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	<title>Le parole di Lello Arena per i 70 anni di Massimo Troisi Archivi - Voce di Napoli</title>
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	<description>&#200; il giornale on line della citt&#224; partenopea: informazione a 360&#176;, cronaca che copre tutti i quartieri della citt&#224;; tradizione, leggende ed eventi.</description>
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	<title>Le parole di Lello Arena per i 70 anni di Massimo Troisi Archivi - Voce di Napoli</title>
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		<title>I 70 anni di Massimo Troisi, l&#8217;attacco di Lello Arena: &#8220;Celebrato da morto, troppe porte chiuse da vivo&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Feb 2023 12:19:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Le parole di Lello Arena per i 70 anni di Massimo Troisi]]></category>
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<p>Oggi Massimo Troisi avrebbe compiuto 70 anni. Grandi le celebrazioni per l&#8217;attore e regista nato a San Giorgio a Cremano e scomparso prematuramente nel 1994. Diverse le mostre (di cui una al Mann), le iniziative editoriali e i docufilm (uno mandato in onda dalla Rai lo scorso venerdì e disponibile su Rai Play e il film di Mario Martone). &#8220;<em>Ora tutti lo celebrano ma ha avuto tante porte chiuse in faccia</em>&#8220;, ma sono state queste le parole dell&#8217;amico e collega Lello Arena in occasione di un&#8217;intervista rilasciata e pubblicata dal Corriere del Mezzogiorno che qui riportiamo integralmente:</p>



<h1 class="wp-block-heading">L&#8217;intervista</h1>



<p><strong>Lello Arena, Massimo Troisi non lo capivano per il dialetto?</strong> </p>



<p>«<em>No no, mica per quello. Non lo capivano per quel suo modo di parlare così unico che oggi tutti osannano. Adesso è facile. Potrei fare nomi e cognomi di chi ora lo onora — e magari dice pure di averlo sostenuto dall’inizio — e un tempo non lo riceveva neppure. Ma non li farò</em>». (E pensare che nemmeno ci voleva andare a San Giorgio a Cremano quando dodicenne i genitori gli imposero il trasferimento da Napoli per motivi di lavoro. E invece quello spostamento controvoglia dal centro alla periferia avrebbe cambiato la vita di Arena). </p>



<p><strong>E ora che tutti parlano di Troisi — con cui fondò prima gli Rh-Negativo, poi I Saraceni e infine La Smorfia, iconico trio da cui tutto nacque, Arena si dedica ai giovani di Cioè, l’Academy nata da una sua idea e sviluppata con il Comune di Napoli ed Enzo Decaro.</strong> <br>«<em>Ci hanno chiesto e accorderemo una proroga rispetto alla data simbolica che avevamo scelto ovvero il 19 febbraio. Cominciamo a fare i provini ma abbiamo già doppiato il migliaio di richieste iniziali quindi servirà più tempo. Di questo successo siamo felicissimi perché abbiamo bisogno di futuro. E non lo facciamo per generosità ma per egoismo: è necessario che l’arte si perpetui. La nostra vita sarebbe buia senza</em>». </p>



<p><strong>Eppure, in tutto questo celebrare — mai un settantesimo compleanno post mortem ha visto una tale mobilitazione di forze creative, intellettuali e istituzionali — qualcosa va detta.</strong> <br>«<em>È molto bello che ci sia questa “voglia di Massimo” e che ognuno la esprima con le sue competenze e talenti. Però bisogna stare molto attenti che tutto ciò abbia a che fare con la sua persona. I settanta di Troisi sarebbero stati importantissimi se lui fosse stato nella condizione di compierli veramente. Oggi è una festa postuma piena di presenze illustri: la Federico II grazie a Enzo (Decaro ndr) gli conferirà lunedì la laurea honoris causa e i miei amici Ficarra e Picone mi hanno anticipato che c’è l’ipotesi che il David di Donatello cosiddetto dello spettatore sarà intitolato a lui. Tutto ciò è fonte di grandissima gioia, ma per me che questa storia l’ho vissuta e raccontata in un libro (C’era una volta, Rizzoli ndr) è il tempo di mettermi da parte e lasciare che altri la reinventino. Per mio alto privilegio la sua è una parabola in cui sono molto presente, ho condiviso quella leggenda che oggi stiamo festeggiando. Standoci fin troppo dentro è chiaro che debba muovermi in punta di piedi: essere parte della festa che lo riporta sugli schermi e sui palchi, ma restare al margine. Del resto egli stesso era molto riservato, intimo, privato. Quello che potevo fare per Massimo e con Massimo l’ho già fatto prima</em>». </p>



<p><strong>E c’è qualcosa che non rifarebbe?</strong> <br>«<em>Non ho rimorsi ma rimpianti: il rimorso è qualcosa che insorge quando hai fatto del male volontario a una persona e non puoi più far nulla per riparare. I rimpianti ci accompagnano per tutta la vita: ci sono cose che non farei, ma nel bilancio vengo confortato da tutte le cose belle che siamo riusciti a fare insieme. Quello che cambierei è poca cosa rispetto a ciò che non cambierei mai per tutta la mia vita. Il problema è che Massimo non ci sta più: se ci fosse ancora, prenderei il telefono e potrei fare di meglio di quello che ho fatto. Ma lui non c’è e la sua assenza cristallizza le cose fatte e quelle che si potevano fare in maniera diversa. In conclusione: rimpianti tantissimi, rimorsi zero e cose belle a migliaia. E questo mi rende contento</em>». </p>



