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Carmela Sermino, vedova Veropalumbo: “Troppi anni per la verità, ora voglio giustizia”

Sono due le domande che sta continuando a farsi Carmela Sermino, vedova di Giuseppe Veropalumbo, ucciso il 31 dicembre 2007Torre Annunziata. La prima: “Perché se la pistola che ha ammazzato mio marito è stata trovata nel 2008, solo 10 anni dopo sono stati fatti nuovi rilievi per le indagini?“. La seconda: “Dopo 13 anni a causa della burocrazia mio marito ancora non è stato ufficialmente riconosciuto come vittima innocente della camorra. Perché?“.

Sono interrogativi che potrebbero presto, ci auguriamo, trovare una risposta. Una prima svolta relativa a questo caso spinoso c’è stata poco più di un anno fa, quando – appunto – l’autorità giudiziaria ha autorizzato dei nuovi rilievi scientifici sul luogo del delitto. L’ausilio di droni e nuove strumentazioni hanno permesso di trovare alcune ogive conficcate nell’edificio dove vive la Sermino. Di conseguenza sono stati effettuati dei nuovi esami balistici.

Poi è entrato in gioco Michele Palumbo, collaboratore di giustizia e pentito del clan Gionta. Le sue dichiarazioni hanno dato maggiore spinta alle indagini. Protagonista delle sue ‘confessioni’ ai magistrati una telecamera che avrebbe ripreso il padre di una delle persone, al momento detenute, e forse responsabili della morte di Veropalumbo. “Palumbo già collabora da tempo con la giustizia ed ha già reso in passato alcune dichiarazioni riguardo il caso di mio marito. – ha detto a Vocedinapoli.it la Sermino – i riscontri fatti dagli investigatori hanno reso la sua figura di pentito attendibile“.

Queste telecamere è stata installata anni fa sull’attico del palazzo dove abito. – ha continuato la Sermino Si tratta di un edificio di 12 piani e noi abitiamo al nono. Gli inquirenti hanno chiesto gli atti dell’epoca per risalire alla documentazione che approvò l’installazione di queste telecamere. Purtroppo, il portiere di allora non c’è più, è stato stroncato da una malattia“.

Quando abbiamo chiesto alla Sermino cos’è che la spinge ad andare ancora avanti in questa battaglia per la verità, non ha avuto esitazioni: “La mia è una lotta per avere giustizia. Non per me, ma per mia figlia Ludovica che ha perso il papà quando aveva 14 mesi. Per l’intera comunità torrese troppe volte schiacciata da questi fatti di camorra. E per lo Stato che al momento sta uscendo ancora sconfitto. Io posso soltanto dire che avrò pace quando saranno chiari movente e responsabili di ciò che è accaduto. Sono 350 le vittime innocenti di camorra, per un lutto del genere, finché non scopri la verità ed ottieni giustizia, non riesci a farti una ragione“.

redazione

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