relazione sanitaria

È stato condannato in appello a 5 anni di reclusione per associazione a delinquere e truffa. Sul procedimento ha in parte inciso una piccola recidiva. Dopo aver ammesso le proprie responsabilità davanti ai giudici ha già scontato 14 mesi in carcere dimostrando una condotta impeccabile.

Ma c’è un elemento che più degli altri sta caratterizzando la sua vita. Si tratta di una malattia cronica che sta distruggendo le sue difese immunitarie. Lui si chiama Giuseppe R., ha 52 anni ed è detenuto presso il penitenziario di Santa Maria Capua Vetere in provincia di Caserta.

L’APPELLO – È stato suo figlio a lanciare l’allarme. Il giovane ha contattato la redazione di VocediNapoli.it affinché sia raccontata questa vicenda e venga lanciato un appello: “Mio padre ha bisogno di cure e soprattutto di una visita medica specialistica. Inoltre, la pena detentiva dovrebbe essergli tramutata nel regime degli arresti domiciliari. Soprattutto oggi, considerata l’emergenza causata dal coronavirus“.

LA MALATTIA – Giuseppe è affetto dal lupus, una patologia per definizione, “di natura autoimmune, che può colpire diversi organi e tessuti del corpo. Come accade nelle altre malattie autoimmuni, il sistema immunitario produce autoanticorpi che, invece di proteggere il corpo da virus, batteri e agenti estranei, aggrediscono cellule e componenti del corpo stesso, causando infiammazione e danno tissutale. Colpisce spesso il cuore, la pelle, i polmoni, l’endotelio vascolare, fegato, reni e il sistema nervoso (ndr)”.

Il lupus è difficilmente prevedibile rispetto ai sintomi, non ha cure certe ma è possibile combatterlo e controllarlo attraverso un trattamento farmacologico specifico. Una soluzione di complessa attuazione dentro le mura di un carcere. “Al mio cliente sono state prescritte tre visite mediche dal personale sanitario del carcere. – ci ha detto l’avvocato difensore di Giuseppe, S.G.– Ma i controlli non sono mai stati effettuati“.

IL CASO GIUDIZIARIO E LA RELAZIONE SANITARIA – Ad oggi Giuseppe è stato considerato dall’autorità giudiziaria idoneo al regime carcerario. “Il giudice della Corte d’Appello – ci ha raccontato il suo legale – ha ritenuto la compatibilità senza acquisire la relazione sanitaria dal carcere e senza nominare un perito che possa valutare la effettiva compatibilità delle condizioni di salute di Giuseppe col regime carcerario“.

L’avvocato S.G. ha già pronta una nuova richiesta, “un’istanza che sarà una reiterazione della precedente. Insisteremo per ottenere la nomina di un medico e preliminarmente sulla necessità di richiedere una relazione medica aggiornata all’istituto penitenziario“.

LA ‘MALA-GIUSTIZIA’ ITALIANA – Il caso del 52enne è uno dei tanti che da anni sta caratterizzando lo stato di disumanità che ha colpito l’intera comunità penitenziaria. Scarsa igiene, mala sanità, sovraffollamento e suicidi. Piaghe che si sono abbattute come condanne a vita per detenuti e agenti. Sono scoppiate circa un mese fa le rivolte in moltissime carceri d’Italia. Episodi balzati all’onore delle cronache nazionali solo per un motivo: l’emergenza causata dal coronavirus. Problematica che dentro un luogo come i penitenziari potrebbe diventare una vera e propria bomba biologica.

Sono molti i paesi che nel mondo hanno avviato processi di scarcerazione (delimitati a specifici detenuti colpevoli per aver commesso reati minori), e tra essi figurano – addirittura – stati come l’Iran, la Turchia e la Tunisia. In Italia il Ministro Alfonso Bonafede e il Governo del quale sta facendo parte, sono del tutto sordi e ciechi rispetto a tale argomento. La realtà è che quello dei penitenziari è un dramma che le istituzioni nostrane hanno abbandonato da decenni.

La politica ha preferito, al rispetto dell’articolo 27 della Costituzione (La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato), il continuo inseguimento del consenso elettorale. I partiti (non tutti) hanno barattato per un pugno di voti la vita di migliaia di persone.

LEGGI ANCHE – Il narcos che ha messo fine alle rivolte

redazione

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