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	<title>università di catania Archivi - Voce di Napoli</title>
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	<description>&#200; il giornale on line della citt&#224; partenopea: informazione a 360&#176;, cronaca che copre tutti i quartieri della citt&#224;; tradizione, leggende ed eventi.</description>
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		<title>Covid, al Sud meno contagi e pochi decessi rispetto al Nord: lo studio che spiega il perché</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2020 14:00:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo i ricercatori dei dipartimenti di Economia e impresa, Ingegneria elettrica, Fisica e astronomia, Medicina clinica sperimentale, Matematica e informatica, Ingegneria civile e architettura dell’Università di Catania che hanno condotto uno studio (Strategies to mitigate the Covid- 19 pandemic risk) su dati Istat, Istituto superiore della Sanità e altre agenzie europee, &#8220;l’impatto di questa pandemia [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo i ricercatori dei dipartimenti di Economia e impresa, Ingegneria elettrica, Fisica e astronomia, Medicina clinica sperimentale, Matematica e informatica, Ingegneria civile e architettura dell’<strong>Università di Catania</strong> che hanno condotto uno studio (<a href="https://sites.google.com/view/unict-covid19-group/home" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Strategies to mitigate the Covid- 19 pandemic risk</em></a>) su dati <strong>Istat</strong>, <strong>Istituto superiore della Sanità</strong> e altre agenzie europee, &#8220;<em>l’impatto di questa pandemia e di possibili altre ondate future sarà sempre più lieve al centro- sud in termini di casi gravi e decessi a causa del minor rischio epidemico legato ai fattori strutturali trovati</em>&#8220;.</p>
<p>Lo ha scritto oggi <em>Il Dubbio</em>, in merito a questo studio sviluppato dagli accademici catanesi. I fattori strutturali sono: <strong>inquinamento atmosferico</strong> da Pm10 ( Materia Particolata), <strong>temperatura</strong> <strong>invernale</strong>, <strong>mobilità</strong>, <strong>densità</strong> e <strong>anzianità</strong> della <strong>popolazione</strong>, <strong>densità</strong> di <strong>strutture</strong> <strong>ospedaliere</strong> e <strong>densità</strong> <strong>abitativa</strong>.</p>
<p>&#8220;<em>Il nostro indice di rischio epidemico mostra forti correlazioni con i dati ufficiali disponibili dell’epidemia Covid- 19 in Italia e spiega in particolare perché regioni come Lombardia, Emilia- Romagna, Piemonte e Veneto stiano soffrendo molto di più rispetto al centro- sud. D’altra parte queste sono anche le stesse regioni che solitamente subiscono il maggiore impatto (in termini di casi gravi e decessi) anche per le influenze stagionali, come rivelano i dati dell’Iss. Riteniamo quindi che non sia un caso che la pandemia di Covid- 19 si sia diffusa più rapidamente proprio in quelle regioni con un più alto rischio epidemico come Lombardia, Emilia- Romagna, Piemonte e Veneto</em>&#8220;.</p>
<h1>LA RICERCA &#8211;</h1>
<p class="zfr3Q" dir="ltr"><em>Proponiamo una nuova metodologia basata sui dati per valutare il rischio epidemico a priori di un&#8217;area geografica e per identificare le aree ad alto rischio all&#8217;interno di un paese. Il nostro indice di rischio è valutato in funzione di tre diversi componenti: il pericolo della malattia (hazard), l&#8217;esposizione dell&#8217;area (exposure) e la sua vulnerabilità (vulnerability). Come applicazione, discutiamo il caso dell&#8217;epidemia di COVID-19 in Italia. Caratterizziamo ciascuna delle venti regioni italiane utilizzando i dati storici disponibili su inquinamento atmosferico, mobilità, temperatura invernale, concentrazione abitativa, densità di assistenza sanitaria, dimensioni della popolazione ed età. Scopriamo che il rischio epidemico è più elevato in alcune regioni del Nord rispetto all&#8217;Italia centrale e meridionale. Il nostro indice di rischio epidemico mostra forti correlazioni con i dati ufficiali disponibili sul numero di individui infetti, pazienti in terapia intensiva e pazienti deceduti e può spiegare perché regioni come la Lombardia, l&#8217;Emilia-Romagna, il Piemonte e il Veneto soffrono molto più degli altri del paese. Sebbene l&#8217;epidemia COVID-19 sia iniziata sia nel Nord (Lombardia e Veneto) che nell&#8217;Italia centrale (Lazio) quasi contemporaneamente, quando i primi infetti sono stati ufficialmente certificati all&#8217;inizio del 2020, la malattia si è diffusa più rapidamente e con conseguenze più gravi in regioni con rischio epidemico più elevato. La nostra proposta può essere estesa e testata su altri dati epidemici, come quelli sull&#8217;influenza stagionale. Discutiamo anche alcune implicazioni politiche direttamente connesse con la nostra metodologia, che risulta essere molto flessibile e può essere adottato per la valutazione del rischio in altri paesi</em>.</p>
