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	<title>scienza Archivi - Voce di Napoli</title>
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	<description>È il giornale on line della città partenopea: informazione a 360°, cronaca che copre tutti i quartieri della città; tradizione, leggende ed eventi.</description>
	<lastBuildDate>Mon, 21 Nov 2022 18:33:06 +0000</lastBuildDate>
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	<title>scienza Archivi - Voce di Napoli</title>
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		<title>Eclissi di Luna il 7 agosto: come vederla a Napoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Aug 2017 08:53:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi 7 agosto tutti con lo sguardo rivolto verso il cielo perchè a partire dalle ore 20:15 sarà possibile assistere all'eclissi lunare [...]</p>
<p><a class=" understrap-read-more-link " href="https://www.vocedinapoli.it/2017/08/07/eclissi-luna-7-agosto-vederla-napoli/">Vai all'articolo<span class="screen-reader-text"> from Eclissi di Luna il 7 agosto: come vederla a Napoli</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando la Terra, il Sole e la Luna si allineano in cielo, può capitare di assistere ad una delle visioni notturne più emozionanti di sempre: la Luna piena. Si tratta di un fenomeno che da millenni ha ispirato poeti ed artisti e che, questa sera, potrebbe ispirare anche noi visto che a partire all&#8217;incirca dalle ore 20:15 fino alle 22.51 torna, di nuovo, il plenilunio. Si tratta di un fenomeno che si verifica soprattutto grazie ai moti orbitali del nostro affascinante satellite il quale ogni 29,5 giorni si viene a trovare esattamente dopo il Sole e la Terra e rispetto a questi perfettamente allineato. </p>
<p>Tale posizione consente al satellite in questione di riflettere i raggi solari verso la Terra apparendo così ai suoi abitanti come un disco non solo luminoso ma anche perfettamente circolare. Anche dall&#8217;Italia ed in particolare da Napoli sarà possibile assistere a questo incredibile spettacolo. Basta scegliere le location giuste come ad esempio San Martino, il Parco Virgiliano o qualche spiaggia suggestiva di Bacoli.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-79241 size-full" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/luna-rossa-agosto.jpg" alt="" width="800" height="532" /></p>
<p>La Luna piena che questa notte darà spettacolo di sé fu chiamata dello <em><strong>Storione </strong></em>dagli <strong>Algonchini</strong> ossia da una delle tribù di nativi americani più popolose esistenti tuttora. Molto probabilmente l&#8217;appellativo è da far risalire ai pescatori che decisero di chiamare così la Luna piena di Agosto poiché lo storione, un pesce presente nei Grandi Laghi come ad esempio il<strong> <em>lago Champlain </em></strong>ed anche nei grossi bacini, era più facile da pescare proprio in questo periodo. Al plenilunio d&#8217;agosto però sono stati attribuiti anche altri nomi dalle comunità di San Ildefonso, San Juan e gli Ojibwe: <em><strong>Red Moon</strong></em> o <strong><em>Luna Rossa </em></strong>a causa della sfumatura rossastra che la contraddistingue oppure<strong><em> Green Corn Moon</em></strong>, <strong><em>Luna del Mais Verde</em></strong> e <strong><em>Grain Moon</em></strong>, <strong><em>Luna del Grano</em></strong>.</p>
<p>In un anno assistiamo ad un totale di 12 pleniluni i cui nomi più diffusi sono stati proprio quelli attribuiti dalla tribù degli Algonchini i quali usavano chiamare così non solo la specifica fase lunare ma l&#8217;intero mese. Non è un caso, quindi, che il concetto stesso di mese derivi dal ciclo delle fasi lunari, di 29,5 giorni. Esiste un&#8217;altra nomenclatura di origine europea e celtica ma la Luna ha preferito quella dei nativi d&#8217;America.</p>
