Il Sindaco del Rione Sanità di Mario Martone conquista Napoli e pone le basi per la svolta avanguardista della filmografia partenopea

Un unico straordinario atto, racchiuso in cento sessantanove minuti di pellicola, scanditi da un solo ed incessante dubbio che arrovella la mente dello spettatore: “Antonio Barracano”, nel film interpretato da un eccellente Francesco Di Leva, “è o non è un uomo e un capoclan giusto?”. Questo il dilemma della sempre più moderna camorra napoletana, rappresentata nell’avanguardistico film di Mario Martone.

Un chiodo fisso insomma, la domanda, che pone a chi guarda, ogni singola scena del film. Una domanda che sorge e resta per tutto il tempo in sottofondo, sapientemente sottolineata da lunghi ed intensi dialoghi, scanditi in un dialetto fluido proferito “a manetta” dagli attori e nei volti, intrappolati da intensi primi piani del protagonista e dalle mimiche facciali di un cast d’attori d’eccezione, che dal primo all’ultimo, hanno riportato sapientemente in vita i personaggi delineati nell’opera compiuta dal genio Eduardo De Filippo.

Ma non basta. Di tale quesito, ne sono pienamente consapevoli i personaggi stessi, i cd. “ignoranti” direbbe Eduardo, complice di un lontano passato letterario che sa di Verga e del ciclo dei “vinti”, gli sconfitti dalla società che ruotano intorno al Sindaco del Rione Sanità.

A partire dal suo amico, intimamente nemico, Dott. Fabio Della Ragione (interpretato dal grande Roberto De Francesco), che rimasto affascinato dalla camorristica filosofia di vita del capoclan napoletano, resta al suo fianco in difesa degli ultimi, pur tuttavia perennemente combattuto e sull’orlo di una crisi di nervi, in cerca di una nuova vita, di un’esistenza libera, che gli consenta di trovare, fosse anche oltre oceano, una risposta “diversa” a quell’interrogativo che lo assilla.

Ma quello che colpisce di questa modernissima versione del capolavoro teatrale di De Filippo è il “new mode” di risoluzione dei problemi di una città complicata come quella di Napoli che ha ancora una volta bisogno dell’autorità di un padre illegale che li attende in fila alla porta della sua casa abusiva e che, sebbene mostri “teatralmente” a tutti loro, disprezzo per chi ricorre all’uso delle armi, non fa a meno di circondarsi di bracci umani e mandibole affamate potentemente addestrati entrambi.

Lo sanno bene la piccola Geraldina, interpretata da un’esordiente Morena Di Leva, il figlio Gennaro, alias Domenico Esposito e i soldati di turno Catiello, ovvero Adriano Pantaleo e Peppe Sciusciù’, Domenico Baselice che attendono da sempre il loro momento, il momento di passare dalle parole ai proiettili, dal suono delle “mazzate” all’eco della musica che arriva fino in fondo alla piscina su in giardino, tappando le orecchie e coprendo gli occhi dei più piccoli innanzi all’ennesima lezione di vita che il Sindaco deve dare a chi ha sgarrato, a chi si è sottratto alla sua autorità, giurisdizionalmente vincolante per chi vive nella Sanità.

Ma, più di tutto, soprattutto, domina nel film l’idea della famiglia. Una famiglia dove i panni sporchi devono lavarsi anche a costo di sacrificare il proprio sangue, come ben insegna il caso Rafiluccio Santaniello, alias Salvatore Presutto, contro Arturo Santaniello, magistralmente interpretato da un eccelso Massimiliano Gallo che con la sua flemmatica e al tempo stesso carismatica compostezza ha saputo regalare al proprio personaggio una recitazione arrogante, o meglio ancora da “carogna quanto basta”, che sa comunque di eleganza e compitezza mediocre alto borghese. Una chicca. L’Arturo Santaniello del duemila, non gronda di sudore, non si morde la bocca e non lancia occhiatacce. Arturo Santaniello tiene testa al Sindaco, lebbra serrate, senza arretrare di un solo passo, lo disarma con estrema e lucida freddezza frapponendo tra loro una altrettanto fredda e spietata lama di coltello, cadendo così molto più in basso di Antonio Barracano.

Ed è proprio questo a segnare la sconfitta del capoclan, e a sugellare la vittoria e il tradimento dell’ignoranza che ancora una volta impedirà la realizzazione del sogno avanguardista del Sindaco del Rione Sanità. Realizzare cioè un mondo meno rotondo e molto più quadrato.

Pazienza. C’è riuscito in termini filmografici, ancora una volta, il grande Mario Martone che ha in progetto di creare una serie di film dedicati alle opere di de filippiana memoria e che ci auguriamo tutti di ammirare al più presto sul grande schermo perché quando un film è di successo, l’uno tira l’altro.

Maria Grazia Celardo

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