<p><em>In questo studio abbiamo dimostrato che un&#8217;analisi data-driven del rischio epidemico eseguita sulle varie regioni italiane e basata su una combinazione adeguata di una serie di indicatori plausibili, fornisce una possibile spiegazione, in termini di diversa esposizione al rischio a-priori, della distribuzione altamente asimmetrica dei danni (in termini di casi gravi e decessi) causati dall&#8217;epidemia COVID-19, che &#8211; alla data del 2 aprile 2020 &#8211; sono in gran parte concentrati soprattutto nelle regioni del nord Italia, risultando invece relativamente più blandi nelle regioni del centro e del sud.</em></p>
<p><em>Sebbene i primi casi ufficiali di COVID-19 fossero già stati registrati alla fine di gennaio 2020 nel Lazio, vale a dire in una zona molto centrale e altamente connessa (in termini di mobilità) del paese, e più tardi, alla fine di febbraio, in Lombardia e Veneto, e considerando anche le varie ondate di centinaia di migliaia di persone che si sono spostate dalle regioni settentrionali a quelle centrali e meridionali anche prima del completo blocco governativo del paese il 9 marzo, è ragionevolmente presumere che il virus avrebbe dovuto avere abbastanza tempo per diffondersi in modo quasi omogeneo in tutte le regioni italiane (almeno molto più di quanto ci dicono i dati ufficiali). D&#8217;altro canto, in termini di effetti, l&#8217;epidemia non ha avuto un impatto omogeneo nel Paese. I dati sulla mortalità registrati alla fine di marzo 2020 mostrano un picco anomalo di decessi &#8211; probabilmente a causa della presenza di coronavirus &#8211; solo al nord ma non nel centro e nel sud del paese. Inoltre, i danni da epidemia di COVID-19 sono osservati principalmente nelle stesse regioni che hanno visto il maggior numero di pazienti ospedalizzati e deceduti anche per l&#8217;epidemia di influenza stagionale 2019-2020, che ha avuto il suo picco alla fine di gennaio 2020. La nostra analisi mostra che non è una coincidenza, dal momento che queste regioni (prima fra tutte la Lombardia, poi il Veneto, il Piemonte e l&#8217;Emilia Romagna) risultano essere ai primi posti della classifica di rischio a-priori, calcolata attraverso la combinazione di tre componenti principali (hazard, esposizione e vulnerabilità) direttamente o indirettamente correlate con una maggiore probabilità che un virus si diffonda e abbia un impatto drammatico in termini di casi gravi e deceduti.</em></p>
<p><em>Riteniamo che, da un lato, la metodologia proposta potrebbe essere ulteriormente migliorata con dati reali più affidabili sull&#8217;epidemia attuale. A questo proposito, sarebbe fondamentale testare periodicamente campioni casuali della popolazione al fine di stimare la diffusione in tempo reale dell&#8217;epidemia e verificare in modo affidabile i suoi tassi di mortalità. D&#8217;altra parte, la nostra analisi potrebbe anche essere molto utile per affrontare strategie politiche a-priori o a-posteriori per prevenire o controllare una possibile epidemia futura e può essere facilmente adattabile a qualsiasi zona geografica e su qualsiasi scala (regionale, nazionale, internazionale). Infine, la nostra analisi potrebbe anche essere molto utile nella fase attuale, in cui i politici stanno considerando possibili strategie per uscire dalla fase di lock-down, poiché sembra suggerire che una buona soluzione per riaprire gradualmente il paese potrebbe essere quella di tenere conto della differenza tra le regioni nella gerarchia di livello di rischio.</em></p>
<p>Lo studio è stato realizzato da è realizzata da un team composto dai docenti <strong>Andrea Rapisarda</strong>, del Dipartimento di Fisica e Astronomia, <strong>Alessio Biondo</strong> (Dipartimento di Economia e Impresa), <strong>Giuseppe Inturri</strong> (Dipartimento di Ingegneria elettrica, elettronica e informatica), <strong>Vito Latora</strong> e <strong>Alessandro Pluchino</strong> (Dipartimento di Fisica e Astronomia), <strong>Rosario Le Moli</strong> (Dipartimento di Medicina clinica e Sperimentale), <strong>Giovanni Russo</strong> (Dipartimento di Matematica e Informatica), dalla ricercatrice <strong>Nadia Giuffrida</strong> (Dipartimento di Ingegneria civile e Architettura) e dalla dottoranda <strong>Chiara Zappalà</strong> (Dipartimento di Fisica e Astronomia).</p>
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