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	<title>santo stefano Archivi - Voce di Napoli</title>
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	<description>È il giornale on line della città partenopea: informazione a 360°, cronaca che copre tutti i quartieri della città; tradizione, leggende ed eventi.</description>
	<lastBuildDate>Sun, 10 Jul 2022 18:36:37 +0000</lastBuildDate>
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	<title>santo stefano Archivi - Voce di Napoli</title>
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		<title>Menu tipico del pranzo di Santo Stefano a Napoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabiana Coppola]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Dec 2016 15:30:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mangiare a Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[santo stefano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anche a Santo Stefano i napoletani rispettano la tradizione a tavola con un pranzo semplice ma saporito [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se nel resto d&#8217;Italia il cenone della Vigilia e il pranzo di Natale sono all&#8217;insegna dell&#8217;esagerazione, il giorno di Santo Stefano viene spesso definito come quello &#8216;degli avanzi&#8217;. A Napoli questo discorso non deve essere assolutamente mai intavolato soprattutto se si è durante le festività natalizie. In città, ogni scusa è buona per potersi accomodare in cucina e per poter gustare le prelibate specialità che la tradizione culinaria partenopea è in grado di offrire ai propri commensali.</p>
<p>E il<strong> pranzo di Santo Stefano</strong> non deve mai fare eccezione, anzi. Il menu del 26 dicembre deve essere sempre ricco e sostanzioso, deve iniziare con un antipasto e terminare con il solito dolce. Almeno a Napoli non sono ammesse eccezioni di alcun tipo. E&#8217; importante superare come da tradizione le 2.000 calorie, solo in questo caso il napoletano Doc potrà dichiararsi soddisfatto ed essere pronto per il gran cenone bene augurante di fine anno.</p>
<h3><strong>ANTIPASTO PER IL PRANZO DI SANTO STEFANO A NAPOLI</strong></h3>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-38398 size-large" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/menu-tipico-del-pranzo-di-santo-stefano-a-napoli-scaled.jpeg" alt="antipasti" width="640" height="480" /></p>
<p>L&#8217;antipasto è una portata seria, almeno a Napoli. Quindi, anche durante il pranzo di Santo Stefano la tavola, imbandita sempre a festa, deve rendere onore ai propri commensali con un piatto di affettati misti, formaggi vari e conserve di verdure. I napoletani non vogliono sentire scuse, nonostante le abbuffate dei giorni precedenti, le <strong>festività natalizie</strong> sono sacre. Ai chili di troppo ci si pensa dopo. Senza nessuna fretta.</p>
<h3><strong>PRIMI PIATTI PER IL PRANZO DI SANTO STEFANO A NAPOLI</strong></h3>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-38402 size-full" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/Mafalde-con-ricotta.jpg" alt="mafalde-con-ricotta" width="600" height="410" /></p>
<p>I manfredi con la ricotta o, per dirla alla napoletana, <em><strong>&#8216;e manfredi cu &#8216;a ricotta</strong></em> hanno un&#8217;origine leggendaria. Si narra, infatti, che furono ideati nel 1250 per onorare il Re di Sicilia, Manfredi di Svevia. All&#8217;epoca il sovrano era in lotta con il Papato per ottenere il dominio totale su tutta l&#8217;Italia Meridionale. Giunto nel Sannio, Manfredi fu accolto dalla popolazione locale con questa deliziosa prelibatezza preparata con il suo formaggio preferito: la ricotta. Solo in seguito ci fu l&#8217;aggiunta del pomodoro.</p>
<h3><strong>CONTORNI PER IL PRANZO DI SANTO STEFANO A NAPOLI</strong></h3>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-38420 size-full" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/menu-tipico-del-pranzo-di-santo-stefano-a-napoli.jpg" alt="la-scarola-imbottita-alla-napoletana" width="640" height="480" /></p>