<p><strong>C’è una certa immanenza di Massimo Troisi. Senza fare dello spiritualismo, con Decaro avete detto che anche se in due restate un trio.</strong> </p>



<p>«<em>C’è, c’è&#8230; se Massimo non ci fosse — parlo al presente — la mia vita sarebbe diversa. Lui è la mia spinta, la mia intransigenza: mi ha insegnato cose fondamentali che agiscono dentro di me. È difficile pensarlo come “non esistente”. Spesso mi sforzo di immaginare cosa avrebbe fatto in certe situazioni&#8230; In questi giorni di festa spesso abbiamo dovuto fronteggiare ipotesi di cose “fatte male” e lui non le avrebbe mai consentite. Massimo ci ha cambiato il dna, non siamo uguali a chi non lo ha mai incontrato. E questo vale per noi che gli siamo stati al fianco ma anche per chi ha lo scelto come fonte di ispirazione. Ficarra e Picone continuano a dirmi che se non ci fosse stata La Smorfia loro non ci avrebbero nemmeno provato a fare teatro. Quando Massimo è morto decisi che il mio compito sarebbe stato quello di tenere viva la sua memoria, ma anche in questo è stato molto più bravo di noi, non ha avuto bisogno di nessun aiuto. Giovani dell’età di mio figlio che ha 19 anni si riuniscono nelle case per rivedere i suoi film. Se tra tutti gli occhi che incrocerò durante i provini dovessi intravedere uno sguardo come quello di Massimo sarò molto più contento</em>». </p>



<p><strong>Per i campani della generazione-Troisi, ovvero quella del terremoto dell’Ottanta, due sono le date su cui ci si confronta nelle serata tra amici: dov’eri quando è venuto il sisma e dov’eri quando è morto Troisi. Lei dov’era?</strong> «<em>Eh&#8230; Ero al Villaggio Olimpico pieno palloncini colorati e musica perché mia figlia stava facendo il saggio di ginnastica artistica: ero immerso in un’atmosfera di bellezza ed esuberanza della vita. In quella gioia arrivò una telefonata terrificante che mi annunciava la tragedia</em>». </p>



<p><strong>Chi l’avvisò?</strong> <br>«<em>Gaetano Daniele&#8230; sì credo fosse lui. È un ricordo atroce. Ancora oggi faccio i conti con il fatto che non uscirà il prossimo film di Massimo perché la sola idea che si vivesse aspettando un suo nuovo lavoro, in tv, a teatro al cinema, era confortante. Questo mi manca molto, è una cattiveria insopportabile</em>». </p>



<p><strong>La sua presenza di artista era incoraggiante per chi non aveva niente: aveva destrutturato tutte le convenzioni arrivando a No Stop senza scenografia, con lei e Decaro e quattro pannetti come costumi.</strong> <br>«<em>Era una speranza per tutti quelli come noi che ci siamo sempre sentiti fuori posto, incapaci, a disagio, fuori gioco perché non capivamo come funzionava il meccanismo del mondo dello spettacolo. Il messaggio che arrivò era: non dovete preoccuparvi di sentirvi “fuori luogo”, cercate piuttosto di capire che cosa siete veramente: il resto devono farlo gli altri, non dovete vendergli voi la merce. E questo messaggio fu passato con una cifra unica. Massimo poteva dire quello che voleva senza sembrare blasfemo</em>». </p>



<p><strong>Tipo?</strong> <br>«<em>Tipo come parlava dei santi: sono certo che se San Francesco lo avesse sentito avrebbe applaudito pure lui, consapevole di aver esagerato con quel suo dono di parlare agli uccelli (ride ndr): e San France’ basta mo! Così come per Giuda e la tortura: “Io parlo subito anche se mi dicono: guarda che forse ti torturiamo io già parlo. E se non capiscono gli faccio anche un disegnino”. E potremmo fare migliaia di esempi in cui Massimo aveva il coraggio di parlare delle nostre debolezze umane: perché noi siamo così</em>». </p>



<p><strong>Eravate sghembi e imperfetti e questo abbiamo amato in voi. Oggi ai giovani si chiede di essere performativi e fotogenici a favore dei social.</strong> <br>«<em>Non solo: sta passando il messaggio per cui si esibisce una qualche diversità per la quale si chiede dignità e tolleranza. Il messaggio di Massimo era un altro: io sono come tutti, imperfetto come tutti e perciò mi dovete accogliere non accettare che è un’altra cosa. La diversità non entrava nel novero delle possibilità attribuibili ad un essere umano: per questo era meraviglioso</em>». </p>



<p><strong>Tanto da aver già fatto tutto da solo girando, forse come un esorcismo, «Morto Troisi. Viva Troisi». È così?</strong> «<em>Anche lì io e Anna Pavignano c’eravamo, era più un gioco direi. fatto per tirare dentro anche Renzo (Arbore ndr) e Roberto (Benigni ndr), Michetti e Verdone e parlare di sé come se non ci fosse più. Io l’avevo già fatto in Effetto Smorfia e ogni tanto lo tiravamo dentro, nei nostri spettacoli. Forse quando morirò io, andranno a prendere quel pezzo e diranno: vedi? Anche Lello ci aveva già pensato. Ora sono in tournée con Aspettando Godot che narra l’attesa della fine. La verità è che noi giocavamo con tutto e l’abbiamo fatto anche con la morte</em>».</p>
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