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		<title>Fu Vincenzo Tiberio, un medico di Arzano, a scoprire la penicillina prima di Fleming</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 May 2017 12:52:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La comunità scientifica ha attribuito a Fleming la scoperta della penicillina ma trentanni prima un medico di Arzano aveva già battuto sul tempo il collega inglese [...]</p>
<p><a class=" understrap-read-more-link " href="https://www.vocedinapoli.it/2017/05/22/fu-vincenzo-tiberio-un-medico-arzano-scoprire-la-penicillina-fleming/">Vai all'articolo<span class="screen-reader-text"> from Fu Vincenzo Tiberio, un medico di Arzano, a scoprire la penicillina prima di Fleming</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Moltissime malattie infettive oggi facilmente curabili, fino ad un secolo fa erano causa di morte soprattutto per i bambini e gli anziani. Il merito dell’inversione di rotta è della <strong>penicillina</strong>, o meglio, di chi ne scoprì le applicazioni mediche. <strong>Fleming</strong>, staranno pensando in molti. E invece no. Non fu lui lo scopritore della penicillina. Trent&#8217;anni prima un molisano che studiava a <strong>Napoli</strong> e viveva ad <strong>Arzano</strong>, scoprì ciò per cui a Fleming diedero un Nobel. Il suo nome era <strong>Vincenzo Tiberio</strong>.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-66323 size-full" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/Vincenzo-Tiberio.jpg" alt="" width="593" height="443" /></p>
<p>Come mai il suo nome suona così sconosciuto, nonostante la portata smisurata della sua scoperta? Le cause di questa ingiustizia storica e scientifica non sono del tutto note, anche a causa del carattere schivo e riservato dello studioso, ma si possono comunque azzardare una serie di ipotesi, alcune delle quali sostenute dai familiari di <strong>Vincenzo Tiberio</strong>, informati da chi gli era stato accanto in vita e aveva accolto le sue confidenze.</p>
<p>Cominciamo col dire che il potere antibatterico delle muffe era in realtà noto da tempi antichissimi. I <strong>Greci</strong> ed i <strong>Romani</strong> curavano le ferite ricoprendole di unguenti a base di muffe varie. Ma ancora prima, i <strong>Maya</strong> avevano scoperto il potere delle muffe di cereali contro le infezioni. In tempi ancora più remoti (parliamo del 2500 a.C.), gli straordinari <strong>medici cinesi</strong> conoscevano le proprietà curative della muffa di soia.</p>
<p>Ciò che oggi rende l’opera di Vincenzo Tiberio una perla scientifica, per quanto dimenticata, è il metodo che ha valorizzato la scoperta. Prima di descriverlo nel dettaglio, sarà bene però fornire qualche notizia in più riguardo questo silenzioso ricercatore dell’<strong>Università di Napoli</strong>, anche perchè, come vedremo, la sua biografia è parte essenziale della sua azione scientifica.</p>
<p><strong>Vincenzo Tiberio</strong> nacque nel 1869 a <strong>Sepino</strong>, in <strong>Molise</strong>, da genitori benestanti che lo indirizzarono agli studi medici, assecondando la propensione naturale del figlio, sin da piccolo portato per lo studio ed interessato appassionatamente alle materie scientifiche. La migliore Facoltà di Medicina d’Italia, al tempo, restava quella dell’<strong>Università Federico II di Napoli</strong>.</p>
<p>Fu lì che Vincenzo Tiberio ultimò i suoi studi, grazie all&#8217;ospitalità degli zii che gli misero a disposizione la loro casa di <strong>Arzano</strong>. E fu proprio lì, ad Arzano, che Vincenzo cominciò a notare qualcosa che lo incuriosì. Ogni volta che gli zii ripulivano il pozzo della loro abitazione dalle muffe che col tempo si formavano all&#8217;interno, poco più tardi finivano per ammalarsi.</p>
<p>L’intuito di Vincenzo lo portò ad elaborare una semplice teoria: se ci si ammala bevendo le acque prive di <strong>muffa</strong>, ciò significa che quella muffa contiene sostanze protettive in grado di fungere da battericida contro quegli agenti patogeni che albergano numerosissimi nei nostri corpi. La sua intuizione era esatta. Le muffe del pozzo avevano un effetto positivo sulla salute di chi lì si abbeverava.</p>