<p>Uno dei contorni più amati dai napoletani durante le festività natalizie è proprio <em><strong>la scarola &#8216;mbuttunat</strong> </em>o, se si preferisce l&#8217;italiano corretto, la scarola imbottita alla partenopea. L&#8217;etimologia del termine ha una derivazione tardo latina: &#8216;<em>escarius</em>&#8216; che significa semplicemente commestibile. La spiegazione non lascia ben sperare sulle qualità organolettiche della &#8220;<em>cichorium endivia</em>&#8220;. L&#8217;alimento è ricco soprattutto di acqua e ci è voluta la sapiente mano napoletana in cucina per trasformarlo in una portata di tutto rispetto.</p>
<h3><strong>SECONDI DEL PRANZO DI SANTO STEFANO</strong></h3>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-38500 size-full" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/menu-tipico-del-pranzo-di-santo-stefano-a-napoli.png" alt="carne-al-ragu" width="949" height="546" /></p>
<p>Come è usanza a Napoli, quando si condisce il primo piatto con la salsa di pomodoro cotta a ragù, il secondo che viene servito a tavola è la carne usata per insaporire <strong><em>&#8216;o rraù</em></strong>.<strong><em> </em></strong>Generalmente si tratta di carne bovina, lacerto nello specifico che deve essere, senza eccezioni di sorta, di <em>&#8216;annecchia&#8217;</em>, cioè di una vitella giovane che non superi l&#8217;anno di vita. Per gli appassionati di cucina e teatro consiglio l&#8217;opera &#8220;<i>Sabato, domenica e lunedì</i>&#8220;<b><i> </i></b>di <strong>Edoardo de Filippo</strong> dove donna Rosa, la protagonista della pièce teatrale, spiega nel dettaglio come procedere per la preparazione del vero <em>rraù napoletano</em>.</p>
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		<title>&#8216;a primma Festa, ecco perché a Napoli il 26 dicembre si chiama così</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabiana Coppola]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Dec 2016 14:57:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[santo stefano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Napoli c'è una spiegazione per tutto, anche per la scelta di definire il 26 dicembre o giorno di Santo Stefano la prima festa [...]</p>
<p><a class=" understrap-read-more-link " href="https://www.vocedinapoli.it/2016/12/07/a-primma-festa-ecco-perche-a-napoli-il-26-dicembre-si-chiama-cosi/">Vai all'articolo<span class="screen-reader-text"> from &#8216;a primma Festa, ecco perché a Napoli il 26 dicembre si chiama così</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Strano destino, quello di <strong>Santo Stefano</strong>. Sulla bocca di tutti grazie ad un semplice detto popolare (&#8220;<em>Da Natale a Santo Stefano</em>&#8220;), ma nessuno lo conosce, nessuno sa cosa avrà fatto mai per meritarsi una festa il 26 dicembre, proprio dopo il Natale, e l&#8217;appellativo di &#8220;<strong><em>&#8216;a primma Festa</em></strong>&#8221; a Napoli. Privilegi non da poco, se ci pensate. Ma una ragione c&#8217;è.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-38528 size-full" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/a-primma-festa-ecco-perche-a-napoli-il-26-dicembre-si-chiama-cosi.jpg" alt="statua-di-santo-stefano" width="720" height="424" /></p>
<p>Santo Stefano proveniva forse dalla Grecia, o forse le sue origini erano ebraiche. Di certo c&#8217;è che viene nominato dagli Apostoli &#8220;Ministro della Carità&#8221; (il nostro &#8220;diacono&#8221;), insieme ad altri sei compagni. Il suo ruolo consiste sostanzialmente nell&#8217;occuparsi della mensa, ma Santo Stefano si distingue dagli altri per una voglia irrefrenabile di predicare ed evangelizzare le genti.</p>
<p>Questa sua predisposizione comincia ad infastidire qualche potente di turno, e guarda caso Santo Stefano finisce nella tagliola del <strong>Sinedrio</strong>, potentissimo braccio della giustizia. Reperire falsi testimoni per certi personaggi è un gioco da ragazzi, e così il buon Santo si ritrova ad affrontare un&#8217;accusa di blasfemia, per aver citato a sproposito Dio e Mosè.</p>
