Se il dialetto napoletano è diventato patrimonio dell’UNESCO e se, addirittura, l’Università Federico II ha deciso di inaugurare il primo corso in “Dialettologia italiana” un motivo ci sarà. Non me ne voglia ovviamente il resto dell’Italia ma quando una lingua è speciale non vedo perchè negarlo! Ogni termine di questo straordinario dialetto cela, infatti, secoli di storia e, soprattutto, un’origine che definire peculiare è davvero dire poco. Anche la parola ‘O chianchiere può e deve assolutamente vantare di possedere un onore del genere.
Saranno in molti, e dall’elenco non escludo i campani, coloro i quali non riusciranno a collegare immediatamente tale termine dialettale al corrispondere significato italiano. Il motivo è semplice: la parola ‘chianchiere‘ è molto diversa dal termine ‘macellaio‘. Per capire appieno l’evoluzione di questo vocabolo bisogna partire col spiegare l’origine della parola in italiano. Il termine parrebbe derivare dal latino macellum che, nell’antica Roma, corrispondeva al mercato dove venivano vendute carni e pesce, frutta e verdura.
Ti stupirà scoprire che il Tempio di Serapide, a Pozzuoli, ( chiamato erroneamente così per il rinvenimento di una statua di un dio idolatrato dagli antichi egizi) altro non fosse che un celebre esempio di macellum. Di conseguenza, il macellarius era un semplice venditore che lavorava nel mercato. E allora l’origine del termine partenopeo di ‘chianchiere’? Molto tempo fa, a Napoli, la carne veniva tagliata, adagiata ed esposta su di un bancone di legno chiamato planca.
Col trascorrere del tempo il vocabolo è mutato finendo col diventare ‘chianca’. Questa parola stava ad indicare l’asse di legno sul quale veniva esposta la merce da vendere. L’uomo che si occupava, invece, di tagliare e di sistemare la carne sulla panca divenne il ‘chianchiere‘. Lo stesso destino toccò in sorte ad altri termini. Basti citare come esempio l’evoluzione di pianella a ‘chianella‘, di piano a ‘chiano‘, di pianto a ‘chianto‘ e, infine, di piazza a ‘chiazza‘.
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