Uccisero Vincenzo Di Napoli, andarono a mangiare nel solito posto dove si ritrovavano e il giorno successivo si recarono dal padre della vittima per fare le condoglianze e allontanare possibili sospetti, facendoli ricadere su “quelli del Rione Sanità“.
Sono i dettagli, agghiaccianti, che emergono dall’ordinanza che ha portato nella giornata di lunedì 24 settembre gli agenti della Squadra Mobile di Napoli a eseguire ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di Ciro Perfetto, Antonio Buono, Mariano Torre, Carlo Lo Russo, Antonella De Musis e Antonio Montepiccolo, tutti coinvolti nell’omicidio di Vincenzo Di Napoli, 25 anni, ammazzato a Miano il 9 dicembre 2015 perché i suoi sodali, e soprattutto Ciro Perfetto, temevano che potesse pentirsi o allontanarsi dal clan Lo Russo dopo la stesa che mesi prima provocò la morte dell’innocente Genny Cesarano, avvenuta il 6 settembre 2015 in piazza San Vincenzo nel Rione Sanità.
E’ una gruppo di fuoco senza scrupoli quello facente capo a Carlo Lo Russo. A ricostruire la vicenda è lo stesso boss pentito e Mariano Torre, killer del clan tra il settembre 2015 e l’aprile 2016 seminò il panico nell’area che va dal Rione Sanità a Miano.
“Feci quell’omicidio a malincuore, quando me lo chiese Ciro Perfetto, mi limitai a fargli notare che stavamo andando ad ammazzare uno di noi. Poi ricordai allo stesso Perfetto che non dovevamo mettere un ragazzo come Di Napoli nel gruppo di quelli che andavano a sparare alla Sanità”. Questo il racconto di Mariano Torre ai magistrati.
Particolari e circostanze confermate dallo stesso Carlo Lo Russo (pentitosi pochi mesi dopo l’arresto) che diede l’ok a Perfetto per portare a termine un omicidio che “ho compiuto a malincuore e spiego come è stato deciso. È stato Ciro Perfetto a volere che venisse ucciso, pronunciando testualmente queste parole: si deve ammazzare Vincenzo Di Napoli. Io rimasi sorpreso perché Vincenzo era uno di noi e gli chiesi per quale motivo dovevamo ucciderlo. Ciro mi spiegò che lo vedeva strano nel senso che non usciva di casa, non stava più in mezzo a noi e non aveva più fiducia in lui. Io non capivo e allora Ciro fu ancora più preciso, facendo riferimento alla partecipazione di Vincenzo all’omicidio di Genny Cesarano”.
Dopo l’omicidio la messa in scena: i killer andarono a casa del padre, Aniello Di Napoli, per un abbraccio fraterno e solidale: “Se non ci fossimo andati – ha spiegato Torre – avrebbe fatto ricadere su di noi sospetti e propositi di vendetta. Invece, la nostra presenza lo spinse a credere che erano stati quelli del rione Sanità”.
Lo stesso Aniello Di Napoli venne poi ucciso nell’aprile del 2016 in via Janfolla perché stava iniziando a fare troppe domande sulla morte del figlio.
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