<p>La difesa di Santo Stefano consiste in un discorso appassionato, lungo e ricco di spunti su cui riflettere (riportato integralmente negli Atti degli Apostoli). Ma questa volta le sue doti oratorie finiscono per indispettire una folla avida di sangue. Il Santo viene trascinato via con la forza dalla stessa folla che un tempo lo adorava, e lapidato con una fretta ed una ferocia inaudita.</p>
<p>La sua morte, avvenuta nel 36 d.C., sembra passare piuttosto inosservata, finché nel 415 il sacerdote <strong>Luciano di Kefar-Gamba</strong> afferma di aver visto in sogno il dotto Gamaliele che gli indicava le tombe di sei suoi compagni, sepolti alla meno peggio, tra cui proprio Santo Stefano. Nei luoghi indicati in sogno da Gamaliele vengono in effetti rinvenute le reliquie del Santo.</p>
<p>Quelle reliquie vengono spedite in ogni angolo del mondo, ed una delle loro tappe permanenti è proprio Napoli. Parte del sangue del Santo è nel<strong> Monastero di Santa Chiara</strong>, ed è soggetto a liquefazione il 3 giugno ed il 25 dicembre. Le reliquie garantiscono al Santo quella fama che per secoli non aveva avuto, e viene ben presto riconosciuto e celebrato come il primo martire cristiano.</p>
<p>E&#8217; per questa ragione che trova una collocazione così prestigiosa all&#8217;interno del Calendario dei Santi. Il fatto che rappresenti la prima festività dopo il Natale, si traduce qui a Napoli con &#8220;<em><strong>a Primma Festa</strong></em>&#8220;, un&#8217;occasione in più per stare con famiglia e amici, senza dimenticare la vita di un Santo che ha dato la sua vita in nome di ciò in cui credeva.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-38532 size-full" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/a-primma-festa-ecco-perche-a-napoli-il-26-dicembre-si-chiama-cosi.png" alt="lapidazione-di-santo-stefano" width="735" height="468" /></p>
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		<title>Isola di Santo Stefano: visione di un’Europa unita e il recupero dei detenuti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Giungati]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Aug 2016 20:44:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[Non solo a Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[santo stefano]]></category>
		<category><![CDATA[ventotene]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da Ventotene Santo Stefano è spesso visibile. Si trova sul lato Est dell’isola pontina, quello da cui si scorge l’imperiosa sagoma di Ischia. L’isolotto ha una forma circolare di quasi 500 metri di diametro e un’estensione terrena di circa 27 ettari. L’origine geologica di Santo Stefano è vulcanica e trovandosi nel cuore del Mar Tirreno [...]</p>
<p><a class=" understrap-read-more-link " href="https://www.vocedinapoli.it/2016/08/14/isola-di-santo-stefano-visione-di-uneuropa-unita-e-il-recupero-dei-detenuti/">Vai all'articolo<span class="screen-reader-text"> from Isola di Santo Stefano: visione di un’Europa unita e il recupero dei detenuti</span></a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Da Ventotene <strong>Santo Stefano</strong> è spesso visibile. Si trova sul lato Est dell’isola pontina, quello da cui si scorge l’imperiosa sagoma di <strong>Ischia</strong>. L’isolotto ha una forma circolare di quasi 500 metri di diametro e un’estensione terrena di circa 27 ettari. L’origine geologica di Santo Stefano è <strong>vulcanica</strong> e trovandosi nel cuore del Mar Tirreno è di solito in balia dei <strong>venti</strong> che sferzano i quattro lati della sua costa. Per questo <strong>l’approdo è molto difficile</strong> e reso possibile solo in due punti. Nonostante tutto questa piccola isola, che appare come uno <strong>scoglio gigante in mezzo al mare</strong>, ha un’enorme ricchezza: una storia unica che ha determinato fenomeni importanti per il <strong>patrimonio culturale</strong> del nostro paese.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-19974" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/santo-stefano-3.jpg" alt="Isola di Santo Stefano: visione di un’Europa unita e il recupero dei detenuti" width="1280" height="960" /></p>