<p>All&#8217;intuizione seguì una rigida sequenza di azioni scientifiche. Osservazione, verifica dell’ipotesi, isolamento delle sostanze antibiotiche, sperimentazione circa i loro effetti in vitro e in vivo, proposta operativa per l’utilizzo pratico. Tiberio non trascurò nulla: fasi, dosi, tempi, e riassunse tutto in un saggio, “<em>Sugli estratti di alcune muffe</em>”, pubblicato <strong>gli Annali di Igiene Sperimentale della Regia Università di Napoli</strong>. Era il 1895.</p>
<p>Tripudio da parte della <strong>comunità scientifica</strong>, onori, riconoscimenti? No, quanto piuttosto il nulla. O perlomeno qualche segnale che si fosse intrapresa una nuova strada, aprendo orizzonti inattesi e nuova linfa e fermento per la ricerca? No, silenzio assoluto, nessuna reazione, nessun cenno d’interesse. Trascorsi i cinque anni dalla pubblicazione, Tiberio gettò la spugna, e si arruolò in marina.</p>
<p>I suoi familiari affermano che la scelta fu dovuta a delle incomprensioni coi suoi superiori dell’Università di Napoli. Ma un ruolo non indifferente avrà giocato quell&#8217;inspiegabile silenzio della comunità scientifica di fronte alla scoperta potenzialmente epocale di Tiberio. Le <strong>proprietà antibiotiche della penicillina</strong>, la possibilità di curare ciò che finora produceva solo morte e sofferenza, sembravano non interessare né scienziati, né medici.</p>
<p>Lo sconforto causato da quel prolungato silenzio, l’amore per la cugina <strong>Amalia</strong>, lo stipendio irrisorio che gli si tributava in quanto ricercatore, la possibilità di far qualcosa per la patria, lo spinsero ad arruolarsi in marina intorno al 1890, abbandonando del tutto la carriera accademica, che aveva prodotto risultati tanto importanti quanto sottovalutati.</p>
<p>Fin qui si spiega il perchè Vincenzo abbandonò il mondo della ricerca. Ma perchè i suoi studi sulle muffe e sulla penicillina furono così trascurati? Una delle ragioni potrebbe essere la lingua. L’italiano non era <strong>lingua accademica</strong> nel mondo della scienza, e questo gli pregiudicò molta parte dell’interesse internazionale sulle sue scoperte.</p>
<p>Un’altra ragione di quel silenzio potrebbe risiedere nel fatto che la società scientifica non era pronta ad accogliere tesi così all&#8217;avanguardia. Se si pensa che 34 anni dopo <strong>Fleming</strong> giunse alle medesime conclusioni, e nonostante la risonanza sfociata nel <strong>Nobel</strong>, dovette aspettare più di dieci anni per riuscire a sintetizzare un farmaco su scala industriale.</p>
<p>E a proposito di Fleming. La “purezza” della sua scoperta, sostenuta anche dall&#8217;aneddotica che volle il caso alla base della sua intuizione scientifica, è stata messa fortemente in discussione da un’intervista rilasciata da uno dei suoi collaboratori più stretti. <strong>Ernst Chain</strong> dichiarò pubblicamente che <strong>Fleming</strong> era a conoscenza degli studi di<strong> Vincenzo Tiberio</strong>, ma non ne ha mai fatto cenno. Strano eh?</p>
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		<title>Giovani scienziati napoletani &#8216;in viaggio&#8217; sulla Luna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Mar 2017 15:23:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mattia Barbarossa, Altea Nemolata e Dario Pisanti. Sono tre nomi che i napoletani non devono assolutamente dimenticare. Si tratta di giovani scienziati partenopei che porteranno il nostro orgoglio fin sopra la Luna [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Esistono incontri che ti cambiano la vita, per sempre. Ed è proprio quello che è accaduto a tre giovani eccellenze napoletane. Quasi un anno fa, in occasione del <strong>Nasa space app challenge</strong> di Napoli, le strade