<h3><strong>Il carcere borbonico</strong></h3>
<p>Sulla <strong>cima</strong> di Santo Stefano vi è una struttura circolare che a guardarla da lontano incute diverse sensazioni. Se si consce la storia dell’isolotto, <strong>le emozioni sono contrastanti</strong>: timore, stupore, tristezza, riscatto. Si tratta di un edificio di origine borbonica costruito alla <strong>fine del ‘700</strong>. La struttura è un <strong>carcere</strong> che è stato in funzione fino al 1965. All’interno di queste mura sono vissute <strong>personalità politiche</strong> di un certo prestigio. La <strong>prigione</strong>, sorta per accogliere gli ergastolani, è stata nel periodo monarchico e fascista esempio di reclusione per i dissidenti politici. Durante l’inizio <strong>dell’era repubblicana</strong> è divenuto invece scenario di un esperimento sociale di grande rilievo. Tre epoche diverse che hanno generato un <strong>racconto più che affascinante</strong>.</p>
<p>L’architetto <strong>Francesco Carpi</strong> è stato incaricato nel 1795 dal re <strong>Ferdinando I di Borbone</strong>, di realizzare il carcere. La struttura ha accolto camorristi, uomini colpevoli di omicidio e nemici della corona. La prigione ha una <strong>forma circolare e panottica</strong>. Ispirato all’architettura del <strong>Teatro Regio San Carlo di Napoli</strong>, l’obiettivo del carcere era di rendere sorvegliabili i detenuti sempre e da un qualunque punto della struttura, senza che i prigionieri se ne rendessero conto. I <strong>piani</strong> della prigione sono due: quello a terra <strong>non prevede finestre</strong> o prese d’aria verso l’esterno, quelle al piano superiore sì ma a bocca di lupo, in modo tale da <strong>impedire ai prigionieri la vista del mare</strong>. In ogni cella hanno vissuto anche quattro, cinque detenuti in condizioni igieniche – sanitarie <strong>precarie</strong>.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-19975" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/isola_santo_stefano-2-2.jpg" alt="Isola di Santo Stefano: visione di un’Europa unita e il recupero dei detenuti" width="1000" height="500" /></p>
<h3><strong>Il periodo fascista</strong></h3>
<p>Durante il ventennio del <strong>regime fascista</strong>, a Santo Stefano, sono stati inviati oltre che assassini ed ergastolani alcuni personaggi che hanno predicato contro la dittatura e il governo di <strong>Benito Mussolini</strong>. L’assetto del <strong>carcere è stato modificato</strong>: è stato eretto un piano in più, aumentato il numero delle celle, e costruito un muro circolare al centro del cortile che circonda la cappella. I detenuti rispetto al periodo borbonico vivevano singolarmente nelle celle ma in <strong>totale isolamento, continuo e costante</strong>. I prigionieri potevano lasciare la loro cella una volta al giorno ed era loro impedito di incontrare gli altri carcerati. Ma le sbarre e la <strong>privazione di libertà</strong> non hanno impedito al pensiero di alcuni uomini di svilupparsi e di superare quei confini che spesso hanno calpestato anche la <strong>dignità umana</strong> di quelle persone.</p>
<p>Nel carcere di Santo Stefano, hanno vissuto da detenuti politici personaggi come <strong>Sandro Pertini</strong>, <strong>Eugenio Colorni</strong>, <strong>Altiero Spinelli</strong> ed <strong>Ernesto Rossi</strong>. Il primo diventerà <strong>Presidente della Repubblica</strong>, gli altri tre hanno fatto nascere un <strong>ideale politico</strong> più attuale che mai. Se questa idea, o meglio <strong>visione</strong>, fosse stata realizzata, non assisteremmo alle tragedie che siamo costretti a guardare ogni giorno. Si tratta del <strong>Manifesto di Ventotene</strong> per un’Europa unita e federale: gli <strong>Stati Uniti d’Europa</strong>.</p>
<p>Immaginare che degli uomini rinchiusi tra quattro mura e in isolamento, abbiano avuto la <strong>forza</strong> e la <strong>speranza</strong> di pensare cose del genere, mette i brividi. Superare i <strong>nazionalismi</strong> che hanno provocato le <strong>due guerre più sanguinose della storia</strong>. Promuovere <strong>l’unione di ogni singolo stato</strong> e far nascere una nuova entità, garante di <strong>pace</strong> e <strong>ricchezza</strong>, in favore dei suoi popoli.</p>
<p>Ha affermato <strong>Spinelli</strong> nel 1943, libero <strong>dopo 16 anni di prigionia fascista</strong>:</p>
<p>“<em>&#8230;avevo scoperto l&#8217;abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito, l&#8217;ebbrezza della creazione </em>‪<em>‎</em><em>politica, il fremito dell&#8217;apparire delle cose impossibili&#8230;</em>”.</p>
<p>La crisi dell’<strong>Ucraina</strong> che ha portato un nuovo conflitto nel continente; i poco chiari rapporti diplomatici con la <strong>Russia</strong> di Vladimir Putin; il fenomeno drammatico dei <strong>migranti</strong>; l’emergere di nuovi <strong>nazionalismi</strong> radicati su basi razziste e xenofobe; la nascita di forti <strong>venti</strong> <strong>secessionisti</strong> che ricordano quelli della tragedia avvenuta nei Balcani; un <strong>Nord Africa</strong> e un <strong>Medio Oriente</strong> in fiamme; la deriva dittatoriale della <strong>Turchia</strong>; la <strong>crisi economica</strong> di alcuni paesi come la Grecia; l’uscita della <strong>Gran Bretagna</strong> dall’UE; gli <strong>attacchi terroristici</strong> nel cuore dell’Europa; lo scoppio delle emergenze sociali dovuta ad una <strong>cattiva integrazione</strong> dei musulmani nei nostri paesi; la <strong>Spagna</strong> che fatica a formare un governo. È questo lo scenario attuale dell’Europa. Un contesto che tradisce la speranza e la visione di Spinelli e Rossi. Una situazione causata dal <strong>malgoverno</strong> e dalla <strong>cecità politica</strong> dei vari amministratori che si sono succeduti all’interno dei principali parlamenti europei fino ad oggi. Una cecità che contrasta con la <strong>lungimiranza</strong> e gli <strong>ideali</strong> di queste persone, detenute e prigioniere in carcere, solo perché la pensavano diversamente rispetto ai regimi che hanno denunciato. Oggi l’Europa è solo un <strong>organo burocratico</strong> che si regge su un mercato ed una moneta unica, l’<strong>euro</strong>. È anche vero che i trattati che hanno realizzato tale unione sono stati regolarmente firmati dai paesi appartenenti all’UE. Sono necessari un atto di coraggio e un forte scatto in avanti che porti l’Europa ad una vera e propria <strong>unità politica</strong>.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-19976" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/Ernesto-Rossi-con-Altiero-Spinelli-e-Luigi-Rinaudi.jpg" alt="Isola di Santo Stefano: visione di un’Europa unita e il recupero dei detenuti" width="1062" height="654" /></p>
<h3><strong>L’epoca repubblicana</strong></h3>
<p>Dopo il regime fascista, il carcere di Santo Stefano è rimasto luogo di detenzione per ergastolani e quindi per coloro ritenuti colpevoli dei <strong>crimini più efferati</strong>. Le <strong>condizioni umane dei prigionieri erano tragiche</strong>, considerando anche che sull’isola ancora non c’erano l’acqua e la luce elettrica. Tuttavia la situazione cambia nel 1952, quando arriva come Direttore della casa circondariale il Dottor <strong>Eugenio Perucatti</strong>. Quest’ultimo è stato un grande esperto di diritto che prima di essere destinato a Santo Stefano ha diretto diversi istituti minorili. Perucatti rivoluziona il carcere. Dall’assunto che l’ergastolo è una <strong>pena ingiusta</strong>, che rappresenta una <strong>pena di morte mascherata</strong>, poiché toglie al prigioniero qualsiasi speranza di poter “tornare a vivere”, il nuovo direttore trasforma Santo Stefano in una vera e propria comunità di lavoro. Lo scopo di Perucatti è di rispettare il comandamento previsto dall’<strong>articolo 27 della nostra Costituzione</strong>:</p>