di <strong>Mattia Barbarossa</strong> (15 anni, del Liceo scientifico Pasquale Villari di Napoli), <strong>Altea Nemolata</strong> (18 anni, dell’ITIS-LS Francesco Giordani di Caserta) e <strong>Dario Pisanti</strong> (22 anni, laureando in Ingegneria aerospaziale all&#8217;Università Federico II di Napoli) si sono incrociate. Da allora sono trascorsi ben 12 mesi eppure il terzetto, 56 anni in tre, ha continuato a frequentarsi assiduamente. La loro non può essere considerata semplicemente un&#8217;amicizia, quello che li unisce è molto di più: un sogno, e neanche tanto ad occhi chiusi. I tre ragazzi campani stanno, infatti, lavorando ad un progetto che ha permesso loro di aggiudicarsi il primo premio all&#8217;Up2Moon dedicato agli under 25.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-55145 size-full" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/giovani-scienziati-napoletani-in-viaggio-sulla-luna.jpg" width="558" height="335" /></p>
<p>Scoprire quindi che le promettenti menti di tre giovani campani sono state scelte da <strong>TeamIndus </strong>non deve sorprendere più di tanto. Con il loro contributo, infatti, la compagnia spaziale indiana intende partecipare al contest <strong>Google lunar Xprize</strong>. In palio ci sono ben 20 milioni di dollari e saranno aggiudicati alla società in grado di far atterrare un rover sulla Luna, guidarlo per 500 metri ed inviare una foto di alta qualità! Il lancio del rover completato dal Team Indus è in programma per il 30 dicembre e a bordo del razzo PSLV-XL dell’Indian Space Research Organization ci sarà anche il progetto ideato da <strong>Space4Life</strong>, questo il nome scelto dal trio di ragazzi napoletani per il loro team. E non si tratta assolutamente di una decisione casuale, tutt&#8217;altro.</p>
<p>Il gruppo di giovani scienziati intende, infatti, fornire la tecnologia per permettere agli esseri umani di partire alla conquista dello spazio ed è proprio su questo principio che si basa il loro progetto, tutto racchiuso all&#8217;interno di un contenitore piccolo come una lattina di Coca-cola dal peso di appena 250 grammi. Il segreto risiede nella colona di cianobatteri, nello specifico <strong>Synechococcus</strong>, che vi dimorano. Questi microrganismi, infatti, vengono definiti &#8220;estremofili&#8221; in quanto in grado di resistere a condizioni estreme e di fornire &#8216;lo scudo&#8217; necessario per favorire l&#8217;esplorazione e l&#8217;espansione nello spazio profondo. Fino ad oggi, infatti, era ritenuto impossibile, almeno per gli astronauti, allontanarsi dalla <strong>protezione dello scudo magnetico terrestre</strong> (all&#8217;interno del quale si trova invece l’attuale Stazione Spaziale Internazionale).</p>
<p>Se tutto andrà secondo i piani dei giovani scienziati napoletani, gli strati di colonie di cianobatteri potrebbero essere in grado di proteggere, ricoprendolo completamente, lo scafo dell’astronave e, di conseguenza, di salvaguardare anche i primi astronauti che metteranno piede su Marte, o su di un&#8217;altra stazione dello spazio profondo al di fuori quindi dalla portata dello scudo magnetico terrestre. Quello che rende speciale questo progetto di matrice napoletana è la piena autonomia dello sviluppo. Il <strong>team Space4Life</strong>, infatti, non ha ricevuto alcun supporto da parte di agenzie spaziali, istituzioni o imprese aerospaziali private ma solo il sostegno del <strong>Center for Near Space</strong> (CNS) con sede a <strong>Napoli</strong>. Un viaggio che insomma comincia &#8216;dal cuore&#8217; ed è riuscito ad arrivare fin sopra Luna.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.vocedinapoli.it/2017/03/17/giovani-scienziati-napoletani-viaggio-sulla-luna/">Giovani scienziati napoletani &#8216;in viaggio&#8217; sulla Luna</a> proviene da <a href="https://www.vocedinapoli.it">Voce di Napoli</a>.</p>
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