<p>“<em>La responsabilità penale è personale.</em></p>
<p><em>L&#8217;<strong>imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva</strong>.</em></p>
<p><strong><em>Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato</em></strong><em> [cfr. art. 13 c. 4].</em></p>
<p><em>Non è ammessa la pena di morte</em>”.</p>
<p>Nel rispetto di questo articolo, scritto dai padri costituenti al termine del secondo conflitto mondiale, <strong>Perucatti avvia il suo esperimento sociale</strong> basato su queste sue affermazioni:</p>
<p>“<em>Stare dalla parte dei detenuti non vuol dire difenderne la scelta criminale – personalmente l’ho sempre biasimata – bensì sostenere il diritto alle loro anime di purificarsi, con equa espiazione, riconciliandosi con la società. Per questo il carcere e i suoi bravi operatori non possono mai fare a meno del grande senso di umanità che deve permeare ogni loro azione</em>”.</p>
<p>Ecco che a Santo Stefano è costruita una <strong>cisterna per l’acqua</strong>, sono installati dei <strong>generatori di corrente </strong>e costruito un <strong>sistema fognario</strong>. Ai lavori pensano i detenuti cui è cambiata la vita. È <strong>eliminato l’isolamento</strong> e alle guardie è vietato di portare armi a vista. <strong>Detenuti e sorveglianti iniziano a “mescolarsi”</strong> senza che accadano imprevisti. Perucatti fa costruire delle botteghe cui <strong>iniziano a lavorare i prigionieri</strong>. In questo modo chi non aveva neanche la benché minima speranza di redenzione o di poter immaginare se stesso come un essere umano, <strong>inizia a risorgere attraverso il lavoro e la socialità</strong>. Ovviamente i rapporti istituzionali e gli equilibri tra i ruoli non sono confusi all’interno di questo <strong>regime carcerario più liberale</strong>. Il direttore aveva il massimo rispetto da parte sia delle guardie sia dai detenuti e la sua <strong>capacità di mantenere l’ordine era impeccabile</strong>. Il cambiamento avviene grazie al rispetto di un dettaglio fondamentale: la <strong>dignità umana</strong>. L’esperimento dura otto anni, fino al 1960, anno in cui, durante il governo democristiano (e repressivo) di <strong>Fernando Tambroni</strong>, Perucatti è stato trasferito in Puglia in un carcere minorile. Probabilmente i suoi metodi riformisti non andavano bene per un <strong>governo post fascista e affamato di consensi</strong>.</p>
<h3><strong>Il carcere oggi e l’eredità radicale</strong></h3>
<p>Oggi le cose non sono cambiate. Il <strong>sistema carcerario italiano versa in condizioni penose</strong>. L’umanità per i detenuti tende a scomparire e la loro dignità e’ calpestata. La stessa sorte tocca alle <strong>guardie penitenziarie</strong> che condividono, in altro ruolo, la stessa pena. Continuano innumerevoli i <strong>casi di omicidi</strong> sia tra i carcerati sia tra le guardie. Nel frattempo il paese continua a non avere il <strong>reato di tortura</strong> e non ha ancora <strong>abolito l’ergastolo</strong>. La cosa assurda è che <strong>il lavoro svolto da persone come Perucatti</strong> o dai vari operatori sociali che si attivano nell’ambiente carcerario, è percepito come <strong>straordinario</strong>. È difficile far comprendere, invece, come dovrebbe essere nell’ordine delle cose <strong>puntare al rispetto della dignità umana e al recupero dei cittadini detenuti</strong>. Del resto lo prevede la <strong>Costituzione</strong>. Siamo di fronte ad uno <em>Stato che tradisce se stesso e infrange le proprie regole fondanti</em>. Uno <strong>Stato che non riesce a badare a quegli esseri umani a lui affidati in custodia, perché hanno infranto la legge e che quindi hanno bisogno di riabilitarsi per potersi reinserire in società</strong>.</p>
<p>La <strong>politica</strong> è muta e sorda a tutto ciò. C’è però un’eccezione, una goccia di <strong>speranza</strong> in un mare d’indifferenza: il <strong>Partito Radicale</strong>. <strong>Marco Pannella</strong> da sempre lotta per i <strong>diritti dei detenuti</strong> e per l’<strong>amnistia</strong> che ha lo scopo di <em>far rientrare la Repubblica Italiana in uno stato di legalità facendola uscire dal suo attuale status criminale</em> (senza contare i benefici sociali ed economici portati da una seria <strong>riforma della giustizia</strong>). Non solo. <strong>La storia di Santo Stefano è il simbolo perfetto delle lotte radicali</strong>. Se la battaglia per una <strong>giustizia giusta</strong> e l’abolizione dell’ergastolo (semplicemente rispettando il dettato costituzionale) si riflettono nel lavoro svolto da Eugenio Perucatti, la dimensione politica transnazionale del partito è rappresentata dall’<strong>eredità lasciata ai radicali da Altiero Spinelli</strong>:</p>
<p>Le affermazioni di Spinelli durante il <strong>Congresso del Partito Radicale del 1985</strong> (un anno prima della sua morte):<br />
“…<strong><em>la campagna per la Federazione Europea è culturalmente radicata, e impiantata nel modo di pensare Radicale</em></strong><em>. E non è un caso che <strong>Ernesto Rossi</strong>, che è forse il più importante dei vostri insegnanti è stato anche tra i fondatori del Movimento Federalista Europeo. <strong>Prendete questa campagna, e diffondetela in tutta Europa! Portate in esso il vostro fervore e il vostro grano di follia</strong></em>”.</p>
<p>Il rapporto tra <strong>Spinelli e Pannella</strong> è sempre stato forte, <strong>umano oltre che politico</strong>. Entrambi hanno dimostrato che oggi più che mai c’è bisogno di <strong>azioni radicali</strong>, basate su <strong>visioni politiche</strong>, oltretutto realizzabili. Ecco una simpatica testimonianza che conferma la stima e il rispetto tra i due: Pannella ha <strong>ceduto il suo tempo</strong>, proprio a Spinelli, per consentirgli di intervenire durante una <strong>seduta del Parlamento Europeo</strong> agli inizi degli anni ‘80. A Spinelli sono dedicate un’ala dell’edificio che ospita il parlamento Europeo di <strong>Bruxelles</strong> e l’aula magna della facoltà di <strong>scienze politiche dell’Università Federico II di Napoli</strong>. Infine, sarà un caso o una coincidenza ma il prossimo congresso del Partito Radicale (il 40 straordinario e il primo senza Pannella) è basato sul tema: “<em>Da Ventotene a Rebibbia</em>” (la sede è proprio il carcere romano).</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-19978" src="https://vocedinapoli.it/wp-content/uploads/2022/07/Pannella-H2-scaled.jpg" alt="Isola di Santo Stefano: visione di un’Europa unita e il recupero dei detenuti" width="3072" height="2304" /></p>
<h3><strong>Conclusioni</strong></h3>
<p><strong>Santo Stefano</strong> è un isolotto non molto grande, famoso per il suo <strong>carcere</strong>. La sua visita è stata un’<strong>esperienza</strong> <strong>preziosa</strong>. <em>Scoprire che quattro mura progettate per far soffrire le persone rinchiuse al suo interno, sono state focolaio di tante illustri iniziative, conferisce</em> <strong>speranza</strong> e <strong>fiducia</strong>. La storia di Santo Stefano va narrata nelle scuole come un <strong>orgoglio e un vanto per l’Italia</strong>. Il racconto di un luogo così piccolo quanto affascinante, consente ancora di <em>credere nelle idee e nelle azioni dell’uomo</em>. Il 22 agosto quando <strong>Matteo Renzi</strong>,<strong> Angela Merkel </strong>e<strong> François Hollande</strong> arriveranno a Ventotene per un summit speciale per l’<strong>Europa</strong>, <em>provino ad annusare l’aria di Santo Stefano. Provino ad ascoltare le voci dei dissidenti politici e dei detenuti rinchiusi per anni in quelle celle. Provino a osare e ad avere coraggio, così come l’hanno avuto Perucatti, Rossi, Spinelli e Pannella</em>. Solo così, solo in questo modo, si può sperare in un’<strong>Europa forte</strong>, <strong>unita </strong>e<strong> giusta</strong>, capace di <strong>affrontare le sfide decisive</strong> che caratterizzano il nostro tempo.</p>
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